Park Associati, via Fabio Filzi. Foto Nicola Colella

Milano globale, governance locale: il paradosso di una città incompiuta

Crescita urbana, rigenerazione, verde pubblico e qualità dello spazio residenziale: Michele Rossi e Filippo Pagliani, fondatori di Park Associati, vent’anni di trasformazione di Milano

Milano ieri e oggi: la visione dei fondatori di Park Associati

«Per trent’anni molte aree industriali sono rimaste ferme e continueranno a esserlo senza un meccanismo di attivazione»: è con questa constatazione che Michele Rossi e Filippo Pagliani, fondatori di Park Associati, sintetizzano uno dei nodi irrisolti della trasformazione urbana milanese. Non l’assenza di visione, ma la difficoltà strutturale di tradurla in processi sostenibili — economicamente, normativamente, socialmente. È una questione che attraversa l’intera parabola di una città che negli ultimi vent’anni ha guadagnato rilevanza internazionale, ma che stenta a governare le conseguenze del proprio successo.

Milano tra crescita urbana e crisi abitativa: le contraddizioni di una città attrattiva

La rapida trasformazione di Milano in città attrattiva e aperta ha generato pressioni profonde sul mercato immobiliare, accentuando gli squilibri sociali soprattutto nel centro urbano. Per Rossi «è un problema che nasce dal successo di molte città, non è un fenomeno milanese. Non c’è stata la capacità di gestire questo successo».

La crescita del privato, in particolare nel settore residenziale, non è stata accompagnata da un rafforzamento parallelo dell’edilizia pubblica e accessibile, producendo una città più costosa e complessa da abitare per le fasce medie. La direzione complessiva di Milano dipenderà dalla capacità delle istituzioni di attivare strumenti abitativi, infrastrutturali e sociali capaci di evitare una deriva elitaria. L’architettura può contribuire a costruire spazi più aperti e permeabili, ma non può supplire a politiche pubbliche assenti.

Città Metropolitana di Milano: perché serve una governance integrata su mobilità, infrastrutture e clima

Uno dei nodi principali riguarda la scala stessa di Milano: una città che viene raccontata come metropoli globale ma che, dal punto di vista amministrativo e territoriale, mantiene dimensioni molto più ridotte rispetto ad altre grandi città italiane ed europee. «Milano è una città, non una metropoli», osserva Pagliani, «e questo ha inciso sulla crescita urbana, perché i numeri che si sono riversati qui sono quasi sproporzionati rispetto alla dimensione spaziale e amministrativa della città». La frammentazione tra Comune di Milano e comuni limitrofi rende difficile affrontare in modo coordinato temi come mobilità, infrastrutture e politiche abitative.

La mancanza di coordinamento emerge sul fronte climatico e ambientale, in particolare nella gestione delle acque e del rischio idrogeologico. Le criticità che colpiscono Milano non dipendono soltanto dalla cementificazione urbana, ma da un sistema territoriale più ampio, in cui torrenti e corsi d’acqua provenienti dai comuni limitrofi riverberano i propri effetti sulla città. Una governance integrata permetterebbe di intervenire sul problema con una strategia organica, capace di agire contemporaneamente sulla scala architettonica, urbana e territoriale. In quest’ottica, lo studio sta portando avanti una ricerca dedicata alla permeabilità del suolo e alla Soil Regeneration, esplorando strumenti progettuali che migliorino l’assorbimento delle acque e ristabiliscano un rapporto più equilibrato tra costruito e ambiente. I primi risultati pubblicati a breve.

Il verde urbano a Milano: più alberi, ma ancora senza un progetto di paesaggio

Milano oggi è più verde rispetto al passato, ma manca ancora una visione organica del paesaggio urbano. Negli ultimi anni sono aumentati alberi, riqualificazioni di piccole aree e interventi legati a nuovi sviluppi, ma si tratta spesso di episodi isolati più che di un progetto complessivo sul rapporto tra natura e città. «È più verde di prima», osserva Rossi, «ma si potrebbe fare di più. Manca un progetto verde a scala ampia, capace di creare varietà». Il riferimento è a città come Londra, dove parchi e spazi naturali assumono identità molto diverse tra loro — boschi urbani, prati aperti, giardini strutturati — costruendo una qualità diffusa e riconoscibile del paesaggio. A Milano il verde appare spesso frammentato, di scala ridotta e uniforme in termini di specie, soprattutto nel centro urbano.

Pagliani sottolinea come il rapporto di Milano con il verde sia legato alla sua struttura storica: «I giardini più belli di Milano sono i giardini privati, i famosi giardini segreti», riferendosi alle corti e agli spazi nascosti che emergono solo in occasioni come la Design Week. È per questo che, vista dall’alto, la città appare molto più verde di quanto non sembri vivendola quotidianamente: gran parte della vegetazione è celata all’interno di cortili e proprietà private. Nonostante progetti recenti come Forestami e BAM abbiano contribuito a riportare il tema ambientale al centro del dibattito urbano, la città resta ancora legata a una struttura rigida, che fatica a trasformare il verde in un sistema pubblico continuo e accessibile.

