Il corpo che si allena per essere guardato nelle palestre all’aperto di Milano

Da Coni Zugna a City Life, passando per Villaggio Argonne e Parco Nord, lo street workout milanese rilegge una liturgia del corpo esposto che va dal ginnasio greco allo Stadio dei Marmi fino a Demna Gvasalia

Alle sette di sera, quando la luce si abbassa e l’asfalto restituisce ancora il calore del giorno, a Coni Zugna un uomo si issa su una sbarra e la pelle gli si tende sopra i muscoli come una seconda pelle bagnata. Chi è seduto sulla panchina di fronte lo sa altrettanto bene, e per questo resta seduto un minuto più del necessario. È questa la condizione in cui vive oggi il fitness pubblico a Milano – tra City Life, Coni Zugna e il nuovo Villaggio Argonne – un’economia del corpo fondata su sangue, sudore e desiderio. L’attrezzo pubblico, gratuito, sempre acceso, riattiva ogni sera questa liturgia senza chiedere permesso a nessuno.

Chi si allena sa di essere guardato, e costruisce l’allenamento in funzione di quello sguardo: voyeurismo performativo. La pausa tra una serie e l’altra, la maglietta tolta a metà set, il gesto di asciugarsi il collo con lentezza calcolata sono coreografia. Il fitness pubblico a Milano ha trasformato l’attrezzo da ginnastica in un piccolo palco, e chi ci sale lo sa.

Arnold Schwarzenegger with Franco Columbo showing off, 1977

La palestra è nata nuda: il ginnasio greco e il corpo come opera

Il termine stesso lo confessa. Palestra viene dal greco palaistra, dal verbo che significa lottare corpo a corpo: era lo spazio, annesso al ginnasio, dove i giovani si allenavano nudi sotto lo sguardo di maestri e spettatori. Il ginnasio greco – da gymnos, nudo – era un teatro pubblico del corpo maschile, dove l’atletica era insieme educazione civica ed esibizione erotica.

Michel Foucault, in L’uso dei piaceri, secondo volume della Storia della sessualità, ricostruisce come nella Grecia classica la cura del corpo – l’allenamento, la dieta, la ginnastica – fosse indistinguibile dalla cura di sé come soggetto morale ed estetico: il corpo allenato era bello perché era virtuoso, ed era virtuoso perché altri potevano guardarlo ed esserne persuasi. Kenneth Dover, nel suo studio sull’omosessualità greca, documenta quanto il ginnasio fosse anche un luogo di corteggiamento dichiarato, dove lo sguardo sul corpo giovane e atletico era parte integrante della cultura pedagogica. Il canone di Policleto, che nel Doriforo fissa le proporzioni ideali del corpo virile, codifica un desiderio collettivo che la statuaria doveva rendere permanente, ripetibile, venerabile.

La palestra all’aperto milanese, con le sue sbarre e i suoi attrezzi fitness da strada – quello che nel lessico tecnico si chiama street workout – discende da questa stessa radice: uno spazio pubblico dove il corpo si costruisce proprio perché altri lo guardano costruirsi.

Athlete with Stone by Aroldo Bellini from the Province of La Spezia. Photography George Mott

Roma, il marmo, il Duce: quando lo Stato ha scolpito il desiderio

Quella grammatica greca del corpo esibito, Roma la eredita e la moltiplica nei mosaici pavimentali delle terme – ad Ostia, alle Terme di Caracalla – dove atleti nudi, lottatori, pugilatori occupano il pavimento su cui i cittadini camminavano ogni giorno, rendendo l’esaltazione del corpo virile un arredo quotidiano. È un’iconografia che l’Italia del Novecento riscopre e piega a un uso esplicitamente politico.

