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Weareable technologies: tecnologia applicata per il ritorno all’organico

Biomateriali e batteri alleati nella cura del benessere femminile. L’educazione metodologica nelle parole di Giulia Tomasello, interaction designer: «ci crediamo moderni ma siamo ancorati a convinzioni passate»

Uno dei futuri sviluppi della moda è rappresentato dalla tecnologia indossabile. Per garantire un approccio in linea con le sue potenzialità è necessario educare alle nuove forme di weareable technologies. Tutto diventa più complicato quando si parte dall’intimità e dalla cura del benessere femminile. Giulia Tomasello, interaction designer originaria di Pesaro esperta in biohacking e biocouture/biotextiles – che oggi si divide tra Londra e Berlino – ha unito questi elementi. Il numero dei batteri presenti nel nostro corpo rappresenta circa il doppio delle cellule. «I biomateriali sono stati il mio primo campo di indagine: i materiali provenienti da organismi viventi. Poi sono arrivati i batteri e la loro capacità di aiutare il benessere femminile e prevenire i disturbi vaginali. Nel 2016 ho realizzato Future Flora, un kit fai da te (DIY – Do it yourself). Se tutti avessimo un incubatore di batteri in casa noi donne* potremmo far crescere una flora batterica sana per ripristinare gli equilibri del nostro corpo», spiega Giulia Tomasello. «Nessuno ha mai pensato a una soluzione di questo tipo anche perché il mondo della scienza è spesso una realtà solo maschile». A causa di tabù sociali, difficoltà a rivolgersi ad un medico specialista, paura del giudizio altrui. Il settantacinque percento delle donne contrae almeno una volta nella vita un’infezione vaginale come la candida e almeno per il quindici percento si tratta di infezioni ricorrenti.

Future Flora è un progetto nato nel 2016. «In quell’anno non è stato capito. Ho ricevute critiche dalle stesse donne, altre mi chiedevano come provarlo e dove potevano trovarlo», spiega Tomasello. Si tratta di un assorbente igienico realizzato in gelatina di agar agar (derivato di alghe rosse e terreno di coltura batterica usato in biotecnologia) che può essere personalizzato e trattato scientificamente con batteri come probiotici attraverso utensili adeguati (parte del kit, come anche le istruzioni). Una volta posizionato l’assorbente all’interno degli slip, i lactobacilli coltivati (a casa) entrano in relazione con i batteri presenti naturalmente nel nostro corpo e prevengono i disturbi vaginali come la candida. L’ambito di ricerca e l’ecosistema in cui i lavori della interaction designer si applicano sono inclusivi. «Quando racconto i mei progetti non uso mai la parola women in inglese perché è esclusiva, preferisco parlare di female. In italiano la parola femmina ha un’accezione ancor più esclusiva. Uso la parola donne con l’asterisco», sottolinea Tomasello. Nel 2018 Future Flora vince lo STARTS Prize (premio della Commissione Europea che onora progetti che dimostrano la riuscita integrazione di scienza, tecnologia e arte per contribuire all’innovazione sociale ed economica). Un riconoscimento che segue l’annata del boom del movimento #MeToo e le sue declinazioni sociali. Dal 2019 Future Flora è presente alla collezione permanente del MAK di Vienna.

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Future Flora, Ph Giulia Tomasello

La tecnologia si applica per il ritorno all’organico. Questo è il punto di partenza da cui si sviluppa un progetto di educazione: ALMA (2018), parte del Re-Fream Project e supportato da EU Horizon 2020 e da Starts Lighthouse. Per il suo sviluppo, insieme a Giulia Tomasello sono intervenuti Tommaso Busolo, Ryo Mizuta entrambi scienziati dei materiali e dottorandi all’Università di Cambridge e Isabel Farina, medico-antropologa e dottoranda al Politecnico di Milano. Nella sua realizzazione pratica ALMA è un biosensore non invasivo del pH vaginale che permette di monitorare i fluidi prevenendo le precoci infezioni batteriche. Il sensore è inserito nella mutanda e durante la giornata misura il pH vaginale continuamente. I dati sono trasmessi con tecnologia wireless al telefono e visualizzati con una app. Attraverso la app si possono monitorare i fluidi e la loro eventuale mutazione nella composizione chimica (da acido a basico o alcalinico, si possono così anticipare infezioni o problematiche intime).

