
Con te tutto: Chiara Camoni ha trasformato il Padiglione Italia in un atto collettivo
Una visita allo studio di Chiara Camoni a Solaio, Pietrasanta, è il punto di partenza per leggere Con te tutto al Padiglione Italia della 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia
Questa conversazione e le immagini che seguono sono il risultato di una visita allo studio di Chiara Camoni a Solaio, Pietrasanta, pochi mesi prima dell’apertura di Con te con tutto, progetto che la vede protagonista nel Padiglione Italia alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia con la curatela di Cecilia Canziani. Sono stati presi in considerazione anche alcuni testi che Camoni ha scritto durante il corso della carriera, disponibili sul suo sito. Il Padiglione Italia è promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura ed è realizzato anche grazie al sostegno del main sponsor ZEGNA.
Chiara Camoni alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia: entrare dalla soglia più alta
FJC Il rapporto con Venezia arriva direttamente alla scala massima del Padiglione Italia, senza il passaggio di una precedente mostra in laguna.
Chiara Camoni Non ho avuto in passato mostre a Venezia, ma esposizioni in spazi istituzionali, in Italia e ancor più all’estero. L’esperienza della monumentalità delle due Tese arriva quindi dopo un percorso di mostre di grande scala. Esporre all’interno della Biennale rappresenta un momento di responsabilità. Non si tratta di un exploit improvviso, ma dell’esito di una crescita graduale e costante, che ci ha permesso di affrontare quegli spazi con consapevolezza.
Con te tutto: un progetto di un’unica artista grazie alla partecipazione di molti
FJC Nel suo lavoro il senso di comunità non è un tema, ma una pratica concreta. Nel Padiglione Italia come ha tradotto questa dimensione in una forma espositiva, senza ridurla a immagine retorica?
Chiara Camoni Il lavoro non parte da un presupposto ideologico, ma si fonda su aspetti concreti: questa mostra è stata possibile grazie a un gruppo coeso, con cui collaboro da anni. Esiste quindi una comunità già nella fase di realizzazione.
La coralità si manifesta anche sul piano delle opere, che sono molteplici e in dialogo tra loro, e nella concezione della mostra stessa: nella sezione Dialoghi sono state invitate opere di altri artisti a intrecciare relazioni di prossimità con le mie. Anche il pubblico è coinvolto, perché con la presenza del proprio corpo entra inevitabilmente in relazione con gli altri corpi della scultura.
L’immagine in movimento nel Padiglione Italia: tra tempi, volti e apparizioni con la partecipazione di Alice Rohrwacher
FJC Nella sua pratica l’immagine in movimento è già apparsa come cifra per seguire il processo, i gesti, le presenze, il tempo condiviso del fare – ad esempio, Una storia o La distruzione bella. Nel Padiglione Italia sembra accadere qualcosa di diverso. A partire da immagini inedite di La Chimera di Alice Rohrwacher, il film mette in relazione volti scolpiti dell’antico e volti del presente. Che cosa cerca qui attraverso il film che la scultura, da sola, non raggiunge?
Chiara Camoni Sono presenti due interventi video. Uno è un’opera mia già esistente, Burning Sister, in cui il corpo di una figura realizzata interamente con fiori e foglie prende fuoco e lentamente si dissolve. Nella scomparsa sembra però dichiarare la propria essenza: è nel dissolversi che si rivela.
Dall’altro lato della mostra vi è poi un film realizzato appositamente da Alice, in cui si alternano volti di statue etrusche e volti di persone a noi contemporanee, senza soluzione di continuità. Ciò che appartiene al passato sembra sovrapporsi al presente, fino a identificarsi con esso. Anche qui, ciò che scompare è ciò che si manifesta nel suo essere più profondo.
Chiara Camoni: quando resiste il lessico della relazione dentro a una macchina di rappresentanza?
FJC Con te con tutto nasce da un lessico di relazione, ascolto, affetti e co-creazione. Il Padiglione Italia è anche un dispositivo di rappresentanza, potere e legittimazione. Dove sente la contraddizione più forte: nel modo in cui il suo lavoro entra lì dentro, o nel rischio che un linguaggio nato per sottrarsi a certe logiche finisca per esserne compatibile?
