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Paglia, salice, nocciolo e pelle. La riscoperta dell’intreccio autoctono

Le maestranze in bottega formano una scuola, il distretto di Mogliano e il suo valore culturale: «con i materiali del territorio oggetti robusti ma sinceri»

Primi furono quelli con le piante, poi le canne, il legno e i residui delle colture (come nel caso del mais). L’intreccio poi diventa sempre più complesso: unendo trama e ordito si ottiene il tessuto. In Italia paglia, salice, nocciolo e canna si intrecciano manualmente da quando esiste una civiltà. Anche la cornucopia, simbolo del Paese e presenza sulle mille lire per anni, è realizzata con materiali intrecciati presenti sul territorio, come la canapa. Un lavoro – quello dell’intreccio – storicamente dedicato alle donne che trovavano il tempo di dedicarsi a quest’opera di pazienza, ordine e costanza. Dopo le guerre – con l’avvento del consumismo e il fermento dell’industria, l’attesa e l’unicità artigianale diventano riflesso di un’epoca stanca. 

Saper fare è un’arte che non si può apprendere dai libri. Non ha età, confini o limiti. L’artigianato è un lavoro che ha come obiettivo e come arrivo, la bellezza. L’uomo si è distinto dall’animale quando ha iniziato a creare soluzioni che potessero facilitare la sua esistenza, dalla creazione di un fuoco per scaldarsi, alla progettazione di oggetti per contenere cibi e trasportare prodotti. La sua intelligenza e la sua manualità lo hanno portato a scoprire il mondo dell’intreccio.

Le botteghe artigiane – e la loro natura rinascimentale – dopo essere state il traino per la ripresa nel dopoguerra, tanto da essere inserite nell’ articolo 45 della Costituzione: «la legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato», lasciano spazio alle imprese. La successiva globalizzazione trasforma un Paese come l’Italia, nato dall’artigianato, in una nazione che fatica a trovare apprendisti e giovani interessati. La causa è da ricercare nella svalutazione culturale che l’artigianato ha subito negli anni del benessere economico. 

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L’intreccio naturale prevede l’uso di vimini, pelle, nappa, cuoio, midollino, corteccia, giunco o rattan

Negli ultimi anni parlando di sostenibilità, di ritorno all’uso delle mani, di materiali autoctoni e di cura per il ben fatto, l’artigianato riacquisisce valore come bene di lusso. Anche se magari si utilizzano materiali considerati poveri. La cura nella realizzazione dell’oggetto declinata in tutte le sue componenti, è una nuova bilancia del desiderio. Nelle Marche e precisamente nel distretto di Mogliano, esiste una roccaforte di artigiani. «I primi documenti che parlano del distretto moglianese sono di duecento anni fa», spiega Gianluca Maurizi fondatore di Bottega Intreccio. «Inizialmente si trattava di alcuni agricoltori che commerciavano cestini con altri territori italiani, poi negli anni cinquanta mio nonno trasformò la bottega in un’impresa moderna». Inizia così il commercio di vimini, tra gli anni cinquanta e ottanta il distretto si rafforza con centinaia di artigiani, «poi negli anni Novanta c’è stata la crisi, alcune imprese hanno chiuso mentre quelle rimaste hanno delocalizzato nel sud-est asiatico», continua Maurizi. 

Un declino che dura circa fino al 2013 quando a Mogliano restano solo pochi veri artigiani dell’intreccio. Da qui il desiderio di creare una rete di collaborazione per generare sperimentazioni, creare nuove avventure imprenditoriali ma soprattutto preservare la conoscenza degli artigiani rimasti. Un patrimonio che non deve solo essere conservato ma che deve essere linfa per le nuove generazioni. Questi i principi che portano alla fondazione di Carteca scuola intreccio e di Bottega Intreccio, entrambi sviluppati nel 2014. La scuola – così chiamata perché «carteca», è il motto di uno dei maestri artigiani e in gergo dialettale significa «pressa e accosta», un motto di esortazione al fare con metodo e laboriosità – è nata dal volere di Giuseppe Maurizi (zio di Gianluca, promotore della Scuola), Alfredo Astolfi, Mauro Corradini e Tonino Nardi. Loro il desiderio di tramandare attraverso l’esperienza e il contatto diretto, il valore dell’artigianato dell’intreccio. 