Sostenibilità in architettura: quando gli edifici tornano a dialogare con la città

Le normative ambientali attuali, sempre più stringenti, rendono la sostenibilità un prerequisito inevitabile nell’ambito edilizio. Ma per Rossi e Pagliani il tema va oltre certificazioni e performance energetiche: riguarda il modo in cui gli edifici tornano a dialogare con la città. «Gli edifici non possono più essere macchine che non rispondono alla necessità di dialogo con la città», afferma Pagliani. Questa posizione si riflette in molti dei progetti recenti dello studio, dove il verde, gli spazi attraversabili e le connessioni pubbliche diventano strumenti progettuali.

In Pirelli 35, ex sede Telecom trasformata da volume chiuso in un complesso permeabile, il progetto introduce una piazza pubblica attraversata da percorsi che collegano quote urbane differenti, sostituendo la logica del fortino con quella dell’attraversamento. Lo stesso approccio emerge in Lybra, nel quartiere di Porta Nuova, dove una grande corte interna — il “Green Void” — mette in continuità natura, circolazione e spazi di lavoro; e nel campus Luxottica Tortona, dove il verde interno diventa percepibile anche dall’esterno attraverso superfici microforate e aperture che invitano il pubblico verso l’interno. Più che inseguire l’etichetta di edificio “green”, lo studio persegue una forma di sostenibilità urbana e sociale: edifici aperti, luminosi, permeabili, capaci di restituire spazio collettivo anche quando nascono da committenze private.

Park Associati, via Fabio Filzi. Foto Nicola Colella
Park Associati, via Fabio Filzi. Foto Nicola Colella

Spazi interni ed esterni dopo la pandemia: il nuovo standard degli uffici e il ritardo del residenziale

Uno degli effetti più evidenti lasciati dalla pandemia riguarda il rapporto tra spazio interno ed esterno, sia nell’abitare sia negli ambienti di lavoro. Terrazze, aree ibride e spazi aperti sono diventati elementi centrali del progetto: portare la vita interna verso l’esterno è, secondo Rossi e Pagliani, uno degli obiettivi principali dell’architettura contemporanea, soprattutto nel mondo dell’ufficio, dove la qualità dello spazio è ormai considerata determinante per incentivare il ritorno in presenza.

È proprio il settore degli uffici ad aver mostrato la maggiore capacità di innovazione rispetto alla residenza. Gli spazi lavorativi hanno rapidamente introdotto terrazze, aree informali e ambienti condivisi, mentre il mercato abitativo continua a produrre appartamenti standardizzati. Per Rossi il problema non è solo estetico, ma culturale: manca una riflessione reale su come le persone vogliano vivere oggi, sulle priorità tra materiali, altezze, luce naturale e spazi comuni. Un’uniformità progettuale spesso dovuta alla prudenza degli investitori, orientati verso formule considerate sicure ma incapaci di generare vera innovazione.

In questo scenario, Park Associati guarda con interesse ai progetti cooperativi, dove il rapporto diretto con chi abiterà gli spazi permette di introdurre maggiore varietà e partecipazione. Decidere insieme gli spazi comuni, il giardino o i servizi condivisi significa rimettere in discussione la rigidità del prodotto immobiliare contemporaneo, restituendo centralità alle persone e alle loro esigenze.

Rigenerazione urbana a Milano: tra Tortona e Bovisa, i limiti di un modello

Una parte significativa dell’attività dello studio si sviluppa su scale più ampie, attraverso interventi su edifici esistenti reinterpretati in un’ottica di rigenerazione del patrimonio costruito. Per Park Associati la rigenerazione non è mai applicazione di una formula astratta: è un campo di sperimentazione concreto, fatto di successi puntuali e di battute d’arresto strutturali. Il recupero dell’ex area industriale General Electric di via Tortona, trasformata nel complesso Luxottica, rappresenta un esempio riuscito di conversione: da fabbrica dismessa a hub contemporaneo, in cui il progetto architettonico agisce come dispositivo di riscrittura urbana. Al contrario, la Bovisa illustra la fragilità dei grandi interventi: una riconversione industriale arenata di fronte a livelli di inquinamento superiori alle attese, che rischiano di congelare l’area per decenni.

È su questa differenza di scala che si costruisce la lettura dello studio, tra interventi sul singolo edificio e trasformazioni urbane di sistema. Esempi riusciti sono gli Scali ferroviari, eredità di fratture infrastrutturali che possono diventare connessioni tra quartieri, sull’onda di processi già avviati con Porta Nuova. In questa prospettiva, il lavoro di Park Associati si inserisce in un’idea di rigenerazione che non coincide con l’innovazione fine a sé stessa, ma con il recupero dell’esistente: edifici e infrastrutture da trasformare per restituire alla città possibilità d’uso e continuità con il passato.

Aree industriali dismesse e inquinate: i nodi normativi della rigenerazione urbana

A Milano ancora una vasta porzione del territorio — soprattutto nell’hinterland — su cui agire in modo significativo. La rigenerazione urbana, soprattutto dal punto di vista normativo, riguarda aree inquinate in cui il rapporto tra pubblico e privato diventa delicato. «Si entra in una trattativa pubblico-privato in cui bisogna capire fino a che punto concedere al privato in cambio di benefici per la città».

