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Dallo spreco di valore a una nuova filiera produttiva circolare

La moda segue la contrazione dei cicli produttivi per rispondere alle scadenze temporali, con un 30-70% di prodotto senza scopo. Il protocollo Waste Couture spiegato da Rossana Diana

Rossana Diana, presidente dell’associazione Web Fashion Academy e autrice del progetto Waste Couture, interviene sul vortice della produzione nel settore moda. «All’alba degli anni Duemila, dopo aver vissuto per anni nella macchina industriale della moda (al fianco della stilista inglese Vivienne Westwood, poi Renzo Rosso ndr), si stava dando più attenzione al prodotto a scapito dello stile», racconta. Inizia a studiare filosofia, economia e fisica. Materiali organici e sostenibili iniziavano già a diffondersi nel 2009. «Anche i prodotti riciclati non mi davano una risposta. Volevo trovare una soluzione che rispondesse al principio di circolarità. I materiali bio o riciclati sono sintomo di un problema del sistema, sono altri ‘prodotti’, se inseriti in un ciclo inadeguato. Occorre definire una linea di controllo sulla filiera e riabilitare i cicli produttivi. La sostenibilità è solo una strategia di marketing delle aziende», sottolinea. 

Lo spreco di valore: tutto ciò che esiste prima della creazione di un prodotto (ufficio stile, commerciale, prodotto) e tutto ciò che ne consegue (aziende tessili che processano le materie prime, distributori, consumi) deve essere coerente con il fine del restituire. «Economia circolare non significa fare azioni sporadiche nell’economia lineare, ma creare un nuovo percorso che nasce e corre su altre logiche». Dopo aver considerato modelli di produzione per la moda, Rossana Diana calcola che lo scarto di valore (cioè non un materiale di livello inferiore o di scarto ma materie prime di pari qualità non utilizzate dalle aziende di moda) varia dal trenta al settanta percento. «Con la contrazione dei cicli produttivi rimangono fermi dei tessuti che non sono scarti – ma in corsa si perde l’attenzione e l’unico obiettivo è arrivare alla prossima data di scadenza, alla prossima stagione. Il valore dello spreco è connesso al valore del tempo, che non rispettiamo più. Se dobbiamo essere più forti e veloci dell’altro non possiamo rispettare neanche l’ambiente e il prossimo».

Waste Couture è un protocollo attraverso cui azioni rispettose dell’ambiente e del suo ecosistema e prodotti naturali si uniscono a prodotti certificati. Diviso in tre parti, Waste Couture elenca una serie di specifiche e metodi di sviluppo che garantiscono l’esecuzione del ciclo chiuso di produzione e che per essere tali, devono anche essere aggiornate nel tempo e devono essere monitorate in ogni sua fase attraverso un sistema di blockchain (seguito da una società di intelligenza artificiale esterna, A.I. Value). La terza parte – strutturata nel gennaio 2019 – è dedicata ai tessuti (forsaken fabrics), ai materiali (forsaken materials) e ai filati e fili (forsaken yarns) di valore. Per essere definiti tali devono essere tessuti, materiali o filati già esistenti che non abbiano vissuto il loro primo ciclo di vita (mai utilizzati). Devono avere una produzione tracciabile di aziende tessili qualificate (europee o di origine preferenziale) e che siano attestate da certificazioni che riguardano il rispetto ambientale, l’etica e la responsabilità sociale. Se già tinti devono poter essere trattati solo con sovratinture e decolorizzazioni che possono essere eseguite senza l’uso di sostanze chimiche o stampati con coloranti biologici certificati. 

Per la fase dei finissaggi, i procedimenti devono prevedere il minor impatto energetico o provenire da tecnologie alimentate da energie rinnovabili e che non includano l’utilizzo di sostanze derivate dal petrolio, poliuteranici, siliconici, chimiche sbiancanti o solventi. L’attenzione alla sostenibilità di ogni elemento che costituisce il prodotto finito si evidenzia nelle specifiche dei forsaken materials che includono anche bottoni, fibbie, cinture che devono provenire da fibre, fiocchi, ovattine di origine vegetale, animali e marine; legno, sughero, corozo, madreperla, pelle di animale a concia vegetale e finita a cera d’api (in totale assenza di metalli pesanti) o pelle animale solo se derivata da scarto dell’industria alimentare. Metalli come rame, alluminio, reutenio, palladio, titanio o metalli in lega: alpacca, ottone, zama e acciaio. I tessuti, i materiali o i filati che seguiranno queste (e molte altre) direttive, potranno ottenere il marchio depositato Wastemark ed essere etichettabili con il logo del progetto. Riconoscibile, femminile (come la sua ideatrice) e un po’ punk, si tratta di una corona – simbolo per antonomasia del lusso e della sua superiorità – con degli occhiali da vista – che indicano la visione e il pensiero alla base di Waste Couture. 