Chiara Camoni Il mio impegno è rivolto alla creazione delle opere, cercando di fare il meglio di cui sono capace. Se in essa è presente un potenziale dirompente, di trasformazione, considero significativo che venga collocata proprio all’interno dell’istituzione. A quel punto, lascio che l’opera agisca in base alla propria carica intrinseca.
Chiara Camoni e quella tradizione di sinistra: sul fare insieme come diffidenza verso l’individualismo
Chiara Camoni L’esperienza che faccio del lavoro collettivo nasce in modo quasi casuale molti anni fa, quando per la prima volta ho realizzato un ciclo di disegni insieme a mia nonna. In quel momento ho scoperto che l’autorialità era qualcosa che si poteva aprire e allargare anche ad altre persone. Questa pratica è continuata negli anni ed è tuttora in corso, sebbene rimangano fondamentali anche fasi più solitarie del lavoro. Lavorando in gruppo, si rilevano piccoli accadimenti, si assiste a fasi intermedie del lavoro destinate poi a scomparire, che hanno però la forza di vere e proprie epifanie che ci avvicinano, facendoci sentire partecipi della stessa meraviglia e creando un legame.
FJC In Riflessioni sparse (collage), ovvero Premesse per un seminario del 4 giugno 2018 scrive di un «fare insieme» che appare come strutturale. Una sensibilità storicamente vicina alla sinistra: l’idea di condivisione, mutualità; una diffidenza verso l’individualismo come valore dominante. Questo aspetto resta implicito, oppure fa parte in modo consapevole del suo lavoro?
Chiara Camoni Fa parte del mio lavoro in modo naturale ma consapevole, e appartiene ad una tradizione che si colloca a sinistra. È un modo di immaginare e ripensare il mondo, è una necessità personale e un orizzonte in cui operare.
C’è un bisogno diffuso di ripartire dalla relazione con l’altro e con il mondo esterno, a partire dall’esperienza diretta, non mediata. Stando nei corpi, in prossimità. Non è detto che debba avvenire su grande scala: credo nei piccoli gruppi e nella loro capacità trasformativa che si realizza per contatto, per contagio, per poi moltiplicarsi in maniera esponenziale».

Lo studio di Chiara Camoni a Solaio: una costellazione mobile di persone e una regia
FJC Nel suo studio a Solaio il lavoro prende forma dentro una cerchia di persone vicine, legate a lei anche sul piano umano, non solo professionale.
Chiara Camoni Si tratta di una costellazione che si organizza nel tempo in maniera sempre diversa e fluttuante. Esiste un gruppo di persone che lavora con me da anni e costituisce un nucleo ormai stabile, ma ci sono anche persone che si uniscono per periodi limitati, su progetti specifici. Altre ancora transitano: giovani artisti, stagisti, studenti che arrivano dall’estero tramite Erasmus.
Ogni volta il gruppo si configura in modo diverso, e questo cambiamento continuo serve a non cristallizzare le posizioni e per evitare gerarchie. Quando arriva una persona nuova, questa entra nel lavoro, non solo partecipando al progetto in corso, ma portando un contributo personale, a partire dal proprio bagaglio di competenze. Per esempio, se qualcuno ha conoscenze specifiche sulla ceramica, siamo felici di aprire uno spazio per apprenderle e accoglierle, spostandoci noi verso altre aree del lavoro.
Tutto è in costante movimento: ciò implica un impegno ulteriore ma è anche arricchente per tutte le parti coinvolte, me compresa.
Chiara Camoni sui concetti d’idea, autorialità e firma
FJC In Del questo e del quello, del sé e dell’altro, come tutto afferma che spesso inizia un ciclo di opere seguendo «un flusso di associazioni, accostamenti, intuizioni». Quando un’opera nasce dentro una rete di affetti, aiuti, competenze e lavoro concreto, dove colloca l’autorialità? In quale momento dice: questa idea è mia?
