Bad Bunny for Spotify. Photography Alfred Marroquín.

Bad Bunny a Milano: il macho latino che mette lo smalto e cambia tutto

Con il Debí Tirar Más Fotos World Tour Bad Bunny porta a Milano Puerto Rico, la sua nostalgia e una rivoluzione silenziosa contro il machismo latino

Bad Bunny a Milano: due date sold out portano Porto Rico all’Ippodromo Snai La Maura

Il 17 e il 18 luglio l’Ippodromo Snai La Maura di Milano ospita Bad Bunny per le uniche due date italiane del suo Debí Tirar Más Fotos World Tour. Il sold out della prima data è arrivato così in fretta da costringere l’organizzazione ad aggiungerne una seconda, a conferma dell’ossessione del pubblico italiano nei confronti dell’artista portoricano.

Cantante, performer, icona fashion, testimonial, attore, imprenditore. Soprattutto: corpo manifesto del contemporaneo. Capace di riscrivere un genere musicale codificato in precisi spazi (la natia Porto Rico e Panama) e tempi (nato nell’intervallo breve ed elettrico che sta tra il finire degli anni ’80 e il principio dei ’90, poi esploso nei Duemila) — il reggaeton duro, sudato, costruito per decenni attorno a un immaginario profondamente maschile.

Bad Bunny ha scombinato lo sguardo che gettiamo sull’uomo e scardinato le dure aspettative che la società ancora esercita nei confronti del maschio. Si veste come gli pare, si trucca quando gli va. Lascia che il suo corpo destabilizzi chi lo osserva senza bisogno di comunicati stampa.

Bad Bunny torna a casa: la cucina, la nostalgia e il lato nascosto della superstar

Prima del palco c’è una cucina. Prima delle fiamme e dei fuochi d’artificio, delle migliaia di telefonini accesi, prima degli occhiali da sole, delle catene, dei motori e delle Lamborghini, c’è un frigorifero aperto. Una ciotola di cereali. Una felpa rosa con due lunghe orecchie da coniglio cucite sul cappuccio. Un paio di boxer neri. Calzini bianchi Calvin Klein, un po’ sporchi sotto la pianta del piede.

È l’immagine di copertina che Greg Swales fotografa per Variety nel giugno 2025. Benito Antonio Martínez Ocasio — Bad Bunny per chi lo ascolta in cuffia, nelle casse dei club, nelle piazze del mondo — è tornato nella casa dove è cresciuto, a Vega Baja, Porto Rico. Mangia. Sorride appena. Si appoggia al piano della cucina. Più che la più grande popstar latina del pianeta sembra un ragazzo rientrato tardi la sera prima.

È un’immagine stranissima, perché antitetica al racconto dell’ascesa della popstar d’oggi. Col crescere del successo, di solito arrivano le ville, gli yacht, le infinity pool. Bad Bunny invece torna alla sua casita. Fa della cucina il suo palcoscenico. Del quartiere dov’è nato e cresciuto la sua scenografia. Prende tutta la nostalgia che prova per quei luoghi, per gli odori, gli errori, gli amori, le persone che c’erano, quelle che ormai non ci sono più, quelle che restano, e ne fa musica.

Bad Bunny for Variety, Photography Greg Swales

Dal macho latino alla gonna: come Bad Bunny ha riscritto il reggaeton

Il reggaeton nasce nei quartieri popolari di Panama e Puerto Rico, cresce nei club di San Juan, attraversa cassette pirata, autoradio e feste clandestine. Si modella sui corpi: bassi profondi, ripetizione, sudore. Il suo immaginario resta a lungo immutato: l’uomo guida, la donna balla; l’uomo conquista, la donna viene conquistata. Catene d’oro, motociclette, pickup, tatuaggi, alcol. Per quasi trent’anni il macho latino resta identico a se stesso: muscoli, controllo, desiderio ostentato.

Poi arriva Bad Bunny che non distrugge quell’immaginario ma lo indossa come si porta un costume. Continua a cantare di sesso e a muoversi con la sicurezza di chi sa di essere desiderato. In foto, allarga le gambe, guarda dritto nell’obiettivo. Contemporaneamente, si presenta sul red carpet con una gonna plissé, porta collane di perle, si trucca gli occhi, porta lo smalto sulle unghie. Sfila per Jacquemus. Diventa il volto di Calvin Klein. Pose che appartenevano alla virilità classica convivono con un guardaroba che, fino a pochi anni fa, sarebbe stato liquidato come femminile. Le unghie laccate nei video, sui red carpet, nelle foto di scena, mai come episodio isolato o trovata da campagna stampa. Gonne, tacchi, coprispalle floreali. La copertina di Harper’s Bazaar in tuxedo bianco e gonna lunga, il servizio per Jacquemus in vestito rosa e décolleté azzurro cielo, il drag integrale, parrucca compresa, nel video di Yo Perreo Sola.

