La risicoltura biologica in Pianura Padana – che sia possibile? Risponde Rete Semi Rurali

Le sfide del settore risicolo italiano tra agronomia, mercati e normative. Secondo Giuseppe De Santis e Daniela Ponzini la risposta è nella risicoltura biologica e nella diversificazione delle colture

Milano e risicoltura tra conflitti e innovazione agricola

Tra fine Ottocento e inizio Novecento, il rapporto tra città e risaie nella Pianura Padana era tutt’altro che idilliaco: un conflitto aperto, fatto di zanzare, umidità e timori sanitari. Le risaie, considerate ambienti insalubri, erano soggette a regolamenti che imponevano distanze minime dalle abitazioni. E così, mentre Milano avanzava, i campi arretravano.

Il paesaggio non è sempre stato quello attuale. Documenti del 1428 raccontano una Pianura Padana attraversata da paludi e canali al punto da rendere possibile un viaggio in barca da Venezia a Milano senza passare dal Po. Dalla metà del Quattrocento, la bonifica progressiva trasforma queste aree in terreni agricoli, aprendo la strada alla diffusione delle risaie, che oggi nel Parco Agricolo Sud Milano superano i 10.000 ettari.

Paradossalmente, il riso — oggi simbolo gastronomico del Nord Italia — è una conquista relativamente recente. «Per l’Italia è quasi un novel food», osserva Giuseppe De Santis, agroecologo e consulente di Rete Semi Rurali. Introdotto dagli arabi nel XV secolo, resta a lungo confinato a preparazioni liquide, incapace di rilasciare amido. Solo all’inizio del Novecento, grazie all’incrocio con la varietà americana Lady Wright, acquisisce la capacità di “risottare”. Nasce così il risotto, icona lombarda e invenzione moderna, mentre varietà come il Carnaroli affondano le radici in quella che oggi definiremmo ricerca agricola, allora ancora inconsapevole.

La risicoltura in Italia: numeri e dati

La filiera del riso in Italia coinvolge circa 3.500 aziende agricole, concentrate soprattutto nel Nord-Ovest. Le province di Pavia (83.500 ettari), Vercelli (72.800) e Novara (34.900) coprono da sole circa il 90% della superficie risicola nazionale, mentre altri poli rilevanti si trovano tra Milano, Lodi, Verona, Ferrara, Biella e Alessandria.

Nel 2025 le superfici coltivate raggiungono i 234.732 ettari, in crescita del 4% sull’anno precedente: un dato che conferma l’Italia come primo Paese europeo per estensione risicola, con oltre il 50% delle superfici convenzionali e il 70% di quelle biologiche. In aumento anche la produzione (+3,3%), una quota comunque minima — lo 0,5% — su scala globale.

Sul fronte varietale, guidano la classifica il gruppo Carnaroli con 24.554 ettari (+9,5%), Arborio con 19.336 (+18%) e soprattutto il Baldo, che segna la crescita più marcata arrivando a 28.126 ettari (+55%). Un’espansione che racconta un settore dinamico, ma sempre più orientato alle richieste del mercato.

La risicoltura biologica e agroecologica spiegata da Rete Semi Rurali

Dietro i numeri in crescita della risicoltura italiana si nasconde un sistema attraversato da tensioni e modelli produttivi divergenti. Nella risicoltura convenzionale domina un approccio intensivo, basato su monocolture e un ampio uso di input chimici. Al contrario, l’agricoltura biologica e agroecologica punta su strategie alternative per il controllo di parassiti e infestanti. «Il problema — osserva Daniela Ponzini, agronoma e referente del progetto Riso Resiliente per Rete Semi Rurali — è che oggi mancano varietà pensate per il biologico: si utilizzano sementi selezionate per sistemi intensivi, che però in contesti meno “assistiti” rendono meno». Una criticità su cui lavora la rete, anche perché le limitazioni tipiche del biologico — meno fertilizzanti, meno acqua — stanno diventando una realtà anche per il convenzionale, complice l’aumento dei costi e la scarsità di risorse.

Il quadro economico resta complesso: «Il biologico regge grazie a costi inferiori e prezzi più alti, ma produce meno», spiega De Santis. Gli incentivi della Politica Agricola Comune, legati agli ettari coltivati, non compensano del tutto lo scarto produttivo rispetto alla risicoltura industriale. Sullo sfondo emerge anche il tema, ancora poco discusso, della salute degli agricoltori: alcune ricerche iniziano a evidenziare possibili correlazioni tra esposizione ai fitofarmaci e patologie, incluse quelle neurodegenerative.

Non solo chi produce, ma anche chi consuma è coinvolto. Come sottolinea Ponzini, il chicco di riso è protetto da una guaina che viene rimossa prima del consumo, ma tracce di sostanze possono comunque penetrare: il riso integrale, mantenendo gli strati esterni, tende a conservarne di più rispetto a quello raffinato.

