Studio Wok. Casa di Campagna al Chievo, Verona 2018. Foto Simone Bossi

Studio Wok: “Non siamo uno studio di interni”

Marcello Bondavalli, Nicola Brenna e Carlo Alberto Tagliabue di Studio Wok raccontano un approccio anti-ideologico all’architettura, tra paesaggio, materiali naturali e domesticità degli spazi

Studio Wok non vuole essere definito uno studio di interni. Anche se negli ultimi anni il suo immaginario è circolato attraverso appartamenti milanesi come Walnut Flat e Casa in Cinque Giornate, uffici come QuadroDesign HQ e Orsero HQ, e luoghi dell’hospitality come Pan, Farini Bakery e Section 80, Marcello Bondavalli, Nicola Brenna e Carlo Alberto Tagliabue lo chiariscono subito: anche in un interno il loro è un approccio architettonico, non decorativo. Il loro riferimento è Vico Magistretti: «Metto una struttura tale che caratterizzi la casa, non come moda ma come spazio. Anche se poi la riempiono di porcherie non ha rilevanza: la struttura della casa reggerà».

Studio Wok non vuole essere identificato nemmeno come uno «studio sostenibile». La sostenibilità, dicono, è una parola abusata, quasi svuotata. Non basta rispettare gli standard tecnici, né aggiungere verde: il tema passa dal rapporto con il paesaggio, dalla capacità dell’edificio di funzionare senza affidarsi all’impiantistica; dai muri in ciottoli riportati alla luce, dal legno usato per ragioni costruttive e contestuali, dal digestato bovino come legante della terra battuta.

L’unica posizione che rivendicano è quella anti-ideologica. Ogni scelta deve essere necessaria al progetto: vale per la sostenibilità, per la fotografia, per i materiali, per quella morbidezza degli spazi che spesso viene letta come stile, ma che nel loro caso è architettura. È un’attitudine che emerge anche nel modo in cui parlano: si interrompono, si correggono, si finiscono le frasi a vicenda. Studio Wok non è un brand, ma un pensiero costruito in più voci.

Sostenibilità senza ideologia: paesaggio, materiali e buon senso progettuale

LA: Il vostro approccio alla sostenibilità non riguarda solo l’impiantistica. Parlate di paesaggio, materiali, contesto.

Marcello Bondavalli: Tutti i nostri nuovi edifici sono in classe A, ma non è su quello che facciamo comunicazione. Il paesaggio italiano è già stato abbastanza devastato: intervenire richiede sensibilità.

Nicola Brenna: Ed etica.

Marcello Bondavalli: Che non vuol dire essere mimetici. Significa reinterpretare ciò che esiste: recuperare alcuni elementi del contesto, innovarli dove possibile. Le ville del Palladio erano gesti muscolari, ma il paesaggio allora era vuoto — gli edifici diventavano paesaggio loro stessi. Oggi il paesaggio è pieno: bisogna essere più delicati.

Marcello Bondavalli: Nella Casa di campagna al Chievo c’era molto intonaco anni Settanta sopra muri in sasso — ciottoli di fiume e ciottoli morenici, tipici del Lago di Garda. La prima operazione è stata riportare quei muri alla luce e riaprire un arco che era stato chiuso. Già questo ha ristabilito un rapporto con il contesto. Lo stesso a Cascina Otto, nelle Langhe: pietra di Langa, coerente con i muri a secco dei terrazzamenti. Abbiamo riportato alla luce quelle murature, tolto le superfetazioni, inserito elementi contemporanei in cemento armato a vista — casserati con OSB, pigmentati per metterli in relazione con la pietra.

Nicola Brenna: Cerchiamo un edificio contemporaneo e atemporale — anche se sembra un ossimoro. C’è una frase di Zumthor che ci guida: progettare edifici che può  sembrare siano lì da sempre, capaci di fondersi con il paesaggio.

Nicola Brenna: Senza ideologia. Le ville sul Garda sono in cemento: c’erano motivazioni pratiche, costruttive, di linguaggio. In altri contesti lavoriamo con il legno — edifici nel bosco, cantieri difficili, dove serve leggerezza anche per la logistica. In alcuni casi bisogna arrivare con l’elicottero. Il principio è: quando ha senso, scegliamo il materiale più coerente.

Digestato, rammed earth e circolarità: il progetto Palazzetto

Nicola Brenna: Stiamo progettando un edificio per uffici per un’azienda nata come allevamento per il Consorzio Granarolo Alta Qualità. Avendo molti scarti organici, hanno costruito un impianto di biometano che sfrutta la fermentazione di quegli scarti — hanno fatto deviare persino la linea del gasdotto fino a Milano. Da grandi silos esce un tubicino giallo che si collega alla rete: economia circolare reale.