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Vivienne Westwood e Newport per Wastemark. Courtesy Venette Waste

Questa parte del protocollo è stata condivisa fin dai suoi inizi da un network di aziende del mondo del tessile tra cui Clerici Tessuto, Mario Bellucci, Faliero Sarti. Gli scarti di valore della loro produzione sono diventate campionature di un modello circolare, che hanno iniziato un iter di conoscenza tra i vari brand interessati al progetto. «Designer hanno già usato il protocollo tre per delle collezioni, tra questi Vivienne Westwood, Caterina Moro (che ha dato vita a un tessuto dimenticato di Erica Tessile, ha recuperato lamine in legno da una foresta certificata Blueitaly e le ha poi ricamate su un tessuto che era stato valorizzato con una stampa bio insieme al Gruppo Clerici ndr), Bav Tailor (che ha realizzato un materiale composto con le foglie della pianta orecchie di elefante e che ha seguito un percorso a basso impatto ambientale ndr), Letizia Cruciani e Wrad Living», continua Diana.

Le parti uno e due del protocollo, strutturate in seguito alla parte tre, contengono le specifiche per ottenere il ciclo chiuso di produzione per le aziende manifatturiere, i brands, gli uffici stile e prodotto (protocollo parte uno); mentre le specifiche per le aziende tessili, le filature e per le aziende che effettuano lavorazioni tecnologiche sui tessuti (fanno parte del secondo). Questi controlli all’inizio e alla fine del ciclo produttivo consentiranno, se rispettati, l’uso del label Wastermark 100% zero waste. «Zerowaste indica un prodotto fatto con nuove filiere produttive, è un’etichetta più importante perché definisce il cambio di paradigma. Si tratta di prodotti nuovi che seguono tutti i processi del protocollo. Le nostre verifiche si spingono fino a dentro l’ufficio stile, noi entriamo e diamo indicazioni al designer su come fare il carta-modello, entriamo nella produzione per capire quali sono le aziende da scegliere, secondo un distretto produttivo territoriale», spiega Diana. Uno degli scopi di Waste Couture è anche quello di riabilitare i distretti, favorendo la vicinanza delle aziende produttive e le sinergie che possono nascere tra ambienti e materiali virtuosi. Entro fine anno, partirà la prima filiera di economia circolare per la moda nel rispetto del protocollo Waste Couture.

Come fa un’azienda a ottenere la certificazione? «Ci deve contattare – al momento tra gli operatori che vogliono partecipare c’è riservatezza. Inizia un processo di conoscenza dell’azienda e informativo da parte nostra. L’iter della certificazione è riconosciuto da una terza parte che mantiene l’imparzialità su tutto il lavoro». Waste Couture con il supporto dello studio Costanzo & Associati, facilita l’accesso ai fondi europei a sostegno di aziende che collaborino con il progetto. Quando un’azienda decide di approcciarsi alla certificazione, questa non è obbligata a cambiare subito tutto il processo – da lineare a circolare. Il protocollo inizia a operare come esperienza produttiva a latere che realizza un prodotto «potabile, che permetta di capire il cambio di paradigma culturale necessario per rivoluzionare la filiera e che dimostri la riduzione degli sprechi e quindi dell’impatto ambientale».

La certificazione, può essere preceduta da un percorso di consulenza, svolto dai partner selezionati e ha un costo definito in base all’esame di verifica dell’azienda interessata. Wastemark non vuole essere un’altra certificazione, ma una certificazione ‘contenitore’. «Le certificazioni non possono rappresentare un limite all’economia circolare e non possono diventare loro stesse una distorsione del sistema». Rossana Diana ha sviluppato anche un’accademia per rispondere alla domanda di figure professionali esperte che possano seguire questi passaggi alla circolarità nelle aziende. Nella WebFashionAcademy si formano i prossimi ‘certificatori’. «Così come cambia la moda, cambiano anche le sue professioni. L’Academy forma i Fashion Auditor della moda per l’economia circolare. Queste figure, dopo un attento studio (degli standard e di tutte le certificazioni) dovranno sostenere anche un esame tramite una terza parte (Intertek) e otterranno la conseguente iscrizione all’Albo degli Auditor qualificati secondo ISO-17065».

Se il punto di partenza è lo scarto di valore, che per essere considerato come tale e per ottenere la certificazione Wastemark 100% zerowaste deve già di partenza seguire prospettive sostenibili, che ne sarà dello scarto di produzione di tutte le altre industrie e aziende che oggi non rispondo a questi criteri? «Le aziende responsabili della realizzazione del prodotto sono responsabili anche della fine del suo ciclo di vita. Il consumatore diventa parte attiva della filiera e quando vorrà liberarsi del suo capo dovrà restituirlo all’azienda originaria così da poterlo riutilizzare per altri scopi. Chi produce scarto autentico, con difetti impossibili e non recuperabili, dovrà impegnarsi a tracciare un percorso di smaltimento corretto, nel rispetto dell’ambiente».

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