An industrial power plant with tall rectangular buildings rises against a dark, stormy sky, with transmission towers and power lines in the foreground.

Dentro i movimenti europei per il clima: cosa c’è di falso? 

Con Silent Springs i fotografi Michele Borzoni e Rocco Rorandelli mettono in discussione la narrazione dominante dei media sull’attivismo climatico

Silent Springs: dentro i movimenti europei per l’attivismo climatico con Borzoni e Rorandelli

Negli ultimi anni lo schema mediatico utilizzato per narrare l’attivismo climatico è stato spesso lo stesso. Puntare l’attenzione sulla natura eclatante di azioni e gesti ritenuti “estremi”, senza approfondire le ragioni che li generano, trasformando la protesta in spettacolo o in minaccia per l’ordine pubblico. Quello che i media mainstream mettono in pratica è un modello ricorrente: allarmismo, criminalizzazione, ragioni delle proteste relegate in secondo piano. Una narrazione che tende a indignare piuttosto che favorire la comprensione, l’analisi e lo sviluppo di una critica costruttiva e che di riflesso contribuisce a creare un’opinione pubblica indifferente, se non ostile, e funzionale a chi ha l’interesse – economico e politico – di far si che nulla cambi.

Michele Borzoni e Rocco Rorandelli, fotografi documentaristi e fondatori del collettivo TerraProject, con Silent Springs (LooseJoints) hanno scelto di ribaltare questa prospettiva. Il loro libro fotografico non documenta l’azione isolata dei movimenti di protesta ambientalisti, ma tutto ciò che la precede e la segue. Per tre anni i due hanno seguito da vicino movimenti come Extinction Rebellion, Ende Gelände, Code Rood, Last Generation e Soulèvements de la Terre e ne hanno documentato l’organizzazione, la logistica, il linguaggio, le tecniche di resistenza. Già attraverso il titolo del libro, un richiamo all’opera della biologa statunitense, Rachel Carson, emerge la volontà di mettere in luce la costellazione di movimenti diversi per metodi e contesti, ma uniti da una serie di elementi comuni: l’azione non violenta, l’ostinata fiducia nella possibilità di cambiare e immaginare un futuro diverso, l’urgenza dell’azione. Mentre sullo sfondo resta un nemico invisibile, quella che gli autori definiscono l’indifferenza di chi avrebbe il potere di agire, ma sceglie di non farlo.

Silent Springs: Il corpo come strumento politico dell’attivismo climatico

MF: In Silent Springs il sacrificio fisico è al centro dell’azione. Le vostre fotografie ribaltano lo stereotipo delle nuove generazioni dipinte come disincarnate, scollate dalla realtà, suggerendo la centralità del corpo stesso come ultimo strumento politico. È cosi? 

Rocco Rorandelli: È una questione centrale, sia per quanto riguarda il nostro libro sia, più in generale, per questi movimenti di protesta. Il corpo è l’ultima frontiera, il campo di battaglia. Non è un concetto nuovo: tutte le forme di azione non violenta hanno utilizzato il corpo per tracciare un confine tra lo status quo e la possibilità di un’alternativa. Gli attivisti non lo usano soltanto per mettere in atto le azioni di protesta: quello stesso corpo viene poi lasciato disarmato di fronte alle forze dell’ordine, pronto a essere bloccato, trascinato via, arrestato, senza che opponga alcuna reazione, quasi fosse privo di spirito. 

MF: Il conflitto, invece, non coincide quasi mai con lo scontro diretto, ma con l’attesa, l’organizzazione e la resistenza. Era questa la dimensione che volevate raccontare? 

RR: L’obiettivo di questo progetto va oltre la documentazione della singola azione, un compito che lasciamo ai foto-giornalisti e ai fotografi di cronaca. Noi volevamo raccontare tutto ciò che succede prima e dopo: l’intenso lavoro di preparazione logistica, i meeting, la condivisione di informazioni. E poi l’attesa, come parte integrante dell’azione, e che rappresenta il tempo della preparazione, ma anche quello in cui si creano relazioni tra attivisti, con il pubblico e la stampa. Per questo non c’è solo un momento decisivo, ma una successione di eventi che conduce a qualcosa che va oltre il singolo scontro o arresto. 

Silent Springs, Michele Borzoni, Rocco Rorandelli

Borzoni e Rorandelli: oltre la protesta, riscrivere la narrazione mediatica sull’attivismo climatico

MF: L’attivismo contemporaneo vive di immagini, ma la visibilità rischia spesso di trasformare la protesta in spettacolo. La fotografia documentaristica può sottrarsi a questa logica? 

