CONSORZIO PRESSO BIELLA WOOL COMPANY
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La lana prodotta in Italia si lavora in Cina – mentre le case importano dall’Australia

La scomparsa dei lavaggi, la svalutazione della lana e gli alti costi per lo smaltimento. L’assenza di una filiera in Italia, Francia e Germania mette in difficoltà gli allevatori, costretti a vendere nei mercati asiatici

Ogni anno in Europa sono prodotti centocinquanta milioni di chili di lana. Gran parte di essa è lavorata a basso costo in Cina o in India senza rispettare i protocolli REACH dell’Unione Europea, senza controllare la tracciabilità e la depurazione degli scarti nelle acque. In Italia, nel distretto laniero biellese, le grandi case di moda del lusso trattano – quindi lavano, cardano, pettinano e filano – materia prima dell’Australia, della Nuova Zelanda o del Sud America, perché di qualità superiore, tramite fabbriche innovative con impianti idroelettrici e sistemi di depurazione delle acque. Il paradosso della lana europea: ci sono voluti cinquant’anni per arrivare a questo punto. Per far ripartire la cultura della lana europea e rilanciare il valore di un prodotto territoriale, controllato e certificato secondo tutti gli standard del continente, è nato il consorzio Biella The Wool Company. Nigel Thompson, inglese di nascita e biellese per adozione, è alla guida e fondatore del consorzio dal 2008, ma è immerso nel mondo della lana da quando, sedicenne, iniziò a confrontare i vari tipi di lana nel mondo a Bradford, Inghilterra. Quando Thompson arriva in Italia, segue la vendita di lana inglese per i materassi delle case degli italiani. «In Inghilterra non si faceva, la tradizione di mettere lana all’interno dei materassi è una prerogativa dei mercati cattolici e latini. Io giravo il Paese alla ricerca di artigiani che avevano il loro lavaggio di lana. C’è stata la rivoluzione dei materassi in lattice e realizzati con fibre sintetiche, i primi lavaggi di lana italiana sono stati chiusi – alcuni anche al limite della legge per gli scarichi delle acque», racconta Thompson. 

I primi passi per la perdita della cultura della lana autoctona iniziano in questa fase. Il primo problema della lana è legato al suo stoccaggio. Gli allevatori si trovano con la lana tosata dalle pecore – che è considerata un sottoprodotto agricolo di origine animale – e possono seguire due strade diverse. Da un lato la consegna ad un lavaggio a cui poi dovrà seguire un processo di lavorazione della materia su scala industriale (cardatura, pettinatura, filatura) oppure lo smaltimento, con conseguenti costi aggiuntivi – visto l’inserimento del bene nella lista dei rifiuti speciali – e documentazione. La lana è passata così dall’essere un bene prezioso che poteva essere utilizzato per la realizzazione di capi da indossare, elementi di arredo, cuscini e materassi a un peso da gestire. 

A causa della modifica del mercato Thompson dedica vent’anni al commercio di lana destinata alla moda. Nei primi anni Duemila segue il profilo commerciale di un lavaggio di lana: «Ricevevo telefonate dagli allevatori di tutta Europa (Italia, Francia, Germania) che mi chiedevano di lavare la lana delle loro duecento, trecento pecore. Per il lavaggio industriale della materia prima – cioè la lana sucida – occorrono numeri più alti, almeno sulle tre mila pecore», spiega. Dalla crescente richiesta degli allevatori è nata l’idea di organizzare una filiera corta dedicata ai piccoli lotti di lana a Miagliano, in provincia di Biella, e in parallelo si è richiesta l’autorizzazione all’ASL per aprire un centro di raccolta e valorizzazione della lana. Una possibilità per creare una rete tra allevatori e consumatori. In Italia è possibile acquistare lana autoctona solo nel periodo che va da aprile a giugno (perché è quando si tosa la lana, poi basta). Lo stesso problema esiste in Francia, Germania e altre venti nazioni europee che avrebbero bisogno di una realtà come quella di Miagliano. In Inghilterra per vendere la lana si fanno aste periodiche.   

Come funziona il centro di raccolta? «La nostra idea si basa su un sistema già strutturato in Inghilterra (il British Wool ndr) per cui l’allevatore consegna la lana al centro di raccolta insieme ai documenti del veterinario che certificano la salute e le specifiche sull’allevamento d’origine. La lana sucida (quindi sporca, ancora grezza ndr) arriva in balle, queste sono aperte una ad una e stese su un tavolo. A mano, palmo a palmo, è controllata e selezionata la lana. Non c’è una macchina che può fare questo passaggio, è come un controllo di qualità che elimina tutto il superfluo e le contaminazioni – troviamo ogni cosa, dalle sigarette ai panini alle pietre pesanti», racconta Thompson. Terminata la selezione, che esclude anche paglie e lane diverse, si creano dei lotti omogenei di lana. «All’allevatore consegniamo una pagella informativa riguardo alla sua lana». Da sottoprodotto agricolo si ottiene un lotto unico di qualità omogenea, pronto ad essere lavorato. Questo servizio di controllo non è solo per le aziende del consorzio Biella The Wool Company (di cui fanno parte sei terzisti tessili biellesi e un’allevatrice inglese), bensì una piattaforma a cui tutti gli allevatori europei possono rivolgersi per poter analizzare la propria lana e destinarla a un destino differente rispetto allo smaltimento. 