Bad Bunny rifiuta la lettura secondo cui il suo stile sarebbe un modo per suggerire un’identità queer che poi nega. Dice di vestirsi così perché è chi è, non per attirare attenzione. Racconta di essersi sempre incantato, da bambino, davanti al reparto donna nei negozi. Una posizione scomoda per tutti: troppo ambigua per il macho classico, troppo etero per essere assorbita nell’iconografia LGBTQ+ come alleato. Bad Bunny abita uno spazio di mezzo, e da lì costruisce pezzo per pezzo la sua immagine pubblica, tra le più interessanti del panorama contemporaneo.

Bad Bunny e il perreo libero: quando ballare diventa una dichiarazione politica

Il perreo — il ballo simbolo del reggaeton, corpo contro corpo, bacino che detta il ritmo — è tradizionalmente raccontato come un rituale di conquista maschile: lui guida, lei segue. Bad Bunny lo stravolge: nei suoi show il ballo diventa un territorio condiviso, meno gerarchico, più gioco che possesso. Yo Perreo Sola, l’inno diventato virale nel 2020, ribalta apertamente la formula. Il corpo che balla non ha bisogno di un partner che lo guidi per esistere.

Guardarlo dal vivo significa osservare un uomo che balla per quasi tre ore senza concedersi quella rigidità che per decenni ha definito la mascolinità occidentale. Le anche non servono più soltanto a sedurre. Il bacino che nel reggaeton è sempre stato un’arma, diventa un linguaggio.

Perreo, salsa, bomba portoricana, passi che sembrano arrivare da TikTok e altri che appartengono alle feste di famiglia: sul palco convivono il club e il pranzo della domenica, il rave e la nonna.

Per molto tempo agli uomini è stato insegnato che ballare significava esporsi, rendersi vulnerabili, essere osservati. Bad Bunny capovolge l’equazione: balla per essere guardato, senza più alcuna paura del giudizio altrui.

Bad Bunny wearing the FW24 Shearling Long Hair Johan Trench in the “EL CLÚB” music video

Da Jacquemus a Zara: il guardaroba maschile dopo Bad Bunny

Le rivoluzioni, quasi sempre, finiscono negli armadi. Arrivano nei videoclip, poi in passerella, infine nei negozi dei centri commerciali.

Non sappiamo con precisione chi abbia influenzato chi, se Jonathan Anderson, Simon Porte Jacquemus, Alessandro Michele, Willy Chavarria, o se sia stato Bad Bunny a rendere all’improvviso commerciabile un’estetica che la moda stava già preparando da anni. Resta un fatto: entrare oggi da Zara Uomo significa attraversare un guardaroba che, dieci anni fa, sarebbe sembrato impensabile. Canotte a coste, camicie di lino aperte, shorts cortissimi, crochet, righe marinare, perle, collane sottili, colori burro e rosa slavato, sandali in cuoio, mocassini senza calze o, al contrario, con calzettoni bianchi tirati fin sotto il polpaccio.

Oggi la moda maschile guarda ai Caraibi e al Mediterraneo. Il sole, il sudore, la pelle scoperta, le case basse, le cucine, il bucato steso fuori dalle finestre, la musica che entra dalle porte aperte. Un’estetica costruita sui quartieri che Bad Bunny ha fatto sua, dandogli un corpo, raccontandola al mondo.

La fine del maschio alfa? Bad Bunny riscrive il corpo maschile

C’è stato un tempo in cui sembrava che la crisi della mascolinità potesse portare davvero a una lenta scomparsa di tutti i comportamenti patriarcali cementificatisi nel secolo scorso. Ma il maschio è duro a morire, difficilmente sparisce, riesce a volte, però, a cambiare di posizione.