RR: L’attivismo contemporaneo è estremamente variegato, come lo dimostrano il numero e la diversità dei movimenti esistenti. Volendo schematizzare, possiamo suddividerlo in tre grandi categorie. La prima comprende i movimenti che organizzano azioni di blockadia: interventi diretti pensati per interrompere e bloccare il normale funzionamento di entità ritenute responsabili del danno ambientale, come centrali elettriche, riserve idriche privatizzate o miniere di carbone. La seconda riunisce i movimenti che puntano a ottenere attenzione mediatica attraverso azioni ad alto impatto simbolico, come i blocchi stradali o gli atti di vandalismo nei musei, con l’obiettivo di evidenziare l’urgenza della crisi climatica, anche a costo di provocare disagio. Queste azioni ottengono grande visibilità, ma i media tendono a concentrarsi più sulle modalità della protesta che sulle sue rivendicazioni, rendendo difficile trasformare la visibilità in risultati politici concreti. Infine, una terza categoria comprende i movimenti che cercano di delegittimare le responsabilità dell’inquinamento prendendo di mira istituzioni ritenute complici o incoerenti, come università e musei, accusati di pratiche di green-washing o di legami con l’industria dei combustibili fossili. In questi casi, le azioni si rivolgono soprattutto a studenti, visitatori e altri soggetti direttamente coinvolti, più che al grande pubblico, e per questo ricevono una copertura mediatica molto più limitata.

Per alcune delle azioni che abbiamo seguito, le immagini erano uno strumento fondamentale della strategia comunicativa dei movimenti. In altri casi, invece, abbiamo dovuto costruire un rapporto di fiducia con gruppi che non consideravano la produzione di immagini un elemento essenziale della propria missione.

MF: Mentre i media si concentrano su scontri e arresti, Silent Springs racconta l’altro, ciò che non viene mostrato. È una precisa scelta editoriale per dare spazio alle ragioni della protesta? 

RR: Esattamente. Il nostro lavoro voleva andare oltre la prospettiva generalmente offerta dai media, concentrandosi invece su un’esplorazione più profonda della natura e degli ideali che caratterizzano questi movimenti. Abbiamo osservato da vicino la loro organizzazione interna e l’intelligenza collettiva che si costruisce attraverso lo scambio di competenze e un costante dialogo democratico tra i partecipanti. È stato un percorso di esplorazione e scoperta anche per noi: abbiamo imparato moltissimo e volevamo condividere ciò che avevamo appreso. Per permettere ai lettori più curiosi di andare più a fondo, abbiamo quindi incluso il glossario dedicato alla terminologia specifica della disobbedienza civile e dell’attivismo climatico. 

MF: Nel vostro racconto emerge anche una dimensione giocosa, fatta di rituali, costumi, ironia. Che ruolo ricopre il gioco all’interno dell’azione diretta? Rafforza il gruppo o rischia di essere relegato a segno di immaturità? 

RR: Il gioco ricopre diversi ruoli. Rafforza il legame tra i partecipanti e contribuisce a attenuare le tensioni crescenti tra gli attivisti e le forze di polizia. Inoltre rappresenta una componente intrinseca dell’identità delle nuove generazioni; ridurlo a una forma di immaturità è una semplificazione che non coglie la profonda consapevolezza dell’importanza dell’azione per il clima e del collasso ambientale.

Silent Springs, Michele Borzoni, Rocco Rorandelli

Silent Springs: l’indifferenza come vero antagonista dell’attivismo climatico

MF: Il titolo richiama Rachel Carson, ma avete scelto l’utilizzo del plurale: non una primavera silenziosa, ma molte. È il segno che l’attuale resistenza alla crisi climatica non può limitarsi ad un unico fronte? 

Michele Borzoni: Questa scelta è un riferimento diretto a un libro fondamentale per la definizione del movimento ambientalista statunitense. Allo stesso tempo riflette la costellazione di movimenti diversi che uniscono oggi tanti attivisti, tutti unici nei propri approcci, ma accomunati da una serie di elementi: l’azione non violenta, l’urgenza di agire, e un condiviso senso di ottimismo sulla possibilità di poter cambiare le cose. 


