FIBRE FICO D'INDIA
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Dal fico d’India la fibra di legno per l’arredamento

Il brevetto arriva dalla provincia di Lecce, dove i fratelli Rossetti hanno inventato un processo di lavorazione a basso impatto ambientale. Sikalindi è la fibra legnosa del cactus diffuso in Salento

«Il legno di fico d’india non esiste in natura, non si trova come il legno di rovere o il faggio». Marco Rossetti ripercorre la storia e gli esperimenti che hanno portato il suo mobilificio a reinventarsi e diventare un’azienda eco-sostenibile, grazie al cactus più diffuso nelle campagne del sud Italia. «Affettare un cladode (la cosiddetta pala, nda) di fico d’india significa ottenere un materiale misto tra vegetale e legno, una spugna acquosa. Se dovessi trattarlo come un legno otterrei una muffa. Questa fibra deve essere estratta, stagionata e lavorata. Se non si fa l’operazione con il nostro brevetto non si ottiene il legno», spiega il titolare. Il materiale brevettato si chiama ‘Sikalindi’, termine derivante dal greco antico che dà il nome anche all’azienda dei fratelli Rossetti, in provincia di Lecce.

L’arrivo di Sikalindi sul mercato, nel 2013, ha apportato un nuovo elemento nel campo dell’arredo e del design: «In precedenza la fibra si usava a scopo artistico per collane, orecchini e piccoli oggetti. Il nostro precedente storico sono i frammenti di fibra essiccata. Questo materiale decomposto non era adatto per la lavorazione dei mobili». L’ innovazione tecnica nell’estrazione ha cambiato il volto del mobilificio, che si occupava solo del legno semi lavorato. Rossetti sintetizza così la natura ecologica e locale dei mobili Sikalindi: «Per distinguerci abbiamo pensato a materiali autoctoni. Abbiamo guadagnato visibilità in un mercato affollato. La materia prima si recupera da uno scarto. Le piante crescono spontaneamente e non hanno bisogno di coltivazione. I pannelli che utilizziamo arrivano dalla riforestazione controllata». Tutto le fasi di lavorazione avvengono in Puglia. Il legno che riveste il mobile con gli strati di fibra di fico d’India è importato con marchio PEFC: «Laddove si usa il rovere, o la betulla tutto è certificato a riforestazione», afferma Rossetti. La certificazione di Catena di Custodia PEFC garantisce alle aziende che acquistano legno la verifica indipendente sull’origine del materiale, per la provenienza del prodotto da foreste gestite in modo sostenibile.

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Processi di lavorazione delle fibre di fico d’india per la realizzazione di pezzi d’arredo, azienda Sikalindi

La fibra Sikalindi presenta venature che ricordano la porosità originaria della pianta di fico e la ruvidità delle campagne salentine. ‘Sikalindi’ deriva dal griko, un dialetto parlato in alcuni comuni del Salento, figli della Magna Grecia. La pianta è invece originaria dell’America centrale, non richiede irrigazione e si moltiplica autonomamente.  Le strade di campagna del Salento sono presidiate da queste piante che hanno conservato la loro funzione storica di suddividere le proprietà terriere e delimitare le carreggiate polverose. La materia prima acquistata dall’azienda è locale e a chilometro 0.  Gli interventi di potatura del fico d’India hanno invece dei costi per i proprietari terrieri: «Abbiamo accordi con i proprietari che possiedono grandi estensioni di terreno e piante che servono a costruire muri naturali tra le campagne». Il fico d’India è una pianta infestante, cresce con facilità nelle campagne salentine, dove non è coltivato intensivamente come avviene in Sicilia: «per questo gli agricoltori hanno bisogno di liberarsi degli scarti, cioè hanno bisogno di sfoltire e diradare queste piante». La scelta della materia prima è funzionale al formato del prodotto previsto dal catalogo, che varia dai tavolini da caffè agli specchi. «Selezioniamo la materia prima in base allo spessore e ai formati: sottile per l’oggettistica, più grossa per altre lavorazioni Quando ci contatta qualcuno per conferire la materia prima chiediamo subito le foto del campo, in modo da vedere l’anzianità della pianta. Utilizziamo soprattutto le piante mature, di media anzianità. Se sono troppo giovani la lignina all’interno non è ancora cresciuta. Per noi un grosso costo nella lavorazione è l’estrazione della fibra. Abbattiamo i costi anche utilizzando piante locali, tagliate in modo giusto, senza costi aggiunti nei trasporti».