Al Foro Italico di Roma – nato Foro Mussolini – il regime fascista fa costruire lo Stadio dei Marmi, corona di sessanta statue di atleti nudi, alte quattro metri ciascuna, donate da altrettante province italiane: un intero stadio dedicato al corpo maschile come icona dello Stato. Lungo il Piazzale dell’Impero, i mosaici bianchi e neri disegnati da Gino Severini ripetono all’infinito la stessa liturgia – atleti, lottatori, nuotatori – riprendendo deliberatamente la tecnica e l’iconografia delle terme romane per legittimare, attraverso il corpo scolpito, l’ideologia della razza forte e del nuovo uomo fascista. Il sangue, qui, è la retorica esplicita del regime, che parla di sangue, sacrificio, virilità come fondamento della nazione – e usa il marmo per renderla eterna.

Quello che nel ginnasio greco era desiderio condiviso, a Roma fascista diventa propaganda scolpita. Il meccanismo visivo resta identico: un corpo maschile esposto, immobile, perfetto, costruito per essere guardato da tutti allo stesso modo.

Il fascismo cade, e con esso cade la legittimità politica di quel marmo. Il linguaggio visivo che aveva codificato – il corpo mascolino esposto come oggetto di ammirazione collettiva – sopravvive, secolarizzato, nella cultura del bodybuilding che si sviluppa nel dopoguerra tra le palestre di Muscle Beach, nelle pubblicità di Charles Atlas che promettevano di trasformare il gracile in torso scolpito, e più tardi nel culto hollywoodiano costruito attorno ad Arnold Schwarzenegger. Quando negli anni Ottanta il fitness esce dalle federazioni sportive ed entra nel mercato di massa delle palestre commerciali, il corpo perfetto diventa un prodotto. Gli anni Duemila portano quella stessa iconografia, ormai priva di ideologia e piena di merce, al suo apice commerciale.

Un altela allo Stadio dei Marmi di Roma

Il Duemila e il corpo perfetto in vendita: Gucci, Tom Ford, Dolce & Gabbana, Abercrombie & Fitch

Nel passaggio al mercato pubblicitario, quella stessa iconografia perde lo Stato come committente e trova un padrone più efficiente: il desiderio di consumo. Gli anni Duemila sono il decennio in cui il corpo maschile perfetto diventa merce dichiarata. Abercrombie & Fitch, con le campagne fotografate da Bruce Weber, trasforma commessi e modelli a torso nudo in vetrina permanente. Dolce & Gabbana costruisce un intero immaginario mediterraneo fatto di petti oliati e sabbia. Gucci, sotto la direzione di Tom Ford, fa del corpo scolpito e sessualizzato – maschile e femminile insieme – la propria identità commerciale: si diceva che Gucci in quegli anni vendesse sesso senza preoccuparsi dello scandalo, e che fosse proprio questo a renderla prospera.

Susan Bordo, in The Male Body, osserva che il corpo maschile muscoloso diventa in questi anni oggetto di consumo visivo esattamente come lo era sempre stato il corpo femminile, arrivando più tardi, e con più resistenza culturale, al medesimo mercato dello sguardo. Il fitness pubblico contemporaneo eredita direttamente questa merce: gli attrezzi fitness dello street workout milanese producono un’immagine vendibile – sui social prima ancora che in vetrina – costruita sullo stesso canone che Abercrombie e Tom Ford avevano già confezionato vent’anni prima.

Demna e il ritorno al tempio: la statuaria torna in passerella

Il debutto di Demna Gvasalia alla guida di Gucci dimostra, con ironia perfetta, la persistenza di quella grammatica classica. Per la sua prima sfilata completa, presentata a Milano nel febbraio 2026, lo stilista ha fatto costruire un tempio romano immaginario dentro un enorme spazio industriale, popolato da dieci riproduzioni monumentali di statue classiche – tra cui la dea Niobe e il giovane imperatore Marcello – ispirate a una visita agli Uffizi di Firenze. Da quella statuaria, Demna ha raccontato di aver riscoperto quanto le proporzioni del corpo siano parte fondativa della cultura italiana, al pari di Botticelli o Michelangelo. Il risultato è stata la collezione più body-conscious vista da Gucci da moltissimo tempo: linee aderenti, anatomie in vista, la stessa esaltazione del corpo scolpito che aveva reso celebre Tom Ford nella stessa maison un quarto di secolo prima.