Chiara Camoni Esiste una regia e cura dell’intero processo di lavoro. Ci sono momenti che si aprono agli altri e momenti in cui il lavoro si richiude maggiormente su di me. C’è una visione che guida e un sentire che riguarda sia la materia sia il gruppo stesso. Qualcosa di simile a una danza: è necessario che ci sia armonia nel gruppo, che va ascoltata e assecondata, ma è altrettanto necessario che qualcuno mantenga una visione d’insieme e una posizione di guida. Ci sono poi parti del lavoro che svolgo io soltanto, momenti in cui ho bisogno di essere in solitudine, in dialogo solo con l’opera stessa.
Cave, plastiche, conchiglie e paesaggi compromessi: la natura secondo Chiara Camoni
FJC Nel progetto del Padiglione Italia entrano terracotta, arbusti, conchiglie, pietre, ma anche materiali riciclati e un paesaggio già compromesso. Quanto le interessa ancora parlare di natura, se il mondo reale in cui lavora è già pieno di scarti e mediazioni?
Chiara Camoni Mi interessa ancora di più, perché la natura di cui parlo non è idealizzata o romantica, ma coincide con l’esperienza quotidiana del paesaggio che mi circonda. C’è quindi la bellezza disarmante delle fioriture primaverili, ma anche lo sgomento delle cave di marmo che proseguono sullo sfondo con estrazioni intensive e arroganti.
In quanto esseri umani siamo ormai consapevoli che il nostro stare nel mondo è carico di conseguenze. Interrogarsi oggi sulla nostra relazione con il mondo naturale è indispensabile, senza ometterne i limiti e le zone oscure. Se raccolgo conchiglie sulla riva del mare, non posso non constatare che il bagnasciuga è ormai punteggiato dai colori vivaci delle plastiche dei nostri rifiuti, che compongono a tutti gli effetti un paesaggio.
Che cosa senti? Chiara Camoni su separazione e partecipazione
FJC Nel 2015, in Del questo e del quello, del sé e dell’altro, come tutto, affermava le sarebbe bastato che i suoi lavori potessero «ricucire un po’ di separazione». Oggi, undici anni dopo, è sufficiente ancora questa idea?
Chiara Camoni In quel passaggio facevo già riferimento a una forma di empatia che oggi ho esplicitato maggiormente: la capacità di tornare a sentire l’altro, nelle sue diverse forme, in maniera intuitiva, partecipata.
Mi riferivo anche a un testo di Emilio Villa che ipotizzava nell’uomo preistorico una possibile non-separazione tra il perimetro del proprio corpo e il mondo circostante, una partecipazione panica al tutto. È un’immagine ancora utile per mettere in discussione la gerarchia che ci ha portati a collocarci al vertice.
Il Padiglione Italia alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia e il mecenatismo contemporaneo di ZEGNA
Il Padiglione Italia è promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura ed è realizzato anche grazie al sostegno del main sponsor ZEGNA e dello sponsor Banca Ifis.
La partecipazione di ZEGNA si inserisce in una visione culturale che affonda le radici nella storia della famiglia e nella relazione profonda tra arte, natura e territorio. Il legame con Chiara Camoni e Cecilia Canziani nasce oltre dieci anni fa nell’ambito di ZegnArt e delle iniziative della Fondazione Zegna. In parallelo alla Biennale Arte 2026, Oasi Zegna ospiterà inoltre una personale di Chiara Camoni, a cura di Ilaria Bonacossa, rafforzando questo dialogo tra arte contemporanea e paesaggio.

Chiara Camoni
La pratica di Chiara Camoni (Piacenza, 1974) si contraddistingue per un rinnovamento della scultura e dell’assemblaggio partendo dal recupero di oggetti, materiali di scarto, elementi naturali e allo stesso tempo per un uso concettuale della ceramica che permette di superare i confini tra arti minori e arti maggiori, arte pura e artigianato, così come quella di autore unico laddove privilegia pratiche laboratoriali di co-creazione e co-partecipazione. Negli ultimi anni ha esposto in alcune delle principali istituzioni pubbliche e non profit italiane tra cui, Pirelli Hangar Bicocca, GAM Torino, Festival dei due mondi, così come in spazi internazionali CAPC, Bordeaux; Manifesta 15 – Barcellona; Bangkok Biennale.
Federico Jonathan Cusin