Dopo la raccolta e l’essicazione, la fibra è disposta sui piani da rivestire e successivamente incollata, levigata e verniciata a mano. La fase più delicata e laboriosa è l’essiccazione, che permette alla materia prima di acquisire la stagionatura e le qualità utili alla lavorazione del legno. La tecnica di estrazione è stata messa a punto in collaborazione con l’Università del Salento, ma non è stata divulgata dall’azienda: «All’inizio della nostra storia abbiamo avuto dei problemi con tentativi di contraffazione e menzioni legali. Il procedimento non utilizza prodotti inquinanti, ma sul tipo di tecnica non possiamo dire niente». Gli stadi di lavorazione successivi, la resinatura e la verniciatura, avvengono rispettando la regola della sostenibilità: «La fibra è una maglia di legno. La superficie è resinata, cioè impregnata, per farla diventare un fissativo. I mobili del nostro catalogo sono impermeabili e verniciati». Vengono impiegate invece piante più anziane per provvedere a una lavorazione che non prevede la resinatura: «Su richiesta, lavoriamo anche la fibra grezza. Il foglio di legno è incollato su un piano senza resinatura. Per fare questo abbiamo bisogno di una fibra con uno spessore maggiore». In questo caso la fibra è trattata ‘a maglia aperta’, con aggiunta di olio ma senza resina né cera. Il procedimento di resinatura è eco sostenibile ma prevede l’utilizzazione di materiale di fissaggio sintetico, a causa dei limiti di lavorazione della fibra e della verniciatura: «Attualmente non esiste una resina industriale uguale a quella tradizionale, sono sintetiche ma a basso impatto ambientale senza solventi. La resistenza all’umidità e alle temperature è una caratteristica irrinunciabile della resina: dopo i 45 gradi una bioresina tende a rammollire. Non possiamo rischiare di far rammollire la vernice. Stiamo ricercando in questo campo una soluzione 100% ecologica ma al momento non esiste una bioresina con queste caratteristiche».

L’azienda produce due tipi di fibra di fico d’india. La prima segue le necessità del mercato e degli acquirenti: «La produzione deve essere economicamente sostenibile. Noi sappiamo che i clienti vogliono avere un prodotto ecologico ma vogliono anche la praticità del mobile durevole. Quest’anno il lavoro è stato rallentato e i volumi inferiori. Lavoriamo ogni anno alcune tonnellate di materia prima. I mobili vengono venduti principalmente in Italia, a circa 40 rivenditori nelle principali città». La materia grezza invece è acquistata da aziende di design e designer d’interni: «Il semilavorato è venduto ad aziende di vari settori e a progettisti che fanno arredamento su misura. Forniamo il pannello Sikalindi a Riva 1920, che li utilizza come finiture per i suoi mobili eco sostenibili». Oltre all’azienda di design di Cantù, Sikalindi collabora anche con altre realtà, esterne al mondo dell’arredamento: «Ferilli eyewear, utilizza la fibra per realizzare montature per occhiali. Le altre collaborazioni sono con studi di architettura per progetti custom personalizzati per i clienti. Tra i nostri clienti c’è anche Chanteclair Capri. In tutte le boutique nel concept c’è una parte in Sikalindi». L’azienda ha partecipato a diverse edizioni del Salone del Mobile di Milano, ma non ha ancora attivato collaborazioni stabili con l’estero: «I costi di gestione delle fiere e della logistica fuori dall’Italia sono molto più elevati. Stiamo valutando quali potrebbero essere i paesi più importanti per distribuire anche all’estero», afferma Rossetti.

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I nomi dei mobili del catalogo Sikalindi rimandano alla tradizione locale: c’è il tavolo Kauri, che in dialetto griko significa ‘granchio’; la consolle Olimera, una parola che diventa composta in italiano e significa tuttodì. Oppure lo specchio Macario, ‘felice’ in greco moderno, che si trasforma in ‘stregoneria’ (Macarìa) secondo l’antico dialetto della Magna Grecia. Sikalindi è una piccola realtà, connessa al territorio che la circonda. L’attenzione verso la sostenibilità si applica anche alle aziende fornitrici locali. La fase della verniciatura si avvale di prodotti forniti da aziende con certificazione Ambientale ISO 14001: «La verniciatura delle parti metalliche dei nostri mobili, ad esempio dei tavolini con le gambe in metallo, si fa all’esterno. C’è collaborazione con le aziende del territorio. La nostra produzione non è paragonabile al distretto della Brianza ma qui continuiamo una tradizione di falegnameria e arredamento su misura». Rossetti definisce il mobilificio un «laboratorio artigianale dove lavorano meno di 10 operai». Il basso Salento era un distretto manifatturiero con una tradizione nella lavorazione del legno e delle calzature. Sikalindi si inserisce all’interno di un contesto locale dove i saperi non sono stati dispersi dalla crisi economica e dalla chiusura di numerose aziende: «Si cerca di lavorare come un piccolo distretto dove ognuno fa la sua parte», afferma Rossetti.

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