
Milano Ruvido #5: Dalí, la Moda, Giorgia Meloni e l’impiegata americana
A Palazzo Reale, la mostra Dalí e la Moda – la storia di un uomo che esprime libertà ma si chiuse in un armadio – mentre Giorgia Meloni arriva alla cena di gala
Anatomie separate per lavorare sessualità e trauma. Il processo funziona anche in senso inverso: occhi, cassetti, aragoste e chiavi. La scarpa è una vagina. La mostra al Palazzo Reale di Milano, Dalí e la Moda–la sera di apertura, durante la settimana delle sfilate: da Roma arriva Giorgia Meloni. Cinquecento persone le si stringono addosso–e pazienza la stizza, l’imbarazzo e la rabbia per le dichiarazioni sul tetto ai figli degli immigrati nelle classi delle scuole pubbliche. Lo scandalo che i milanesi urlano neanche fosse l’insulto di prostituzione alla propria madre è giustificato dal desiderio di un autoscatto con la premier da postare appena possibile, e dalla legittima difesa della Premier per tenere a bada quel pazzo di Vannacci – vale a dire, qualche contentino ai sotto-neuronici bisogna darlo, in Italia ne abbiamo così tanti.
La mostra non è visitabile, forse lo sarà dopo cena: le forze dell’ordine hanno fatto uscire gli invitati dalle stanze museali, devono essere controllate – bonificate, spiegano – in tempo per l’arrivo di Meloni, caso mai una visita alla galleria prima di sedersi a tavola – no, la signora è accompagnata subito al suo posto d’onore. Intanto nel 1939, succedeva che Coco Chanel disegnasse i costumi di Bacchanale, produzione dei Ballets Russes – mentre Dalí si occupava della scenografia. I bozzetti per i costumi avevano già preso forma un anno prima, nel 1938 – quando Dalí e Gala soggiornarono a La Pausa, la villa di Chanel in Costa Azzurra. Al debutto, al Metropolitan Opera House di New York, i lavori di Chanel restarono fuori scena: lo scoppio della guerra mondiale aveva alterato le possibilità di produzione, e gli abiti dovettero essere realizzati da Barbara Karinska.

Giorgia Meloni e un’impiegata americana: La vita segreta di Salvador Dalí
Ci sono i dirigenti delle case di moda, i proprietari – ma non i designer di rilievo. Giorgia Meloni è seduta al tavolo centrale, punto mediano del cortile. Una tensostruttura in plastica rende l’ambiente ovattato – la pioggia non era prevista, ma la messa in piega richiede lo stesso protocollo di sicurezza – sì, la premier con i boccoli perfetti, il rossetto rosso sulle labbra. Il Corriere lo fa apposta: all’indomani pubblica un’immagine di Meloni con un’espressione da civetta di fronte ai flash dei fotografi, come a dire, guarda questa come le piace vantarsi, tipica donnetta che vuole essere diva. Non è vero – Giorgia Meloni mostrava contegno, cortesia austera, una parola per tutti, più di una parola per tutti — anche per le vipere che scrivono articoli con ironia.
Chi manca di ironia è la nostra impiegata presso il regime trumpista – la giornalista americana che non vuole mai levarsi dal volto i suoi occhiali scuri da mosca. Non se li tolse quando a sedersi vicino a lei fu la Regina d’Inghilterra, non se li toglie se a sedersi di fronte appare una borgatara che ha marcato il governo più lungo della Repubblica Italiana. La si scusa perché questa sua smania di diventare un meme tra i Simpson è talmente, talmente estenuante che la lasci fare – sia mai si metta a frignare. D’altra parte, questa volta la signora è protagonista vincente: gli applausi sono per quanto è riuscita a fare la sera prima in Galleria. Milano ringrazia: il successo, lo spettacolo. L’energia si sente in città. L’esatta evoluzione di Donna sotto le Stelle in onda su Canale 5 – i canali di Berlusconi sono gli algoritmi di Zuckerberg – le pagine di Vogue fanno oggi lo stesso buon lavoro che apprezzavamo con TV Sorrisi e Canzoni ogni mercoledì mattina.
La vita segreta di Salvador Dalí fu pubblicata a New York nel 1942. Nell’autobiografia, Dalí nega la tendenza omosessuale, rifiuta l’amore di García Lorca e manifesta repulsione per i genitali femminili fino a quando non assaggia quelli di sua moglie Gala (ritroviamo in Salvador Dalí la matrice che oggi affligge tutti i maschi nel sistema moda). Nella Vita segreta, Dalí ricorda quanto stava bene dentro il suo armadio: un abito alla marinara, le mostrine, il berretto, il profumo e le scarpe. Dentro l’armadio, un modo di dire che significa nascondersi – eppure, con questi giochi, Dalí fece esplodere il suo genio — camicie di seta, gemelli, capelli con brillantina, cura prolungata dell’aspetto. Costume da clown, smoking, cilindro, tunica, giacca leopardata con pizzo.

Dalí e la moda – abbiamo bisogno di energia a Milano, e di moda
Milano, settembre 2026 – apre la mostra Dalí e la Moda. Giorgia Meloni lascia il Palazzo Reale–tutti sono entusiasti, forse anche troppo, per averla incontrata. Siamo tutti d’accordo: la città di Milano vive oggi un momento migliore di quello che sopportò sotto Radetzky. Torna quella scena di Sissi, il film, quando alla Scala gli aristocratici milanesi mandarono i loro inservienti senza immaginare che questi sarebbero stati presentati ai sovrani con i loro titoli nobiliari «e tutti, proprio tutti, entusiasti dell’imperatrice», raccontò loro il conte. Applausi a Emanuela Schmeidler, l’unica in grado di fare oggi quello che si faceva una volta – «rifare una cena del genere a Milano, così come ci si riusciva solo quando c’era la Franca, non è roba da poco».
Dopo la guerra mondiale, il mondo visse il boom economico – nel 1951, Dalí e Dior progettarono, anche con Pierre Cardin, i costumi per il Bal Oriental di Beistegui, il 3 settembre 1951 a Palazzo Labia, a Venezia. Si dice che piatti dorati siano stati gettati per vezzo nel Canal Grande tra fumi di oppio e alcol. Anni Sessanta a Cadaqués. Dalí cominciò a lavorare con Paco Rabanne. Febbraio 1966, all’Hotel George V di Parigi, Rabanne presentò i 12 abiti impossibili da indossare, realizzati con dischi e placche di metallo o plastica collegati da cerchi e anelli. Dalí mandò in scena Donyale Luna, Elsa Peretti e Amanda Lear.
Dalí e la moda – abbiamo bisogno della moda a Milano. Quanto ci serve, quanto la vogliamo, questa moda, il circo folle che le gira intorno, la ricchezza, l’azzardo, l’ironia delle vipere, la gente giovane e bella. La domanda non è se tutto questo esiste ancora – perché no, adesso non c’è – oggi c’è solo una bella mostra a Palazzo Reale. C’è la speranza, non la domanda, solo la speranza: che la moda, il sistema che la sostiene, sappia evolversi, sappia cambiare radicalmente, così come si era promessa di fare non dopo la guerra, ma dopo il Covid. Così come non sta facendo, rimanendo inchiodata ad algoritmi che la divorano e a celebrità di secondo ordine che piacciono tanto ai figli degli immigrati a cui sarà presto proibito andare a scuola.
Carlo Mazzoni






