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Le parole del Papa sulle unioni civili non cambiano la dottrina della Chiesa

Al documentario sul Pontefice rispondono i giovani gay cattolici di Milano, rivelando come vivono l’amore e il sesso. La Chiesa ci ha educato, ora siamo noi a voler educare la Chiesa

Una clip video di poche frasi, diffusa il 21 ottobre, ha fatto il giro del mondo. A pronunciarle era il Papa. Il video, contenuto nel docufilm Francesco di Evgeny Afineevsky, era stato presentato il giorno stesso in anteprima mondiale alla Festa del cinema di Roma. Ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione. Ciò che dobbiamo fare è una legge sulla convivenza civile. Hanno diritto di essere legalmente tutelati. Io ho difeso questo. Le frasi sono state lette come una svolta storica – in realtà erano state pronunciate dal Pontefice in un’intervista del maggio 2019 alla vaticanista messicana Valentina Alazraki e rientravano in un discorso più complesso. 

Nella versione originale, non tagliata, papa Francesco precisa che ciò non significa approvare gli atti omosessuali, nel modo più assoluto. Nel 2010, da arcivescovo di Buenos Aires, Bergoglio si era opposto alla legalizzazione dei matrimoni omosessuali. Quando la giornalista nell’intervista glielo ricorda, Bergoglio risponde: Ho sempre difeso la dottrina. Per quanto riguarda la legge sul ‘matrimonio omosessuale’, è incongruo parlare di ‘matrimonio’. […] Dobbiamo fare una legge sulla convivenza civile. Hanno diritto di essere legalmente tutelati. Io ho difeso questo. Il suo biografo ufficiale, Sergio Rubin, suggerisce che il sostegno alle unioni civili, espresso già da arcivescovo in Argentina, fosse un modo per evitare in quel paese una legge che le equiparasse al matrimonio – una sorta di compromesso. I titoli dei giornali di tutto il mondo, il 22 ottobre, annunciavano un’apertura del Papa alle unioni omosessuali sulla base di un video vecchio e tagliato: il Papa è caduto in una trappola mediatica? Dio è nei dettagli – un detto attribuito a Gustave Flaubert. Da questo detto ne è nato uno uguale e contrario: Il diavolo si annida nei dettagli.

Il giorno successivo alla presentazione del documentario alla Festa del cinema di Roma la pellicola è stata insignita nei Giardini Vaticani del Premio Kinéo, assegnato a chi promuove temi sociali e umanitari: lo Stato del Vaticano è l’ultima monarchia assoluta d’Europa, difficile immaginare che nei suoi 440mila metri quadrati di estensione sia possibile premiare un film che si sia preso gioco del monarca. La Santa Sede ha avuto il tempo per smentire la versione che stava circolando su siti e televisioni di tutto il mondo, se avesse disatteso il reale pensiero del Papa – non l’ha fatto. Solo a inizio novembre, come riportato dal quotidiano dei vescovi italiani Avvenire, i nunzi apostolici nel mondo hanno ricevuto una lettera in cui la Segreteria di Stato, per volere del Pontefice, contestualizzava quelle parole, senza smentirle. Il trappolone che non dispiace al Vaticano, titolava Il Foglio, quotidiano attento ai movimenti d’Oltretevere. 

Pochi giorni dopo, il 25 ottobre, viene diffusa la notizia della nomina papale di tredici nuovi cardinali. Il sito cattolico ultraconservatore la Nuova Bussola Quotidiana titola: Semeraro & Co., la lobby gay alla conquista di San Pietro. Tre delle tredici nomine riguardano arcivescovi ‘gay-friendly’: Wilton Gregory, capo dell’arcidiocesi di Washington; Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei Vescovi, e Marcello Semeraro, fino a qualche giorno prima vescovo di Albano Laziale, dove da sei anni ospita il Forum dei cristiani Lgbt, tre giorni di incontri tra le associazioni italiane, che sono quasi cinquanta e includono gruppi di cristiani omosessuali e di genitori. Gli Atti del V forum e le parole pronunciate dal vescovo Semeraro in quell’occasione sono state pubblicate nel volume Quali segni e prodigi Dio ha compiuto per mezzo di loro. Tra gli interventi nel volume: il padre gesuita americano James Martin, autore del libro Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt; suor Fabrizia Giacobbe, domenicana e teologa che da anni accompagna il cammino del gruppo di cristiani Lgbt fiorentino Kairos; la presidente del Coordinamento delle teologhe italiane Cristina Simonelli; il giornalista di Avvenire Luciano Moia, autore del libro Chiesa e omosessualità, da sempre impegnato a costruire un dialogo. Una Chiesa che cerca di aprire agli omosessuali c’è; dall’altro lato la dottrina resta ancorata alle parole del catechismo: ‘grave depravazione’, ‘funesta conseguenza di un rifiuto di Dio’, ‘atto intrinsecamente disordinato’.