Nicola Brenna: Vogliamo che l’edificio racconti questa circolarità. Stiamo provando a costruirlo in rammed earth — terra battuta — mescolando il digestato, che funziona bene come legante e impermeabilizzante. L’idea è usare anche terra di scavo. La sfida è farlo senza scadere nell’estetica della bioarchitettura, che spesso ha poco a che fare con il linguaggio dell’architettura.

Carlo Alberto Tagliabue: La terra battuta non è scelta solo per il digestato. Siamo in pianura, zona con terra argillosa, dove gli edifici sono tradizionalmente in mattoni di terracotta. Volevamo reinterpretare quel legame senza limitarci al mattone, che sarebbe stato troppo vernacolare.

Marcello Bondavalli: Molte scelte non nascono da ideologia ma da buon senso. Come orienti una casa, come usi l’esposizione: già lì hai fatto metà del lavoro. Quello che ci infastidisce sono gli edifici considerati sostenibili perché compensano una progettazione debole con un apparato impiantistico forte.

Quando la natura entra nel progetto: mimetismo, contesto e paesaggio costruito

LA: La natura nei vostri progetti non è aggiunta, è strutturale. Come funziona concretamente?

Nicola Brenna: Se il contesto è naturale, la natura c’è già. L’edificio è edificio, la natura è natura: devono convivere. L’elemento vegetale non deve mascherare l’architettura.

Nicola Brenna: Nelle sei ville sul Garda l’edificio contribuisce a costruire il paesaggio: si inserisce nei terrazzamenti con tetti verdi veri, spessore di terra importante. Quasi scompare. Stiamo progettando una villa ad Argegno, lago di Como, in un terreno nel bosco con molti castagni. Struttura in legno, rivestimento in legno bruciato con tecnica giapponese, tetti verdi. Ha un portico che ombreggia le grandi vetrate — così non diventano specchi.

Nicola Brenna: È un edificio che si mette in contrasto con il contesto per integrarsi meglio: risponde a un tessuto mediocre di intonaci colorati. Il paradosso è che abbiamo dovuto lottare con la commissione del paesaggio per fare un edificio più integrato nel paesaggio.

Non interior design, ma architettura alla scala dell’interno

LA: Come si traduce concretamente il vostro approccio alla scala dell’interno?

Carlo Alberto Tagliabue: Affrontiamo tutti i progetti nello stesso modo: una stanza o un edificio più grande. Conta il rapporto con il contesto e con chi abita lo spazio. Non progettiamo fondali, non facciamo scenografie. Progettiamo dispositivi dell’abitare, a piccola o grande scala.

Carlo Alberto Tagliabue: Per noi progettare è progettare un’esperienza, un percorso, degli scorci. Ci immedesimiamo nel fruitore: che percorso fa per entrare in una stanza? Come arriva la luce? I volumi vengono calibrati su quell’esperienza. È quasi uno storyboard.

Nicola Brenna: In Pan abbiamo rifatto le facciate, creato grandi serramenti, riqualificato il fronte urbano. Il serramento è diventato un diaframma tra interno ed esterno — con la panca interna e la panca esterna. Dall’interno ti senti proiettato verso la città; dall’esterno hai un rapporto con ciò che succede dentro. Nei progetti privati cerchiamo sempre una restituzione quasi pubblica.

Marcello Bondavalli: Al Master di Interior Design alla SPD cerchiamo di insegnare questo: disegnare un interno non significa scegliere superfici e colori. Significa disegnare lo spazio. Altrimenti è decorazione.

Marcello Bondavalli: Magistretti diceva che le case devono essere qualificate dagli spazi, non dalla moda. Una casa senza tempo: uno ci porta i mobili della nonna, vent’anni dopo il figlio ci mette i suoi. Se la casa regge spazialmente, funziona davvero.

Nicola Brenna: Sulle case cerchiamo misura ed equilibrio. Lo spazio deve diventare uno scenario per la vita quotidiana: una persona si sente libera di non aggiungere nulla, ma non si sente in uno spazio vuoto. Può riempirlo con la propria personalità e modificarlo nel tempo.

Marcello Bondavalli: Non amiamo l’idea di casa museo — penso a certe case di Scarpa, dove non puoi spostare una sedia senza alterare tutto. Cerchiamo case generose. Se lo spazio funziona e gli elementi sono dosati come scenari, tutto il resto può cambiare senza che la casa perda identità.

Carlo Alberto Tagliabue: Ci piace lasciare apertura nel progetto. Chi lo abita lo caratterizza, lo modifica, lo vive.