Il rischio, da un lato, è rendere le operazioni economicamente insostenibili per il privato; dall’altro, generare ambiguità o accuse di speculazione in caso di incentivi volumetrici o agevolazioni urbanistiche. «Se non ci sono incentivi, queste operazioni non si fanno», continua Rossi, «ma bisogna evitare distorsioni».

Riqualificazione di edifici non vincolati: come bilanciare conservazione e prestazione

A scala più ridotta, gli interventi su singoli edifici preesistenti impongono una fase preliminare di ascolto e analisi dello stato di fatto, soprattutto quando si lavora su aree ex industriali o su tessuti del dopoguerra privi di vincoli stringenti. La possibilità teorica di demolire o conservare integralmente diventa meno rilevante della capacità di leggere ciò che l’edificio contiene, stratificato nel tempo. Lo studio rivendica un approccio non ideologico alla conservazione: mantenere può essere una scelta sostenibile, ma non sempre è quella corretta; allo stesso modo, demolire non coincide necessariamente con una perdita. 

Palazzo Galbani Milano: da edificio dimenticato a dispositivo culturale

Un caso emblematico è la riqualificazione di Palazzo Galbani, edificio non vincolato e stratificato da decenni di interventi, che appariva in superficie come un anonimo blocco per uffici del dopoguerra. «Sembrava un edificio banale, poco interessante», racconta Rossi, sottolineando come persino la proprietà non fosse pienamente consapevole del valore storico dell’immobile. Realizzato alla fine degli anni Cinquanta — negli stessi anni del Grattacielo Pirelli — Palazzo Galbani porta le tracce di una stagione fortunata dell’architettura milanese: le strutture vedevano il coinvolgimento di Pier Luigi Nervi, mentre il progetto era firmato dai fratelli Soncini, protagonisti della grande espansione edilizia cittadina tra il 1955 e il 1965. All’epoca era noto come “Il Diamante”, simbolo di Milano industriale proiettata verso il futuro.

«L’edificio ci si è svelato durante le fasi progettuali», spiega Pagliani. Più che un intervento di trasformazione, il lavoro si è configurato come un processo di sottrazione: eliminare gli strati accumulati negli anni per riportare alla luce la qualità originaria dell’architettura. «Abbiamo incominciato a ripulirlo di tutte le superfetazioni costruite nel tempo e abbiamo scoperto di nuovo la bellezza di questo edificio», continua Pagliani. Il progetto ha restituito leggibilità a elementi rimasti nascosti per decenni, tra cui la grande soletta ondulata interna e l’impianto originario dell’involucro.

Il cantiere stesso è diventato parte della narrazione del progetto, culminando nell’utilizzo temporaneo degli spazi per Paris Internationale, che ha trasformato Palazzo Galbani in un luogo espositivo inedito. La mostra, allestita in un edificio ancora incompiuto, ha spostato le opere fuori dalla neutralità della fiera tradizionale, sfruttando luce naturale, cemento a vista e stratificazioni architettoniche come elementi integranti dell’esperienza. «Siamo stati fortunati a intercettare la fiera nel momento giusto: il cantiere non era troppo avanti né troppo indietro», osserva Pagliani. Una condizione irripetibile, che ha reso il palazzo non soltanto un oggetto di recupero, ma un dispositivo culturale temporaneo capace di raccontare al pubblico il processo stesso della rigenerazione urbana.

Park Associati: vent’anni di architettura collettiva a Milano

Fondato nel 2000, Park nasce fin dall’inizio come realtà collettiva e interdisciplinare, in controtendenza rispetto al modello dello studio d’architettura legato alla figura del singolo autore allora dominante, soprattutto a Milano. Ispirandosi a esempi nordici e anglosassoni, lo studio sviluppa un approccio fondato sul dialogo tra professionalità diverse e sulla convinzione che la complessità crescente del progetto contemporaneo non possa essere affrontata da una sola visione individuale. Nel tempo, questa dimensione collaborativa si è ampliata in modo organico, arricchendosi di competenze e sensibilità differenti. La crescita dello studio — attraverso concorsi e progetti di scale molto diverse — ha consolidato un metodo di lavoro flessibile e aperto, capace di affrontare temi eterogenei senza specializzarsi in un unico ambito, mantenendo al centro il confronto e l’interpretazione condivisa del progetto.

Park Associati, Pirelli 35. Foto Nicola Colella
Park Associati, Pirelli 35. Foto Nicola Colella
Park Associati, Pirelli 35. Foto Nicola Colella
Park Associati, Pirelli 35. Foto Nicola Colella
Park Associati, Luxottica Dugital Factory. Foto Mario Frusca
Park Associati, Luxottica Dugital Factory. Foto Mario Frusca
Park Associati, via Fabio Filzi. Foto Nicola Colella
Park Associati, via Fabio Filzi. Foto Nicola Colella
Park Associati, via Fabio Filzi. Foto Nicola Colella
Park Associati, via Fabio Filzi. Foto Nicola Colella