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MOM, I JUST WANNA PUNCH GOD IN THE FACE, Emiliano Gori, Bruto FNZ

Il primo gruppo italiano di cristiani Lgbt – il Guado – è nato a Milano nel 1980, e oggi al suo interno include un gruppo di una ventina di giovani, tra i 20 e 35 anni. Tra questi Luigi Pollastro, che il giorno successivo alla dichiarazione del Papa aveva in agenda l’incontro settimanale con il gruppo della Gifra (gioventù francescana): una trentina di ragazzi tra i 18 e 30 anni, accompagnati da due frati assistenti e una suora del Convento Rosetum di Milano. Luigi si è presentato alla riunione su Zoom più felice del solito, con una corona di fiori in testa. «Erano tutti contenti, suor Chiara ha detto di essere felice per me. Spera che durante l’anno potremo sviluppare progetti nuovi, per esempio far incontrare il gruppo di giovani del Guado con quello dei giovani francescani. Anche da parte dei giovani del Guado c’è voglia di mettersi in cammino e rompere le scatole alla Chiesa su questo». La diocesi Milano di recente ha nominato un responsabile per la pastorale delle persone Lgbt, ma nulla ne è seguito in concreto. «La dichiarazione del Papa non cambia la dottrina ma lo stile, e ci incoraggia a sollecitare la Chiesa. La chiesa è fatta da persone, gruppi parrocchiali, parroci, vescovi, laici. Sta a noi ora attivarci perché si aprano strade nuove: le parole di Francesco hanno incoraggiato e legittimato l’apertura di nuovi dialoghi». Per altri, le parole del Papa hanno avuto anche un significato simbolico: un amico di Luigi ascoltando la notizia al telegiornale il giorno dopo ha pianto.

Nella vita di Luigi non cambia nulla: «Ho fatto pace col fatto di essere cristiano e gay, so che la mia vita sarà sempre un po’ di frontiera. Dentro la Chiesa posso parlarne, ma senza sapere bene cosa dovrei fare; nella comunità Lgbt, ogni volta che dico a una persona appena conosciuta che la domenica andrò ad animare le celebrazioni eucaristiche, la prenderà come una battuta». Ha avuto le prime esperienze sessuali a sedici anni, con il primo fidanzato, in un periodo in cui si trovava ancora nel suo paese Natale, in provincia di Benevento, e si era momentaneamente allontanato dalla Chiesa. Nei suoi primi appuntamenti finisce sempre per parlare dei ‘Gay per Gesù’, come chiama ironicamente i giovani del Guado: «C’è chi mi ha regalato la Bibbia».

Sesto comandamento – non commettere atti impuri: «Credo che l’affettività e la sessualità vissuti cristianamente siano questione di sguardo. Quando guardi l’altra persona devi vederla nella sua interezza e non solo come un tuo oggetto sessuale. Questo abbraccia una sfera ampia di questioni». Bondage: «Se l’altra persona è consenziente, c’è intimità e nessuno dei due tratta l’altro come oggetto, anche pratiche di bdsm possono svolgersi con uno sguardo sull’altra persona come totalità». Il catechismo riconosce nel sesso un’importanza unitiva e generativa tra i coniugi: «Quello che vorrei chiedere alla Chiesa: se parliamo di generatività, intendiamo solo dare la vita? Ciò escluderebbe le coppie eterosessuali non fertili. Credo debba esserci qualcosa d’altro. Né la visione della Chiesa sulla sessualità né quella della comunità gay sono un granché: da una parte condanna e sospetto, dall’altra ipersessualizzazione e oggettivizzazione. Credo la Chiesa abbia qualcosa da insegnare sull’amore e le relazioni e da imparare a proposito di questioni che spesso non ha il coraggio di affrontare». 