Il sensore in tessuto è realizzato con filati in oro e argento. Questi attraverso un processo chimico diventano sensori di pH che trasmettono i dati a un microprocessore inserito nella parte superiore delle mutande. Da qui e tramite connessione bluetooth, si mandano i risultati alla app installata sul telefonino. «Trovare delle soluzioni che vadano dalla ricarica dei sistemi che la attivano a come indossarle fino a come lavarle, non è semplice. Occorre capire anche come ridurre il suo impatto inquinante», spiega Tomasello. La designer e il suo gruppo di lavoro per ALMA, nella sua prima fase, hanno svolto workshops, ricerca e studi antropologici in diverse parti del mondo: Alma meets Flora. «Il tabù è ovunque ma si manifesta in modo diverso», continua Tomasello. «Il primo workshop è stato a Rio de Janeiro. Ho lavorato con 15 donne attiviste. Nella società brasiliana è presente il tema dello stupro. Anche nei bambini c’è una sessualità mostrata che è sintomo di altre problematiche. Dal punto di vista dei prodotti intimi, come gli slip da indossare durante le mestruazioni, sono più avanti di noi. Si trovano già nei negozi. In Malesia e Thailandia invece, quando si parla di questioni intime femminili, entrano in gioco religioni e spiriti ma c’è interesse al dialogo, anche se mancano gli strumenti per affrontate una comunicazione. In Italia abbiamo trovato una realtà distorta, abbiamo fatto fatica a trovare partecipanti. Ci crediamo moderni ma siamo ancora fermi su convinzioni passate».

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Alma, Ph Giulia Tomasello

Abbinare la tecnologia agli abiti che indossiamo tutti i giorni potrebbe sembrare invasivo. «C’è un fraintendimento comune per cui si pensa che la tecnologia abbia la risposta. Deve solo essere un mezzo. Vogliamo proporre una conoscenza più consapevole del proprio corpo. La tecnologia così vicina al corpo non deve essere percepita come invasiva», continua la designer, «Quando me lo fanno notare penso a dove teniamo i cellulari per gran parte della giornata (nelle tasche dei pantaloni), alle cuffie per ascoltare la musica, al pacemaker. La tecnologia deve diventare come una seconda pelle. Per questo per affinare il nostro progetto abbiamo creato partecipazioni diverse in co-design». È un percorso artistico e tecnologico che ha coinvolto – per quanto riguarda la parte di realizzazione e progetto della ‘smart underwear’ – l’Istituto Fraunhofer IZM di Berlino. Per rispondere alla richiesta di soluzioni artistiche e dal design innovativo per il prototipo, sono intervenuti undici designer provenienti da diverse parti del mondo. Il mercato di destinazione è diffuso. Per i prossimi nove mesi, grazie ai fondi vinti con l’incubatore Vision Health Pioneers, si studierà come strutturare la startup business. «Il progetto che vorrei portare avanti è la creazione di un istituto in cui fare ricerca scientifica, educazione metodologica, prototipi e innovazione per gli scopi dei prodotti. Non c’è fretta per il mercato se l’utente non è pronto ad accoglierlo».

L’educazione all’approccio di tessuti innovativi e biomateriali Giulia Tomasello la porta avanti dal 2017, insegnando attraverso i workshops Coded Bodies al Politecnico di Milano e al Royal College of Art di Londra. La creazione di una pelle conduttiva applicabile alla realtà è il progetto che la designer ha iniziato a studiare durante i suoi studi e che continua a investigare attraverso l’interazione con gli studenti. Tra le sue creazioni anche RUAH, un corsetto indossabile che interagisce con le emozioni della persona promuovendo una corretta respirazione diaframmatica e la scarpa Fheel, realizzata con stampante 3D e che controlla la temperatura corporea e interagisce quando le condizioni climatiche cambiano. Tra gli ultimi riconoscimenti ricevuti, il premio giapponese Omosiroi Award, per il lavoro multidisciplinare realizzato con Future Flora e Alma e il più recente Rethinking the Bra, premiato con Worth Partnership Project dalla Commissione Europea. L’obiettivo è ricreare il supporto del reggiseno – accessorio intimo pensato negli anni Trenta dagli uomini – eliminando i limiti strutturali del prodotto, attraverso la tecnologia di lavorazione a maglia 3D, utilizzando materiali sostenibili e confortevoli, in collaborazione con Hoc Lab Tech, Fano.

IMMAGINI

Giulia Tomasello: interaction designer e intimate healthcare. «That’s me. I am a woman. I have a body. My body is a social construction rather than a naturally given datum», da Il secondo sesso di Simone De Beauvoir.

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