Gli effetti ambientali della risicoltura: biodiversità, salute del suolo e cambiamenti climatici

Gli effetti più evidenti restano ambientali. L’uso intensivo di chimica incide su biodiversità e paesaggio, riducendo impollinatori e fauna e alimentando un circolo vizioso. I sistemi biologici mostrano maggiore vitalità ecologica e suoli più sani, mentre la risicoltura tradizionale sottopone il terreno a uno sfruttamento continuo.

Non mancano le criticità anche nel biologico: le risaie sono una fonte rilevante di metano, tra i principali gas climalteranti. «Si stanno cercando soluzioni per ridurre questa esternalità negativa», aggiunge De Santis. Intanto, sul fronte normativo, cresce la tensione: ISDE ha promosso una mobilitazione europea per contrastare una proposta della Commissione UE che, secondo diverse associazioni, rischia di indebolire le tutele su pesticidi, ambiente e salute pubblica.

Risicoltura intensiva e biologica a confronto: il ciclo di coltivazione

Nella risicoltura convenzionale, spiega Ponzini, il processo è scandito da interventi successivi: diserbo totale iniziale, semina in asciutta, un secondo diserbo e quindi l’allagamento. Seguono due o tre trattamenti antifungini; a inizio settembre l’acqua viene rimossa per permettere la maturazione e l’essiccazione della pannocchia, prima della trebbiatura. Il raccolto passa poi in essiccatoio e viene conservato fino alla lavorazione in riseria, dove la rimozione della guaina determina le diverse tipologie di prodotto, dal riso integrale al raffinato. Un sistema che comporta anche una gestione discontinua dell’acqua: ogni trattamento richiede di svuotare e allagare i campi.

Nel biologico, invece, sono esclusi diserbanti e fungicidi e si adottano strategie preventive. Una delle principali è quella delle “false semine”: si prepara il terreno, si lasciano emergere le infestanti e poi le si elimina, ripetendo il ciclo finché la pressione si riduce. A quel punto si semina e si mantiene l’acqua costante fino a settembre, evitando sbalzi e, paradossalmente, risparmiando risorsa idrica grazie a una gestione più stabile della falda.

Accanto a queste pratiche si stanno diffondendo tecniche innovative, come l’uso dell’erbaio: si semina un prato temporaneo che, al momento della coltivazione del riso, viene schiacciato e sommerso. La decomposizione genera acidi organici che limitano naturalmente le infestanti, trasformandosi al contempo in sostanza organica utile per il suolo. L’efficacia dipende però dall’equilibrio: l’agricoltore deve saper leggere segnali come il colore dell’acqua, per evitare eccessi di acidità dannosi per il riso. Una pratica promettente, ma che richiede competenze elevate e un approccio attento e sperimentale.

Gli effetti idrogeologici della gestione delle acque nella risicoltura della Pianura Padana

Negli ultimi anni, la gestione dell’acqua nelle risaie del Nord Italia è diventata un nodo critico, non solo agricolo ma territoriale. «Da 10-15 anni — spiega De Santis — si assiste a una progressiva riduzione delle superfici allagate, anche per l’adozione di sementi associate a diserbanti che funzionano in assenza d’acqua». Una scelta tecnica che sta modificando l’equilibrio idrico della Pianura Padana.

Storicamente le risaie svolgevano una funzione di “spugna”: l’acqua proveniente dalle Alpi, in particolare dal bacino del Ticino alimentato dal Monte Rosa, veniva trattenuta nelle aree umide del vercellese, infiltrandosi lentamente nella falda. Questo sistema naturale alimentava i fontanili e sosteneva l’intero equilibrio idrogeologico lombardo, fino alla fascia di Milano e Lodi, dove la presenza di strati argillosi permetteva all’acqua di riaffiorare.

Con la riduzione dell’allagamento dei campi, questo meccanismo si è incrinato: l’acqua scorre più rapidamente nei fiumi fino al mare, senza ricaricare le falde. I segnali sono già evidenti: tra il 2010 e il 2015 molti fontanili del Lodigiano si sono prosciugati, e secondo alcuni geologi il fenomeno potrebbe avere ripercussioni anche su Milano, costruita su un delicato equilibrio idrico. «Il Duomo stesso — osserva De Santis — poggia su un sistema che dipende da questo cuscinetto d’acqua, oggi in progressivo abbassamento». Una trasformazione silenziosa, in cui una scelta agronomica apparentemente locale finisce per incidere sull’assetto idrico di un intero territorio.

Strategie di resistenza a Milano: tra la riscoperta dei campari e il bisogno di comunità

La riscoperta del sistema delle acque si intreccia oggi con le strategie di adattamento climatico. «La rete idrica è stata la fortuna di Milano — spiega Giuseppe De Santis — ma tra gli anni ’70 e ’80 è stata progressivamente abbandonata, con l’affermarsi di un’agricoltura industriale frammentata e privatizzata». Negli ultimi anni si assiste a un cambio di paradigma, con una gestione più condivisa e territoriale, anche attraverso strumenti come i contratti di fiume, un accordo tra soggetti che hanno responsabilità nella gestione e nell’uso delle acque, nella pianificazione del territorio e nella tutela dell’ambiente. 

