LIVIGNO, ARTINICE. IMMAGINE TIZIANA MONTERISI. COURTESY RICEHOUSE
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Le case di riso. La strada per un’edilizia ecologica parte dagli scarti agricoli

Pannelli e pavimentazione a basso impatto, con materiali raccolti direttamente sui campi di coltivazione e fabbricati senza formaldeide. L’architettura naturale di RiceHouse

Nel 2008 Tiziana Monterisi, architetto, è in cerca di idee per costruire case senza consumare a livello energetico. Vuole trovare soluzioni abitative nuove o ancora poco conosciute, che lascino poche tracce sulla natura e sull’ambiente. La svolta arriva quando incontra un collega svizzero, Werner Schmidt. Da un po’ di tempo lavora con la paglia dei cereali. Incuriosita, gli chiede il perché di questa scelta. «Mi disse: quando hai la risposta a un’altra domanda, e cioè ‘perché no?’ chiamami. Così ne discutiamo», riporta Monterisi. Passano giorni e anni, ma la risposta non arriva. «Aveva ragione Werner. Entrare in edifici realizzati con questi materiali fa percepire una sensazione diversa rispetto alle case costruite in cemento, anche dal punto di vista fisico». Tempo dopo, nel 2016, Monterisi diventa co-fondatrice e Ceo di RiceHouse, start up che costruisce con gli scarti derivanti dalla produzione del riso. «Intendiamo l’edificio come fosse la nostra terza pelle. Prima c’è l’epidermide, che protegge gli organi. Poi i vestiti che proteggono la pelle stessa. Infine l’edificio, che ci protegge dall’esterno e dove stiamo per la maggior parte del tempo. Si tratti di casa, ufficio o cinema: passiamo la maggioranza della nostra vita al chiuso».

«Negli ultimi 50 anni l’edilizia è diventata la terza attività più impattante. Le energie consumate, l’acqua usata, le materie prime, le emissioni di Co2», precisa Monterisi. «Per 15 anni ho sperimentato elementi naturali: paglia, argilla, lane di pecora. Mi sono ritrovata a vivere a Biella». Proprio nella cittadina piemontese cambiano le cose. «La zona tra Biella e Pavia produce il 50% del riso europeo. Ogni anno tutto quello che resta sui campi viene bruciato perché è materiale di scarto. In totale il 30% della produzione complessiva di riso, che a sua volta sfama il 60% della popolazione mondiale». La colpisce soprattutto la paglia: nessuno la usa in architettura perché le tempistiche di semina e raccolto del riso sono più complesse rispetto a quelle degli altri cereali. Le operazioni si svolgono fra settembre e ottobre. Eppure è un materiale con un passato tutt’altro che anonimo. «Era utilizzata nel Settecento. L’avevo trovata nei muri insieme all’argilla e alla lolla, ristrutturando cascine in Lombardia e in Piemonte».

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L’architettura naturale di RiceHouse

Se quegli edifici costruiti con elementi del genere rimangono in piedi a distanza di secoli, si dice Monterisi, un motivo ci sarà. La chiave c’è, ed è il silice: ne sono ricche le radici e lo stelo. Impedisce alla pianta di marcire e le permette così di proseguire la sua crescita in acqua. Una funzione analoga può avere in architettura, per esempio nella produzione di mattoni isolanti. «Oltre alla paglia, abbiamo deciso di usare tutti gli scarti del riso: anche argilla, ceneri, amido e lolla». È la pelle del chicco, spiega. «Quello che è tagliato nei campi si chiama risone. Una volta arrivato in riseria, attraversa la prima separazione in componenti, che si chiama sbramatura. La lolla è la pelle che si toglie dal chicco integrale: oltre a contenere anch’essa molto silice, è cruciale per rendere i materiali isolanti da un punto di vista termico e acustico, perché li avvolge come in una sorta di sfera». La sua composizione chimica è analoga a quella del legno. Entrambi contengono cellulosa, lignina, minerali e silicati.

Dopo la sbramatura il riso attraversa una seconda lavorazione: la pilatura, utile per rendere il cereale da integrale a bianco. È tolta una micro-pelle denominata pula, anch’essa usata nella produzione architettonica. È applicata negli intonachi di finitura. Mischiata a calce, polvere di marmo e terre di origine naturale. Insieme compongono una miscela molto resistente ai raggi UV, in grado di far evaporare in poco tempo l’umidità.