«La scuola è impostata secondo il metodo della bottega medievale. L’artigiano esperto (tredici studenti per circa sette-otto artigiani ndr) è al fianco dell’apprendista, di fatto c’è una sorta di osmosi e di trasmissione del sapere e dei suoi valori», spiega Gianluca Maurizi. «La sorpresa più grande della scuola è questa, vedere che i tanti ragazzi che hanno trovato lavoro hanno imparato prima di tutto le caratteristiche umane più importanti, come la passione per la manualità, la ricerca continua della bellezza e la precisione dell’artigiano». Carteca è una scuola gratuita che non riceve finanziamenti pubblici, seguita dai maestri artigiani con corsi due-tre volte alla settimana e della durata di un paio di mesi. Finito il loro lavoro i maestri si dedicano all’affiancamento dei giovani. 

«L’artigiano non fa sconti ma vuole vedere risultati», continua Maurizi: «Mio zio dice sempre che questo lavoro si impara da bambini perché loro hanno fatto così, in realtà a scuola l’età media oscilla dai venticinque ai trentacinque anni di età. Ho visto trentenni con un’ottima predisposizione mentale all’artigianato riuscire a diventare ottimi maestri in qualche anno». A Mogliano si insegna la base dell’intreccio, è un ingresso nel mondo dell’artigianato che poi può diventare un lavoro. Su cinque anni di attività – con settanta partecipanti, ci sono state sette assunzioni nelle imprese artigiane del distretto e l’apertura di due nuove. «La scuola non ha nessun filtro. Ricordo di un maestro anziano che rivolgendosi ad un partecipante della scuola disse: ‘tu non intreccerai mai’. Quella persona oggi intreccia, il maestro non ha saltato una lezione».

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Specchio doppio da appendere o contenitore. Picnic, design Maurizio Bernabei

Parallela a Carteca, si è formata anche Bottega Intreccio – che lavora esclusivamente con gli artigiani del territorio. È una rete di collaborazione operativa che vuole creare un maggior respiro imprenditoriale per il distretto. Sono circa una ventina gli artigiani dell’atelier diffuso marchigiano, si tratta dell’unico distretto specializzato sull’intreccio in Italia. Ogni bottega ha i suoi artigiani e per questo le sue specializzazioni, le sue peculiarità e i suoi materiali. I progetti connessi, frutto di queste maestranze, sono poi confluite nel mondo del design. «Maurizio Bernabei è stato il primo designer con cui abbiamo lavorato. Questo lavoro ha ottenuto il World Paper Design Award 2018 per la collezione Caratteri (delle lampade in vimini ndr), così hanno iniziato a conoscerci». Da quel momento le collaborazioni sono andate avanti come quella con Elena Salmistrato, che ha progettato arredi in paglia di Vienna con un sistema di traverse di bambù e che ora sono un manifesto per Bottega Intreccio, fino alle ceste curve Setsu & Shinobu Ito dello Studio Ito Design di complessa fattura. 

Come si può mantenere lo spirito artigianale in creazioni di modelli replicabili? «Tutti i designer con cui lavoriamo devono conoscere la nostra storia. Elena Salmistrato ad esempio è venuta a Magliano, ha visitato le botteghe e ha interagito con gli artigiani più anziani. Il prodotto che nasce da questa collaborazione è la sintesi della nostra tradizione con la sensibilità del designer». Due Lisetta, il nome della poltroncina realizzata con la designer milanese, possono sembrare identiche anche se in realtà, ogni piccolo passaggio del processo produttivo è artigianale e creato da mani diverse e per questo, uniche.

Anche la scelta dei materiali si è diversificata. L’intreccio naturale prevede l’uso di vimini, pelle, nappa, cuoio, midollino (pianta asiatica più flessibile), corteccia, giunco o rattan. Con l’avanzare dei materiali sintetici, anche l’intreccio si è adattato – e infatti Bottega Intreccio usa corde in pvc, nylon e polipropilene. Un tempo a Mogliano il primo materiale usato per l’intreccio era il vimini della pianta del Salice, diffusa nel territorio. «Oggi il salice non lo richiede nessuno, di autoctono ci sono le pelli. Con i materiali del territorio si realizzavano oggetti robusti ma sinceri», sottolinea Maurizi. Una collaborazione con Silvia Venturini Fendi ha permesso il recupero di questo materiale. «Fendi ha colto il senso, è andata a ricercare e raccogliere il salice secondo le indicazioni dell’artigiano più anziano e ha voluto realizzare una Baguette (borsa iconica della casa di moda romana ndr)». Adesso Bottega Intreccio sta cercando di rimettere in sesto l’infrastruttura che permetta di ricominciare ad usare il salice autoctono. «Abbiamo le piante e le competenze necessarie per lavorarlo», conclude Maurizi.

IMMAGINI

Bottega Intreccio
Via XX Settembre, 49
62010 Mogliano, Macerata

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