Dal ginnasio ateniese al tempio di cartongesso costruito a Milano per una sfilata, il corpo atletico e scolpito resta il set preferito del desiderio collettivo. Cambiano i materiali – marmo, pubblicità, passerella, ferro zincato – resta il meccanismo: un corpo costruito perché altri lo guardino costruirsi.

Set design della prima sfilata di Demna Gvasalia da Gucci, 2026

Milano, stadio dei marmi popolare: la mappa del sudore

Le palestre all’aperto di Milano sono lo Stadio dei Marmi della gente comune: gratuito, senza committenza politica, con corpi veri, sudati, imperfetti e per questo più eccitanti di qualunque marmo. La mappa del fitness pubblico milanese – quella dello street workout, per chiamarlo con il suo nome tecnico – ricalca la topografia del desiderio urbano con precisione quasi involontaria, e ogni zona ha la sua storia, la sua genesi, la sua fauna specifica.

City Life: il palco sulle rovine del vecchio quartiere fieristico

Nella parte alta di Piazza Tre Torri, a pochi passi dalla Torre Isozaki, sorge un’area fitness triangolare e panoramica, pavimentata in gomma colata antitrauma bicolore, aperta gratuitamente dalle sei del mattino all’una di notte – uno dei rari spazi pubblici del centro senza cancellate né orari di chiusura vera e propria. È il risultato più recente di una rigenerazione che ha sostituito l’ex quartiere fieristico con i grattacieli firmati da Zaha Hadid, Arata Isozaki e Daniel Libeskind, e con un parco urbano curato che oggi alterna prati, boschetti e aree sportive. Qui il corpo si allena in mezzo a un’architettura pensata per essere fotografata: la palestra diventa un dettaglio dello skyline, e chi la usa lo sa. Non a caso l’area convive, a pochi metri, con campi da padel e pickleball firmati da un ex campione di calcio, in un quartiere che ha fatto della cura di sé un’estetica di quartiere prima ancora che una pratica.

Coni Zugna: la trincea che diventa giardino, il giardino che diventa palestra

Il nome del viale racconta già una storia di corpi esposti alla prova: Coni Zugna è una montagna del Trentino, sede di una delle trincee più sanguinose della Prima guerra mondiale, a cui Milano ha dedicato l’intera circonvallazione dei bastioni. I giardini che oggi ospitano le sbarre più democratiche della città sono un giardino chiuso, con recinzione e due ingressi, nato nel cuore di un quartiere popolare progettato negli anni Venti dall’architetto Giovanni Broglio per la classe operaia di Porta Genova – oggi arricchito da una stazione della metropolitana M4, aperta nell’ottobre 2024, che ha ridisegnato l’intero asse tra via Foppa e piazza Filangieri. Tra le attrezzature del giardino, insieme alle panchine e all’altalena, resiste ancora il quadro svedese: la sbarra da ginnastica più antica e meno fotogenica della città, erede diretta – nel nome prima ancora che nella forma – della ginnastica ottocentesca da cui discende tutta la tradizione occidentale dell’allenamento a corpo libero. Qui il pubblico non è quello patinato di City Life: studenti, camionisti in pausa, ragazzi con la felpa slacciata apposta, che si guardano senza dirlo, in un quartiere che per un secolo ha costruito case popolari e oggi costruisce, sulla stessa toponomastica bellica, un piccolo teatro quotidiano del corpo.