Studio Wok. Casa Funeraria Luce, Trezzo sull’Adda 2023. Foto Simone Bossi
Studio Wok. Casa Funeraria Luce, Trezzo sull’Adda 2023. Foto Simone Bossi

La morbidezza non è uno stile: luce, atmosfera e domesticità

Marcello Bondavalli: Magistretti sembrava meno di quello che era — un classico understatement milanese. Non si poneva come intellettuale, ma diceva sempre cose giuste, mirate. È riuscito a muoversi dal prodotto alle case fino all’architettura del paesaggio. Le case rosse di Framura, il deposito ATM a sud di Milano — architettura di paesaggio incredibile, che vedi vibrare dal finestrino in autostrada.

Nicola Brenna: Non c’è mai una ricerca esplicita di morbidezza. La morbidezza la dà l’atmosfera, e la luce naturale. Più che morbidezza, cerchiamo domesticità — e proviamo a portarla anche in luoghi che non sono propriamente domestici.

Marcello Bondavalli: Non c’è un dogma. Section 80 non è domestico: è quasi uno spazio urbano interno. Pan Deli è molto spigoloso — è il rosso che lo scalda. Negli ultimi anni siamo cambiati: i nostri primi progetti erano più caldi in senso tradizionale. Ci siamo un po’ imbastarditi.

Carlo Alberto Tagliabue: Quella che chiami morbidezza non è nei materiali. Anche Pan, con geometrie molto dure, mantiene un’atmosfera. La betulla c’era lì come c’era al Chievo: il materiale non è cambiato, cambia come viene usato. Cerchiamo sempre di lavorare sull’atmosfera: quando sei dentro non devi volerti alzare. Non è la boiserie o il tessuto a rendere uno spazio domestico — è la luce.

Section 80 e il progetto della durezza urbana

LA: Section 80 — ci abito vicino, ho visto lì una proiezione su Mark Fisher. Non sapevo foste stati voi.

Carlo Alberto Tagliabue: Section 80 è una casa di produzione. Il committente voleva un bar che fosse un’estensione della loro attività, con un grande schermo. Quello schermo è diventato una parete LED, parte principale del progetto. Con una componente digitale così forte, tutto ha seguito quella direzione: ambiente urbano, veloce, un po’ duro. La luce artificiale è diventata centrale.

Carlo Alberto Tagliabue: La forma del locale era complessa, molto acuta. Dalle vetrine vedi attraverso il locale la città, il tram di via Farini. All’inizio volevamo portare dentro l’asfalto. Poi abbiamo lavorato su scorci interni: appena svolti l’angolo c’è una parete di tubi spiro zincati che riflettono la luce in modo diverso.

Carlo Alberto Tagliabue: Il nostro filone è l’abitare: luoghi dove le persone si fermano, stanno, vivono una permanenza. Poi ci sono casi come Section 80, dove l’esigenza era diversa. Ma anche lì, alla fine, la gente si ferma.

Gli interni stanno dando un volto a Milano?

LA: Quanto gli interni — ristoranti, uffici, locali — stanno contribuendo all’immaginario della città?

Marcello Bondavalli: C’è il rischio dell’omologazione. Pensa a tutti i listening bar nati nello stesso momento. Instagram e la comunicazione veloce influenzano rapidamente le scelte estetiche. Da un lato è bello comunicare, dall’altro si rischia un circolo vizioso.

Carlo Alberto Tagliabue: Molte persone percepiscono palazzi ed edifici come sfondo. I locali, invece, li vivono. La proliferazione di spazi con una certa qualità progettuale, anche se omologata, costruisce un immaginario. Nel ricordo di una città ti rimane l’idea di aver frequentato spazi accoglienti. Sono spazi privati — ma contribuiscono alla percezione urbana.

Nicola Brenna: L’iter giusto sarebbe l’opposto: prima la bella piazza, poi le attività intorno. Qui a volte succede il contrario: aprono locali, si crea movimento, la gente occupa il marciapiede, e allora la politica capisce che serve uno spazio pubblico migliore.

Milano: stimolo, concorrenza e mancanza di spazio

LA: Difficoltà e opportunità di avere lo studio a Milano.

Marcello Bondavalli: È stimolante e comodo. C’è molta concorrenza, ma proprio questo rende Milano interessante: attrae collaborazioni di qualità. Abbiamo collaboratori bravissimi senza i quali i nostri progetti non sarebbero così — a Milano è più facile trovarli.

Carlo Alberto Tagliabue: Quello che Milano sacrifica è lo spazio. Sentiremmo il bisogno di superfici più generose per sperimentare, costruire mockup, tenerli vicino, modificarli. Questa dimensione artigianale Milano non la consente — o meglio, la consente se sei molto ricco.