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Il problema che sorge nella fase successiva, è quello del lavaggio, che dovrebbe essere svolto a poca distanza dal centro di raccolta. Un tempo (fino al 1987 circa) l’Italia era un Paese in cui esistevano diversi impianti dedicati al lavaggio e alla pettinatura (fasi della lavorazione che sono conseguenti l’una all’altra e che si trovano spesso nello stesso stabilimento), poi l’Unione Europea ha imposto regole sul controllo dell’inquinamento ambientale e molte realtà tessili laniere – vista la calante domanda della lana autoctona – hanno preferito chiudere o delocalizzare all’estero. «Una migrazione verso i Paesi dell’Est, prima fuori dall’Europa e poi fino in Cina e in India dove si lavora il novanta percento della materia prima. Oggi in Europa ne sono rimasti pochi attivi, tra cui due lavaggi in Inghilterra – che lavorano circa trenta milioni di chili l’anno», continua Thompson. «In Italia ha chiuso il lavaggio di Bergamo (Lanificio Ariete di Gandino ndr) e a breve chiuderà anche quello di Prato. Nel territorio biellese invece sono rimasti dei terzisti che lavano lana e fibre pregiate per i grandi brand del lusso. In questo momento di crisi – legato al coronavirus – ci permettono di lavare la lana autoctona nei loro impianti. Poi dovremo trovare una soluzione. Nel 2014 ho comprato un impianto di lavaggio che stava per essere smantellato. Ora è a Miagliano in attesa dei giusti investimenti per ripartire».  

In seguito a questa migrazione del lavaggio della lana in Europa sono rimaste le pecore e gli allevatori – pagati sempre meno. «Nel 1981 compravo lana sarda a 1800 lire al chilo, ad oggi (prima della pandemia) il prezzo di vendita della lana sarda è di 0,90 centesimo al chilo. In parallelo però i costi di tosatura, benzina e manodopera sono aumentati. Lo stilista che viene in Italia e vuole realizzare un capo in lana autoctona deve organizzarsi per ogni passaggio di lavorazione della lana, se va in Cina trova già il prodotto finito, oppure compra quella della Nuova Zelanda, gli costa meno», sottolinea Thompson. Per questo il consorzio Biella The Wool Company, oltre a creare un punto di riferimento per la lana autoctona punta ha rilanciare la cultura della lana europea. 

La lana italiana è grossolana rispetto alla finezza e al pregio di quella australiana (dove si producono trecento milioni di chili di lana all’anno). Le grandi aziende tessili-laniere del distretto biellese hanno scelto di dedicarsi a fibre nobili per fare un salto di qualità e staccarsi dal livello inferiore dell’industria laniera. Nel territorio vicino a Biella ma anche in diverse zone della Francia ci sono allevatori che chiamano per nome le pecore, le seguono nei pascoli e le curano con attenzione. Gli stessi allevatori poi non vogliono abbandonare tutta la lana tosata e decidono di consegnarla al centro di raccolta. Su richiesta e in accordo con l’allevatore, il Biella The Wool Company, dopo aver selezionato la lana, tramite la professionalità di terzisti controllati e certificati del territorio biellese, si occupa del lavaggio – effettuato con detergenti biologici a base di cocco e olio di palma – della cardatura, della tintura (nel rispetto della legge CEE in vigore o con tinture naturali) fino alla filatura e al packaging. La lana che arriva dall’allevatore potrà tornare direttamente tra le sue mani ed essere commercializzata nel mercato di riferimento. Le acque di scarico delle lavorazioni sono trattate presso impianti interni ed esterni costruiti appositamente per il lavaggio della lana, utilizzando l’acqua delle alpi biellesi. 

Il centro di raccolta di Miagliano si trova nell’ex Lanificio Botto, in uno stabile risalente al 1865. «Nella fabbrica abbiamo impianto idroelettrico, operai specializzati nella lavorazione della lana, un tubo di scarico diretto all’impianto di depurazione delle acque, abbiamo tutto conforme per un lavaggio ecologico, sostenibile e totalmente visitabile. Ora mancano solo altre persone con la mia stessa filosofia, interessate a sviluppare questa filiera», racconta Thompson. Una filiera che si è chiusa nel segno della territorialità, della tracciabilità e della sostenibilità sostanziale. «Sostenibilità non vuol dire che un processo all’interno della filiera non inquina. Se faccio lavorare l’allevatore ma lo costringo a svendere la lana in Cina, perdo il suo impegno iniziale e ottengo un prodotto finito diverso». Valorizzare la materia in un territorio circoscritto nel rispetto della manodopera e dell’ambiente, è l’obiettivo del consorzio, che auspica di diventare un modello per altri Paesi. «Finora abbiamo lavorato con trecento clienti, ma da cinque o sei anni ci sono allevatori francesi che mandano, con regolarità costante 5mila chili di lana», conclude Thompson. Quella lana, lavorata interamente attraverso Biella The Wool Company è un prodotto made in Europe, naturale e oggi sempre più ricercato dalla moda.  


IMMAGINI

Consorzio Biella
The Wool Company
Via Vittorio Veneto, 2,
13816 Miagliano BI

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda od organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.
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