MF: Gramsci scriveva che di fronte al controllo nelle mani di pochi “la massa ignora, perché non se ne preoccupa”, lasciando a loro la tessitura della vita collettiva. Silent Springs ritrae invece coloro che hanno scelto di non rimanere indifferenti, assumendosi costi e rischi personali. Il vero antagonista del vostro libro è il potere o l’indifferenza? 

MB: L’antagonista è l’indifferenza del potere. Il nostro libro è il ritratto di una generazione, del suo potere collettivo, e delle sue speranze. Ciò che li guida è una reazione all’indifferenza, non solo del grande pubblico, ma anche di coloro che detengono effettivamente il potere di fare la differenza: governi, istituzioni, aziende e multinazionali. Entità che hanno pieno accesso ai dati scientifici necessari per compiere scelte consapevoli, ma che nonostante questo sembrano disinteressate a farlo. 

MF: La catastrofe climatica è stata normalizzata, ridotta a rumore di fondo. Pensate che progetti come il vostro possano ancora scuotere qualcuno, o l’emergenza stessa è diventata parte integrante dello scenario? 

MB: Ci piacerebbe crede che il nostro libro possa fare la differenza, spostando il dibattito sull’azione climatica verso qualcosa di più concreto, ma è sappiamo che è difficile. Prima di tutto perché il nostro lavoro è un’ode a coloro che hanno messo in gioco le proprie energie e il proprio corpo prima di noi, ribellandosi all’indifferenza. Dobbiamo tutti de-normalizzare questa emergenza, riconoscere gli sforzi che possiamo fare per ridurre il nostro impatto sul clima, e chiedere ai governi di attuare azioni concrete. Gli attivisti chiedono proprio questo: la nostra attenzione e il nostro supporto. 


Silent Springs: TerraProject sull’etica della fotografia all’interno del dissenso climatico

MF: In un contesto ostile una fotografia può diventare uno strumento importante per suscitare empatia, ma anche una prova in mano a chi detiene il monopolio della forza per identificare e incriminare. Quanto ha influito questo rischio sulle vostre scelte editoriali? 

MB: Il ruolo del fotografo nel documentare la realtà è tale che interrogarsi su ciò che è appropriato per il soggetto ritratto è sempre cruciale. Nel nostro caso, in cui l’attenzione si concentra su attività illegali, questa responsabilità etica è ancora più accentuata. Abbia preso la decisione di non pubblicare o esporre alcuna immagine che potesse compromettere la sicurezza di chiunque fosse ritratto. Ogni soggetto era pienamente consapevole della nostra presenza e del perché eravamo li: abbiamo rispettato le scelte di coloro che preferivano rimanere mascherati o che chiedevano di non essere fotografati affatto. 

MF: TerraProject è nato nel 2006 a partire dall’idea di una fotografia socialmente impegnata. In un progetto come Silent Springs, dove si colloca il confine tra reportage e attivismo? Come affrontate questa dicotomia? 

MB: Quando vent’anni fa abbiamo fondato TerraProject il panorama mediatico era molto diverso. C’erano numerose testate pronte a pubblicare storie, e agenzie che distribuivano il tuo lavoro. Sapevi che le storie potevano raggiungere un certo numero di lettori. Oggi è profondamente diverso: i media hanno drasticamente ridotto sia il numero di pubblicazioni che il numero di lettori in grado di raggiungere. C’è la sfera online, ovviamente, ma l’attenzione che uno spettatore dedica a un’immagine o a un intero progetto è incredibilmente breve, il che rende necessario trovare piattaforme diverse per progetti long-form come i nostri. 

In questo contesto essere un collettivo è sempre stata una scelta politica, una chiara presa di posizione contro l’egocentrismo dell’autore e un impegno alla distribuzione orizzontale delle decisioni. Questo era valido vent’anni fa, e lo è ancora di più oggi.

Questo libro è una documentazione, ma contiene anche una dichiarazione di affetto per questi giovani attivisti. Ci ricordano come il pensiero collettivo possieda una forza che va ben oltre la somma delle sue singole parti. 

 Marco Frattaruolo

Silent Springs, Michele Borzoni, Rocco Rorandelli
Silent Springs, Michele Borzoni, Rocco Rorandelli
Silent Springs, Michele Borzoni, Rocco Rorandelli
Silent Springs, Michele Borzoni, Rocco Rorandelli
Silent Springs, Michele Borzoni, Rocco Rorandelli
Silent Springs, Michele Borzoni, Rocco Rorandelli
Silent Springs, Michele Borzoni, Rocco Rorandelli
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