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Il 1 ° sit-in in memoria dello scrittore e poeta gay Alfredo Ormando davanti a Piazza San Pietro, 2001. Sergio D’Afflitto

Anche Roberto Geloso, 31 anni, fa parte del gruppo milanese del Guado e il prossimo maggio si unirà civilmente con Fabio, con cui è fidanzato da sei anni. «Ci siamo conosciuti su una chat gay», racconta, «uno spazio che molti dicono essere fatto solo per scopare, e invece». Geloso è nato e cresciuto in un paesino in provincia di Palermo affiliato alla diocesi di Morreale. La prima persona con cui ha fatto coming out, a 20 anni, è stato il parroco: «Al tempo mi consigliò di non espormi troppo. So che quei consigli erano per il mio bene. Non mi ha mai giudicato e siamo ancora in contatto, ci sentiamo quasi ogni settimana». All’epoca Geloso era catechista, capo chierichetto e aveva le chiavi della Chiesa. Nel 2019 ha fatto la proposta di matrimonio a Fabio pubblicamente, sul palco di un concerto milanese di Arisa. «Nel mio paese l’hanno saputo tutti, perché è uscito sui giornali: non mi sono mai sentito giudicato dalle persone della parrocchia quando tornavo. Un amico mi ha confidato che grazie a quel gesto è riuscito a parlare a tavola con sua madre dell’argomento». I genitori col tempo hanno accettato la sua relazione, mentre i fratelli non hanno ancora confermato la loro partecipazione al matrimonio. Uno dei due, ex seminarista, gli ha chiesto di non postare foto sui social e perché facesse quella buffonata; l’altro gli ha ricordato che lui ha un’impresa importante. Se non fosse cronaca, potrebbe sembrare un romanzo di Vitaliano Brancati ambientato in una Sicilia immutata, in cui la reputazione è tutto. 

Oggi Geloso è convinto che se fosse rimasto nel suo paese di seimila abitanti sarebbe represso e omofobo: «Me ne andai di casa a 21 anni, per studiare a Catania. In Accademia sono stato omofobo, prendevo in giro i miei compagni effemminati perché non avevo ancora fatto pace con me stesso». Per un breve periodo di tempo si è allontanato dalla chiesa: è stato Fabio a riportarcelo. «A Palermo, Fabio faceva parte di un gruppo di cristiani Lgbt che era riconosciuto all’interno di una parrocchia. Lì vidi per la prima volta un omosessuale salire sul pulpito e fare una preghiera per gli omosessuali: dopo tanto tempo respirai un senso di comunità, senza sentirmi giudicato». Anche per questa ragione Roberto e Fabio tornano in Sicilia, a Cefalù, per unirsi civilmente: «All’inizio avevamo pensato di celebrare l’unione in una chiesa valdese, ora stiamo pensando a un rito simbolico con la benedizione degli anelli da parte di un pastore valdese». Tra gli invitati ci sono anche sei sacerdoti cattolici: non possono benedire l’unione perché verrebbero ridotti allo stato laicale, come è successo a Franco Barbero. 

Sulle parole del Papa, Geloso è cauto: «La dottrina e le resistenze della Chiesa sono forti, la Chiesa è lenta. Basti pensare che papa Giovanni Paolo II ammise gli errori della Chiesa su Galileo Galilei dopo tre secoli, nel 1992. Tuttavia nella consuetudine, soprattutto in ambito sessuale, spesso si impongono abitudini che superano le resistenze della dottrina, penso per esempio alla verginità prematrimoniale. Certi uomini di Chiesa dicono che gli omosessuali sono ossessionati dai corpi, dal sesso. Credo che siano loro ad esserlo, vedendo nell’amore omosessuale solo un atto fisico di penetrazione. La cosa più bella per me è andare a dormire dopo aver recitato un Padre nostro con Fabio: quello ha valore. Il sesso è un momento di piacere del corpo, per raggiungere il quale non servirebbe alcuna unione civile». Oggi Geloso resta nella Chiesa anche per una forma di gratitudine: «Dove vengo accolto, non giudicato, mi sento a casa, in comunità: l’errore della Chiesa oggi spesso è quello di giudicare troppo. Ho fatto le mie battaglie e continuo a farle. A 31 anni non le vivo più come battaglie ma come un confronto. La Chiesa mi ha educato da piccolo, oggi sembra che la cosa si sia capovolta, vorrei essere io a educarla a un graduale cambiamento».

IMMAGINI

Il Guado
Via Soperga, 36, 20127
Milano MI

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