Bad Bunny continua a occupare spazio, a desiderare, a essere desiderato, a giocare con l’idea del seduttore latino — le campagne Calvin Klein ancora insistono sui suoi addominali e le sue cosce. La differenza sta nell’accettare di essere osservato in mille modi diversi: ora dallo sguardo femminile eterosessuale, ora da quello queer. Nel suo corpo convivono desiderio, tenerezza, vulnerabilità ed erotismo.

Non è il primo uomo a mettersi una gonna. Prima di lui: David Bowie, Prince, Kurt Cobain, per non parlare di Freddie Mercury che aveva costruito un’intera carriera sull’ambiguità. La differenza è geografica: Bad Bunny arriva dal reggaeton, dal genere musicale che più di ogni altro aveva costruito la propria identità sul machismo. La rivoluzione, allora, pesa il doppio.

Bad Bunny for Jacquemuss. Photography Théo de Gueltzl, 2024

Debí Tirar Más Fotos: casa, famiglia e nostalgia come resistenza

Il tour che porta Bad Bunny a Milano prende il nome dal suo sesto album, uscito il 5 gennaio 2025. Il titolo (all’italiana: “Avrei dovuto scattare più foto”) parla di fotografie, di memorie perdute. È forse il dettaglio più sorprendente: nel momento di massimo successo commerciale Bad Bunny pubblica il suo disco meno interessato al futuro. Mentre l’industria del pop accelera, lui rallenta. Guarda indietro. Torna a casa.

Registrato interamente a Porto Rico, l’album attraversa plena, bomba, salsa, jíbaro, bolero, oltre al dembow e al reggaeton. Dentro riecheggiano le voci degli anziani, delle madri, delle nonne, degli amici d’infanzia, si trovano feste di paese e sedie di plastica, quelle abbandonate davanti alle case.

NUEVAYoL apre il disco campionando un classico di El Gran Combo de Puerto Rico e racconta la diaspora newyorkese. La title track parla di un amore perduto ricordando tutto il tempo non fotografato. LA MuDANZA, il brano che chiude l’album, è un ringraziamento ai genitori e una dichiarazione di radicamento nella terra dove è nato il nonno.

È un disco che parla di famiglia come geografia, di casa come archivio, di nostalgia come forma di resistenza. Perché le foto servono a dimostrare che il passato è esistito davvero, che quella casa c’era, che quella strada aveva quel nome, che quel quartiere non era ancora stato stravolto dall’ennesimo investimento immobiliare.

Bad Bunny racconta i cambiamenti di Porto Rico: musica, gentrificazione e identità perduta

LO QUE LE PASÓ A HAWÁII è il pezzo in cui Bad Bunny affronta senza mezzi termini la gentrificazione di Porto Rico, tracciando un parallelo esplicito con le Hawaii: comunità locali spinte ai margini da un turismo che compra case, suolo e identità, mentre l’isola continua a fare i conti con blackout ricorrenti legati alla privatizzazione della rete elettrica. Il cortometraggio che accompagna l’album, uscito prima del disco stesso, mette in scena proprio un’isola che rischia di somigliare sempre più a un luna park.

Porto Rico è un territorio americano abbastanza vicino da essere desiderato e abbastanza lontano da essere dimenticato. Per decenni è stato raccontato attraverso l’immaginario da cartolina: la spiaggia, il sole, il rum, la festa. Bad Bunny ci ricorda che dietro la spiaggia ci sono le case. Dietro le case, le famiglie. Dietro le famiglie, le persone costrette ad andarsene, mentre investitori stranieri e nuovi residenti — favoriti anche da incentivi fiscali — trasformano i quartieri storici di San Juan.

Debí Tirar Más Fotos non è un disco “impegnato” nel senso tradizionale: non ci sono slogan, e Bad Bunny non s’improvvisa portavoce ufficiale di una causa. Ma la sequenza dei temi definisce comunque una chiara posizione politica.

Perché Bad Bunny unisce generazioni e identità?

Bad Bunny non ha risolto la questione della mascolinità, nessuno può farlo. Perché la mascolinità non è un problema da risolvere, è un linguaggio che ogni generazione riscrive. Oggi un uomo può essere enorme e fragile, sexy e nostalgico, muscoloso e truccato, desiderante e desiderabile. Può cantare di sesso e poi parlare della nonna. Può riempire gli stadi e tornare a casa a mangiare nella cucina dove è cresciuto. La contraddizione non è un difetto. Anzi. Migliaia di persone ascoltano Bad Bunny per riconoscersi in tutte le sue splendide contraddizioni e per ballare, per vedere un corpo che non chiede scusa, per ascoltare una lingua che per anni è stata considerata secondaria diventare universale. Per un attimo, sotto le luci del palco, Porto Rico sarà ovunque, nei vestiti, nei telefoni sollevati verso l’alto, nelle persone che canteranno parole che magari non comprendono completamente ma sentono proprie.