Marcello Bondavalli: Forse un quarto dei nostri progetti è a Milano. Il resto è in giro per l’Italia. Ci piace: ci permette di confrontarci con contesti sempre diversi. Bello, ma faticoso.

Fotografia d’autore e immagini non abitate

LA: Avete un’immagine molto curata. C’è molta attenzione nel modo in cui rappresentate i progetti.

Marcello Bondavalli: È stata una scelta chiara fin dall’inizio. Anche per i primi appartamenti piccoli, abbiamo sempre voluto belle fotografie. Siamo arrivati presto su Instagram, quando molti studi non lo usavano ancora. Questo ci ha permesso di crescere — non solo per merito, ma anche perché eravamo tra i primi.

Marcello Bondavalli: Abbiamo cercato di parlare non solo agli architetti — come spesso facciamo per sentirci più intelligenti — ma anche a un pubblico più ampio. Un linguaggio coerente con la nostra estetica, ma comprensibile. Anche alla sciura Maria. Alla fine sono quelle persone che ti affidano i lavori.

Carlo Alberto Tagliabue: Con i fotografi con cui collaboriamo — Simone Bossi, Marcello Mariana, Francesca Iòvene, Federico Villa — la ricerca è molto precisa. Non cerchiamo la bella foto fine a se stessa. Noi progettiamo per scorci, sensazioni, atmosfere. Quelle immagini devono far percepire un’aura — quella che avevamo immaginato progettando.

Nicola Brenna: Soprattutto perché non sono abitate.

Carlo Alberto Tagliabue: Trasmettono il pensiero del progetto senza doverlo scrivere o urlare. Le fotografie sono lì, nude, davanti al pubblico.

Studio Wok come atelier, non come nome proprio

LA: Come è organizzato lo studio?

Marcello Bondavalli: Siamo tre soci, ma stiamo crescendo. Non immaginiamo di diventare un grande studio. Vogliamo strutturarci come un vero atelier.

Nicola Brenna: Oggi siamo qui noi tre perché siamo i soci fondatori — i frontman, in un certo senso. Ma più lo studio crescerà, più ci saranno persone che avranno preso parte al processo progettuale. Lo studio è Studio Wok, indipendentemente dai nomi di chi l’ha fondato.

Marcello Bondavalli: Anche il nome è nato con questa idea: non dare allo studio una personificazione troppo precisa. Non siamo «Bondavalli, Brenna e Tagliabue Architetti». Studio Wok è un contenitore, una ricerca progettuale capace di crescere attraverso altre persone.

Insegnare habitat: il Master di Interior Design alla SPD

LA: Che approccio avete con gli studenti al Master?

Nicola Brenna: Lo stesso che abbiamo in studio. È un Master of Arts: ragazzi con almeno una laurea triennale, alcuni già professionisti, profili internazionali. Sedici mesi: i primi sette di didattica full time, circa 540 ore, divise in quattro moduli. L’ultimo — Habitats — lo seguiamo direttamente noi, con una commessa simulata.

Marcello Bondavalli: Ognuno ha la propria idea di habitat. Il nostro compito è dare strumenti per costruirsela, attraverso il progetto. Aiutiamo gli studenti a essere coerenti con la loro idea — che può essere diversa dalla nostra.

Carlo Alberto Tagliabue: L’idea di spazio intimo cambia moltissimo da cultura a cultura. Per alcuni è uno spazio di un metro per un metro, per altri dieci per dieci. Habitat non può essere un concetto univoco, altrimenti è standardizzato.

Non diventare manieristi: i prossimi obiettivi di Studio Wok

LA: Quali sono i prossimi obiettivi? Anche utopici.

Nicola Brenna: Continuare nella direzione che lo studio ha tracciato, affinarla. Migliorare il lavoro, i processi, la metodologia. Trovare progetti stimolanti con committenti affini. Siamo contenti di quello che facciamo — vorremmo riuscire a farlo meglio, con più serenità. E anche meglio pagati.

Carlo Alberto Tagliabue: Ci sono temi su cui vorremmo lavorare di più. L’hospitality intesa come accoglienza vera — non il settore alberghiero in sé, ma i luoghi in cui accogli qualcuno, gli fai vivere un’esperienza, orienti la percezione di un contenuto. Cantine, musei, spazi ibridi.

Carlo Alberto Tagliabue: Mi piacerebbe essere sorpreso. Ci è capitato di progettare una casa funeraria — non sapevamo come approcciarci, ed è stato bellissimo. Magari arriverà un progetto che non immaginiamo e che sposterà la direzione dello studio.