In questo contesto torna la figura del camparo, il tecnico che regola i flussi nei canali irrigui. Un ruolo storico, oggi recuperato in chiave contemporanea: alcune aziende agricole hanno avviato percorsi di formazione per reintrodurre competenze fondamentali nella gestione dell’acqua, ben oltre l’immaginario folkloristico.

Intorno a Milano, intanto, la risicoltura biologica si configura come una pratica di resistenza. «Operiamo in un contesto dominato dal convenzionale», racconta Ponzini, citando esperienze come Cascina delle Rane, Cascina Caremma e Cascina Orsine, realtà che da anni sperimentano coltivazioni bio in un territorio periurbano complesso. In Piemonte, invece, si stanno sviluppando modelli più strutturati: gruppi di risicoltori si sono uniti in biodistretti, creando aree compatte di produzione biologica che riducono le contaminazioni dell’agricoltura tradizionale, favoriscono la condivisione di saperi e rafforzano il potere contrattuale sul mercato. Un modello che potrebbe rappresentare una prospettiva anche per l’area milanese, non solo in termini produttivi ma sociali: fare rete significa uscire dall’isolamento e costruire comunità capaci di sostenere il cambiamento.

Il dialogo tra ricerca e agricoltura biologica di Rete Semi Rurali – Riso.LO e Living Lab Riso Resiliente

Per valorizzare la coltivazione del riso in chiave sostenibile e agroecologica, Rete Semi Rurali ha avviato nell’ambito del Programma di Sviluppo Rurale della Regione Lombardia il progetto Riso.Lo. Conclusosi nel 2025 in collaborazione con l’Università di Milano e l’Università di Pavia, il progetto ha messo a confronto varietà storiche di riso coltivate in Pianura Padana, creando un parcellario visitabile da agricoltori e tecnici per osservare le differenze tra le varietà e il loro sviluppo in contesti biologici. L’Università di Milano ha condotto analisi genetiche per verificare le similitudini e le differenze tra le varietà, mentre l’Università di Pavia ha sviluppato metodi per conservare i semi nella banca del germoplasma, senza comprometterne la germinabilità. 

Le varietà testate sono ora parte del Living Lab Riso Resiliente, le cui attività si concentrano in Lombardia e Piemonte, dove vengono mescolate per ottenere materiale eterogeneo, ancora in fase di sperimentazione. Il laboratorio promuove la transizione del settore risicolo italiano verso pratiche agroecologiche basate sulla diversificazione, riunendo produttori, tecnici, trasformatori e ricercatori interessati a trovare soluzioni sostenibili per la produzione di riso e la gestione delle zone umide. 

Rete Semi Rurali: le quattro aree di intervento

Rete Semi Rurali è un’associazione di secondo livello che riunisce 36 soci tra enti e organizzazioni impegnati nella tutela della biodiversità agricola ed è riconosciuta come ente di ricerca dal MIUR. Nata informalmente nei primi anni Duemila e poi istituzionalizzata, risponde alla crescente perdita di biodiversità legata all’agricoltura industriale del secondo dopoguerra, che ha standardizzato produzioni e diete con ricadute anche sulla salute. Fin dall’inizio ha affiancato all’esigenza tecnica di conservazione quella politica, promuovendo il mantenimento della biodiversità direttamente nei campi, come patrimonio vivo e coltivato. Al centro delle attività della rete c’è la Casa delle Sementi, che conserva e distribuisce varietà — soprattutto cereali — garantendone germinabilità e qualità sanitaria. Più che accumulare, l’obiettivo è rimettere in circolo i semi attraverso due campagne annuali, una per i cereali vernini e una primaverile, accessibili a tutti gli agricoltori in piccole quantità, con una forte funzione anche pedagogica. La rete aderisce al trattato FAO ed è in dialogo con centri di ricerca sul germoplasma.

Il modello di “ricercAzione”, invece, integra ricerca e partecipazione: i risultati vengono continuamente reimmessi nel contesto di analisi e sviluppati insieme agli agricoltori, veri protagonisti dell’innovazione e attori che fanno emergere i bisogni concreti. Negli ultimi anni si è affermato un approccio di conservazione dinamica, orientato alla creazione di materiale biologico eterogeneo. Fondamentale è inoltre il ruolo delle comunità di pratica: la rete promuove un’agricoltura di contesto, opposta ai modelli standardizzati, con una presenza attiva sul territorio e progetti diffusi a livello nazionale. Tra le evoluzioni più recenti, il “culinary breeding”, che affianca alla ricerca momenti di assaggio per integrare criteri agronomici, nutrizionali e di mercato. Parallelamente, Rete Semi Rurali lavora per costruire un ambiente politico, economico e sociale favorevole alla transizione agroecologica, operando a livello locale, nazionale ed europeo.

Agnese Torres

riso Carnaroli campo coltivazione
Riso Carnaroli, campo di coltivazione