
Milano Ruvido (7) – Gucci e via Montenapoleone, dal Creole al Suvretta
La ricchezza italiana è un film: Gucci The Store – dagli sceneggiati in TV degli anni Novanta e il lusso del Creole e del Suvretta: il negozio è sublimazione di una polemica culturale
Via Montenapoleone e Piazza di Spagna – sceneggiature italiane per Gucci: The Store
Le vedi uscire dal negozio: sono le protagoniste di un vecchio film italiano, era il 1987. Carol Alt in Via Montenapoleone. Ancora: una delle ragazze che girano intorno a Ethan Wayne da giovane, lo sceneggiato per la domenica sera delle famiglie italiane, Piazza di Spagna nel 1992. Il primo film era firmato dai Vanzina e raccontava l’evoluzione borghese a Milano, intorno al Quadrilatero, tra modelle e natiche maschili, contesse omofobe e longobarde sul lago di Como, balie italiane che litigavano con le nuove cameriere di colore, invadenti prima ancora che sfornassero figli e nipoti a scuola con il pargolo dell’avvocato. Il secondo, Piazza di Spagna, fu trasmesso in cinque episodi: la cinepresa indugiava tra gli attici sopra Via dei Condotti, dove le tavole erano apparecchiate all’aperto, e le camere da letto con seni nudi sotto soffitti affrescati – la produzione ricevette una querela da Marina Ripa di Meana perché, a parere della signora, alcuni passaggi erano troppo aderenti alle sue vicende: ricchezza, titoli aristocratici acquisiti, pellicce e politici tra le lenzuola – Bettino Craxi poco prima delle monetine al Raphael.
Queste donne, queste signore. Stiamo camminando ancora per Via Montenapoleone e le vediamo uscire da uno dei tanti negozi – il titolo della sfilata, Il negozio – in inglese, Gucci: The Store. Film e sceneggiati tivù che sapevano descrivere la borghesia italiana – e le signore, le donne che passeggiavano per il Corso: uno stereotipo cittadino che oggi ci porta nostalgia di anni abbienti. Prima di Tangentopoli i soldi giravano facili e la festa era ogni sera al Nepentha. Arrivavano Maurizio Gucci e la sua nuova moglie, fresca di classe sociale. Le pettinature erano capigliature, riccioli esplosi. Queste donne sarebbero poi tornate vent’anni dopo in qualche altro film di Ferzan Özpetek – e tornano oggi, camminando per strada, lungo Via Montenapoleone, tra un negozio e l’altro, forti della loro carta di credito perché il marito ha guadagnato un bel po’ di più, o perché il loro padre ne ha guadagnati talmente tanti, di soldi, che un marito, queste donne, lo cambiano come un paio di occhiali da sole. Sono le donne che hanno sfilato per Demna l’altro giorno, il nuovo Gucci per l’epoca di Luca de Meo.

Roma, Milano – la ricchezza italiana, da Isabella Ferrari a Osanna
Roma, Milano e ritorno – la cartografia della ricchezza italiana si dispone per aerei privati che fanno su e giù varcando i meridiani, per i vagoni di prima classe sulla ferrovia ad alta velocità – ora hanno un nuovo nome inglese anche questi compartimenti. Le attrici RAI si muovono con gettoni d’oro appesi agli orecchi e incastonati nelle catene che pendono tra le loro tette. Isabella Ferrari è ancora la protagonista di Sorrentino, la sua passeggiata per Piazza Navona non è notturna ma mondana. Quella fessura verticale tra le labbra che avrebbe potuto farla arrivare ovunque, non solo in paradiso – la vedi camminare lenta, supera la dimensione caricaturale. È questa finalmente moda? Il racconto è una provocazione – o una polemica politica. Intitolare una sfilata creativa al concetto di negozio può essere una sublimazione, certo, ma può somigliare a un’incazzatura.
Osanna non ha bisogno dei suoi cognomi – né quello da nubile, né quello da sposata – quando le hanno chiesto di sfilare, volevano che entrambi fossero scontati. Forse le hanno chiesto di interpretare questa miliardaria che emana folgore, profumo, lascivia e lusso soltanto per la sua estetica – per quel viso austero, per la generosità di Dio e del DNA. Osanna era già stata cercata da Tomas Maier per Bottega Veneta nel 2012 – Osanna se ne infischia dei troppi ritocchi plastici. È bello incontrarne una così al tavolo all’angolo con Avenue Montaigne, ha appena smesso di piovere, ridendo per Omotesando, al Louvre di Abu Dhabi, al Faena di South Beach – e non soltanto nei nostri ricordi al Paper Moon: la semplice pizzeria dove le vedevamo tutte, ma proprio tutte, le donne che Demna ha mandato oggi in scena per Gucci.
Gucci, il negozio – la differenza tra design e styling
Siamo abituati a pensare al negozio come qualcosa di funzionale, un poco infingardo – te lo rendono bello, attraente e invitante, ma è chiaro che lo scopo è uno: farti spendere soldi, più soldi di quanti ne hai previsti. Mercanti e merci, per quanta poesia vogliamo richiamare – non c’è grazia nella parola negozio, e tanto meno nella sua parola inglese, store. Sarcasmo, forse poetica politica polemica: la moda è atteggiamento, è cultura, sì, va tutto bene – ma poi bisogna vendere.
Meno design, più styling – si potrebbe dire, usando un linguaggio tipico della moda, per sottolineare quelle differenze che segnano il percorso. Avevamo visto la prima sfilata di Demna a Milano, lo scorso febbraio – poi a New York, era maggio (più che una sfilata, uno spettacolo, un film in diretta, uno spot senza precedenti nella storia del marketing). Avevamo compreso una coerenza e un’identità che, per quanto divisive, componevano una letteratura. Oggi il mercato chiede il trap, non la lirica. Oggi c’è una collezione che è un’elaborazione dei pezzi di Maurizio e Patrizia Gucci ai tempi del Creole all’Isola d’Elba e dello chalet al Suvretta, un martedì di febbraio sotto la neve. È lì che si torna, prima di Tom Ford, di Frida Giannini e di Alessandro Michele, ma includendoli, come petali, in questo giardino fiorentino di Botticelli che Demna sta ricostruendo. In negozio trovi i capi che puoi mescolare con quello che hai, nuovo e nostalgico, scalzo, porno e quant’altro – pezzi editoriali, con una loro identità più rilevante rispetto all’insieme – ancora un anglicismo, rispetto al full look – con cui sono stati presentati. Dicevo, si parla di styling, più che di design.
Carlo Mazzoni
Cover image: Gucci SS27