Villaggio Argonne: la palestra nata per sbaglio, dentro una metropolitana

Il parco lineare che oggi corre per circa seicento metri tra piazzale Susa e via Lomellina non nasce come progetto di fitness pubblico, ma come sottoprodotto della linea M4: inaugurato il 6 novembre 2022 insieme alla stazione Argonne, occupa la superficie di un viale largo novanta metri che per un secolo aveva ospitato solo traffico automobilistico. Il progetto, firmato Webuild in collaborazione con il Politecnico di Milano, ha introdotto una pavimentazione cementizia drenante, piste ciclabili, campi polivalenti, un percorso in corda per l’arrampicata e più stazioni di allenamento a corpo libero, organizzati per fasce d’età lungo l’intero tracciato. È forse l’esempio più chiaro di come il fitness pubblico milanese nasca oggi come esternalità di un’infrastruttura di mobilità, non come spazio pensato in origine per l’esibizione del corpo – e proprio per questo, con la sua estensione ininterrotta e priva di recinzioni, finisce per somigliare più di ogni altro luogo a un intero quartiere trasformato in palestra a cielo aperto.

Parco Sempione: il percorso vita sotto lo sguardo del Castello

Il secondo parco storico di Milano, progettato dall’architetto Emilio Alemagna a partire dal 1890 sull’antica Piazza d’Armi e oggi esteso su 386mila metri quadrati completamente recintati, ospita otto percorsi vita attrezzati tra il Castello Sforzesco e l’Arco della Pace, rinnovati più volte nel tempo – l’ultima con un progetto che ha sostituito gli attrezzi con strutture in plastica riciclata proveniente dalle bottiglie raccolte alla Milano Marathon. È il luogo dove il fitness pubblico convive più esplicitamente con la sua eredità monumentale: chi si allena tra le sbarre vicino alla Triennale lo fa nello stesso impianto prospettico – tra la Torre del Filarete e l’Arco della Pace – costruito apposta, un secolo fa, per essere guardato.

Lappset’s long-time playground director, Risto Ikäheimo

Parco Nord: il corpo che si allena dove c’era la Breda

Ottocento ettari alla periferia nord della città, tra Milano, Sesto San Giovanni e Cinisello Balsamo, nati non da un progetto di parco ma dalla dismissione industriale: fino agli anni Sessanta l’area ospitava gli stabilimenti aeronautici della Breda, abbandonati dopo la deindustrializzazione e rilevati dal Parco Nord a partire dal 1980. Il primo rimboschimento risale al 1983, sotto la guida dell’architetto Francesco Borella; oggi il parco offre tredici stazioni di esercizio a corpo libero vicino alla Grande Rotonda di Cinisello Balsamo, oltre a due percorsi di corsa da cinque e dieci chilometri. Qui il corpo che si allena lo fa letteralmente sopra le fondamenta di una delle più grandi fabbriche del Novecento italiano: la stessa terra che produceva treni e aerei da guerra oggi produce, con lo stesso understatement industriale, bicipiti.

Idroscalo: il mare dei milanesi nato per gli idrovolanti

Il bacino artificiale scavato tra il 1928 e il 1930 nella zona di Tregarezzo doveva accogliere gli idrovolanti dell’aviazione commerciale italiana; li accolse per pochi anni, prima che il declino del trasporto aereo su acqua lo trasformasse in tutt’altro. Già dal 1934, con i Littoriali del Remo, il bacino lungo 2.500 metri iniziò la sua seconda vita come polo sportivo, consolidata dai Campionati europei di canottaggio del 1938 e dal grande rimboschimento degli anni Cinquanta che diede origine al parco vero e proprio. Oggi, tra le oltre venti discipline acquatiche praticabili sul lago, il percorso a corpo libero della Zona Bosco – ingresso Bosco Sud – concentra in un solo punto le stazioni per lo street workout, mentre un percorso runner di oltre sei chilometri corre lungo l’intero perimetro. È il parco dove il fitness pubblico condivide la scena con il bagnante e il canottiere: un impianto nato per la tecnologia degli anni Trenta, riconvertito dal tempo in una delle più grandi arene di corpi esposti al sole della città.

Ario Mezzolani

Janet Delaney, South Of Market
Mosaici del Trentennio prospicienti lo Stadio Olimpico di Roma
Outdoor workpout in Santa Monica, 1957