Nicola Brenna: Non vogliamo sederci. Non vogliamo diventare manieristi, ripetere formule già usate. Anche fare una casa in montagna è diverso dal farla in pianura. È sempre una casa, ma per noi cambia tutto.

Marcello Bondavalli: Ci piacerebbe lavorare di più all’estero. Non l’abbiamo mai fatto davvero. Potrebbe accentuare questa dimensione di sorpresa e contaminazione.

Studio Wok. QuadroDesign HQ - Cabina, San Maurizio D’Opaglio 2024. Foto Marcello Mariana
Studio Wok. QuadroDesign HQ – Cabina, San Maurizio D’Opaglio 2024. Foto Marcello Mariana
Studio Wok. Orsero HQ, Milano 2022. Foto Marcello Mariana
Studio Wok. Orsero HQ, Milano 2022. Foto Marcello Mariana
Studio Wok. PAN Deli, Milano 2026. Foto Simone Bossi
Studio Wok. PAN Deli, Milano 2026. Foto Simone Bossi
Studio Wok. Walnut Flat, Milano 2021. Foto Simone Bossi
Studio Wok. Walnut Flat, Milano 2021. Foto Simone Bossi
Studio Wok. A Landscape Tale, Castion Veronese on-going. Foto Francesca Iovene
Studio Wok. A Landscape Tale, Castion Veronese on-going. Foto Francesca Iovene
Studio Wok. Casa sul lago di Lugano, 2022. Foto Marcello Mariana
Studio Wok. Casa sul lago di Lugano, 2022. Foto Marcello Mariana
Studio Wok. QuadroDesign HQ - Uffici, San Maurizio D’Opaglio 2022. Foto Marcello Mariana
Studio Wok. QuadroDesign HQ – Uffici, San Maurizio D’Opaglio 2022. Foto Marcello Mariana
Studio Wok. PAN, Milano 2023. Foto Simone Bossi 01
Studio Wok. PAN, Milano 2023. Foto Simone Bossi
Studio Wok. WAO Kitchen, Milano 2026. Foto Francesca Iovene
Studio Wok. WAO Kitchen, Milano 2026. Foto Francesca Iovene
Studio Wok. Casa sul lago di Lugano, 2022. Foto Marcello Mariana 01
Studio Wok. Casa sul lago di Lugano, 2022. Foto Marcello Mariana
Studio Wok. Contrada Campan, Lessinia on-going. Foto Simone Bossi 01
Studio Wok. Contrada Campan, Lessinia on-going. Foto Simone Bossi
Studio Wok. A Landscape Tale, Castion Veronese on-going. Foto Francesca Iovene
Studio Wok. Farini Bakery, Milano 2024. Foto Simone Bossi
Studio Wok. Farini Bakery, Milano 2024. Foto Simone Bossi
Studio Wok. Contrada Campan, Lessinia on-going. Foto Simone Bossi
Studio Wok. Contrada Campan, Lessinia on-going. Foto Simone Bossi
Studio Wok. Casa di Campagna al Chievo, Verona 2018. Foto Simone Bossi
Studio Wok. Casa di Campagna al Chievo, Verona 2018. Foto Simone Bossi
Studio Wok. Section80 Bar, Milano 2024. Foto Federico Villa studio
Studio Wok. Section80 Bar, Milano 2024. Foto Federico Villa studio
Studio Wok. A Landscape Tale, Castion Veronese on-going. Foto Francesca Iovene
Studio Wok. A Landscape Tale, Castion Veronese on-going. Foto Francesca Iovene
Studio Wok. Cascina Otto, Cossano Belbo 2021. Foto Simone Bossi
Studio Wok. Cascina Otto, Cossano Belbo 2021. Foto Simone Bossi
Studio Wok. Cascina Otto, Cossano Belbo 2021. Foto Simone Bossi 01
Studio Wok. Cascina Otto, Cossano Belbo 2021. Foto Simone Bossi
Studio Wok. Casa di Campagna al Chievo, Verona 2018. Foto Simone Bossi
Studio Wok. Casa di Campagna al Chievo, Verona 2018. Foto Simone Bossi
Studio Wok. QuadroDesign HQ - Cabina, San Maurizio D’Opaglio 2024. Foto Marcello Mariana
Studio Wok. QuadroDesign HQ – Cabina, San Maurizio D’Opaglio 2024. Foto Marcello Mariana
Studio Wok. Section80 Bar, Milano 2024. Foto Federico Villa studio 01
Studio Wok. Section80 Bar, Milano 2024. Foto Federico Villa studio