Le fotografie servono a conservare qualcosa prima che scompaia e Bad Bunny lo sa. Per questo l’ha scritto e ce lo canta. Debí Tirar Más Fotos. Della casa dove siamo nati e cresciuti. Delle persone che amiamo. Del tempo che passa. Di tutto quello che rischiamo di perdere mentre siamo troppo impegnati a diventare qualcun altro.

Bad Bunny, Met Gala 2022 in Burberry

Hennessy porta a Milano il tour di Bad Bunny: mixology, musica e un’idea diffusa di Porto Rico

Partner globale del Debí Tirar Más Fotos World Tour, Hennessy ha trattato le due date milanesi come qualcosa di più di una sponsorizzazione. Attorno ai concerti dell’Ippodromo Snai La Maura la Maison de Cognac ha costruito un percorso che ha attraversato la città per giorni, muovendosi tra locali, ristoranti e spazi dedicati, con l’idea di tradurre l’immaginario portoricano dell’album in un linguaggio fatto di cocktail, incontri e serate.

Il programma si è aperto il 16 luglio da Lubna con lo showcase dei Chuwi, gruppo che apre il tour e compare nel disco, davanti a oltre trecento ospiti — una tappa che Hennessy aveva già portato a Londra e Parigi. Il giorno successivo, in occasione del primo concerto, la Maison ha accompagnato una selezione di volti noti lungo l’intera giornata: brunch al Sachi, all’ultimo piano di Palazzo Cordusio con vista sul Duomo, masterclass di mixology intorno all’Expreso Inolvidable, rilettura dell’Espresso Martini firmata Hennessy, e poi l’ingresso a El Clúb, lo spazio allestito all’Ippodromo e aperto a tutto il pubblico prima e durante lo show.

Per tutto luglio sette indirizzi milanesi hanno inserito nella propria drink list un cocktail creato per l’occasione, ciascuno con la propria interpretazione dell’universo del tour: il ¡Wepa! Colada di Bob, con Pitorro de Coco, lime e ananas; l’Henny Bunny di MOGO, che tra il 15 e il 18 luglio ha ospitato anche un takeover dedicato; l’Efecto Latino di Rumore, giocato su zenzero, orzata, limone di Amalfi e Veuve Clicquot; il Bad’s Bunny di Rita’s Tiki Room, il più stratificato, tra Ginger Falernum, mastika, yuzu, frutto della passione e paprika; il Tropical Leaf di Giardino Cordusio, con amaro alle erbe e foglie di fico; La Mesanita di SUSHISAMBA, tra mirtillo rosso, Curaçao e hierba mate; e il Tropico di The Sanctuary, con mango, bitter al cioccolato e fiori edibili.

Nata nella Charente nel 1765 e presente oggi in oltre centosessanta paesi, Hennessy costruisce da anni un dialogo con la musica, la moda e la street culture attraverso collaborazioni con artisti e figure della cultura contemporanea. L’attivazione milanese conferma quella traiettoria: portare la propria eredità dentro i territori dove la cultura pop di oggi prende forma, trasformando l’arrivo di un tour in un racconto condiviso tra brand e città.

Nicolò Bellon

Bad Bunny for Best Dressed, 2025. Photography Coco Capitán
Bad Bunny in a custom Prada look for the 2025 Costume Institute Gala, Metropolitan Museum of Art.  
Bad Bunny and Janthony Oliveras at Met Gala 2026
Bad Bunny in a Jean Paul Gaultier trench with bold red cowboy boots in Paris, 2024
Bad Bunny For Jacquemus Photography Théo De Gueltzl
Bad Bunny Super Bowl 2026 
Bad Bunny for Best Dressed, 2025. Photography Coco Capitán
Bad Bunny in custom Jacquemus for the 2023 Met Gala
Bad Bunny For Jacquemus Photography Théo De Gueltzl
Bad Bunny, “NUEVAYoL” Music Video
Bad Bunny for Adidas 
Bad Bunny, “NUEVAYoL” Music Video