Dalla paglia alla lolla, tutti gli elementi usati per costruire sono già compresi in ciò che viene coltivato a scopo alimentare. «A differenza della canapa, per esempio. È impiegata nell’architettura naturale ma è piantata apposta per poi usarla in questo specifico ambito. Nel caso del riso è diverso: per usufruirne non togliamo neanche un ettaro di terreno alla coltivazione di cibo. Usiamo solo gli scarti di ciò che viene già prodotto a scopo alimentare», racconta Monterisi.

In quattro anni RiceHouse ha messo a punto oltre 15 prodotti, utilizzabili per la costruzione di un intero edificio. Fra gli esempi ci sono i pannelli: quello in argilolla è una lastra utile per l’isolamento interno, composta da una miscela (appunto) a base di argilla e lolla. Oppure l’ecopittura, a base di calce di fossa a lunga stagionatura e pula di riso, impiegata anche nel recupero di costruzioni storiche e nel restauro. Sia per l’interno sia per l’esterno, è prodotta miscelando – fra gli altri ingredienti – metilcellulosa, olio di lino e pula di riso.  Alla base della pavimentazione ci sono inoltre i massetti: anch’essi realizzati con miscele a base di calce e lolla di riso, quest’ultima impiegata per la formazione di biomassa isolante. «Sono prodotti senza formaldeide, richiedono poca energia per essere riscaldati in inverno e rinfrescati in estate. Vengono composti da scarti per una percentuale che varia dal 50 al 100%». Il resto? «È un legante, calce per esempio – oppure un misto di amidi, proteine se si producono i pannelli».

La realizzazione parte da un accordo con i singoli agricoltori. Riuniscono tutti gli scarti e li lavorano per RiceHouse seguendo protocolli specifici. Per esempio, dopo aver fatto essiccare la paglia sul campo, la raccolgono e la predispongono in imballaggi senza applicare ulteriori trattamenti e senza introdurre additivi. Usano solo due cordini di nylon per rendere i blocchi compatti. In seguito la spediscono in fabbrica, dove sarà utilizzata per fare mattoni. Invece di terra cruda, paglia e legante. Ha un basso valore di conducibilità termica, che le conferisce capacità isolanti. 

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Livigno, ArtInIce. Immagine Tiziana Monterisi. RiceHouse

«Prima di mettere i prodotti sul mercato facciamo prove. A vedere la differenza sono gli operai che li maneggiano: hanno notato i benefici dell’avere a che fare con materiali che non sono (o rischiano di essere) tossici. Questo è un aspetto cui tengo: purtroppo alcune costruzioni possono risultare poco salutari per l’essere umano, a seconda dei materiali impiegati. La chiamiamo sindrome dell’edificio malato», continua Monterisi. «Mi piace invece pensare alla terza pelle dell’edificio come qualcosa di sano che ci protegge, come i vestiti in fibra naturale».

IMMAGINI

RiceHouse per il momento opera in Italia, ma sta pensando di espandersi all’estero, soprattutto Svezia e Francia e Austria, dove l’architettura a basso impatto ecologico trova grande riscontro e ascolto. Fare edilizia con i cereali può sembrare un paradosso o una scelta bizzarra, ma si tratta in realtà di riaccendere conoscenze e metodi di lavoro già presenti nel corso della storia delle costruzioni, spiega Monterisi. Se non una rivoluzione, una riscoperta: «Abbiamo ingegnerizzato una pratica già usata in passato, ma che ora siamo meno predisposti a ricevere. Da anni ormai ci affidiamo a materiali non naturali. Ci sembrano i più sicuri, perché sono entrati a far parte della nostra consuetudine. Basti pensare alla plastica o al cemento, per esempio», chiude Monterisi. «Ma i nostri leganti sono gli stessi del Pantheon di Roma, fatti con calce aerea. Dentro ci sono amidi di riso. E soprattutto, gli acquedotti di Roma sono fatti di cocciopesto: noi lo usiamo per miscelare i nostri sottoprodotti e fare elementi per i muri. Si tratta di riabituarci ad avere fiducia, di nuovo, in un materiale antico».

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