
Milano Ruvido #3: gente intensa, gente strana
A Milano abbiamo bisogno di gente intensa, gente strana – di gente che vuole scavare a fondo invece che arrampicarsi sugli specchi, in società, tra le nuvole
Milano capitale morale, colta, edita, impegnata, e ingegnosa, mai rassegnata: quella che un tempo era la borghesia illuminata pensa solo al lavoro e non legge – si sfogava Rosellina Archino sul Corriere nel 2002: «I quarantenni lavorano dodici ore al giorno e leggono forse un libro ogni 12 mesi».
Abbiamo bisogno di gente intensa. Intensa e concentrata su un unico argomento, così concentrata, quasi ossessionata, da questo suo unico argomento. Un argomento che diventi un abisso in cui tuffarsi perché mai deve finire la tensione alla perfezione. Di persone così intense, abbiamo bisogno, a Milano. Gente intellettuale, tecnica, complicata, a cui interessa lavorare su un tema di nicchia, un passaggio che altri non immaginano. Lo studente di filosofia all’università in un appartamento condiviso, l’architetto, il borghese milanese, il falegname nel suo laboratorio – uno scantinato. Sensuali, anomali ma non anonimi, impegnati nel civile, forse politico.
Gente intensa, gente strana: scavare invece di arrampicarsi
A Milano, abbiamo bisogno di gente strana sulla scena mondana. Gente strana sullo stereotipo di moda e a suo agio con una uniforme, con un grembiule, con una tonaca – come quando alle scuole elementari in Via della Spiga. Quanto orgoglio la scuola pubblica, statale, comunale – sopra i vestiti di casa, indossavamo una casacca nera. Vogliamo gente curiosa: non i ficcanasi, ma quelli curiosi nel senso di prendersi cura.
Abbiamo bisogno di gente intensa, di donne che ci stritolino le palle, e non per farci venire prima. Abbiamo bisogno di donne che ci mandino a cagare, che ci prendano in giro – canzonandoci, riusciranno a farci cambiare punto di vista e trovare la strada che ci serve per scendere sempre più giù, in quell’abisso che ci deve appartenere. Quelle copertine dei libri Mondadori disegnati da Alina Klintz.
Perché andare giù, nel buio della terra, invece che non in alto nella luce dalla gloria? Perché a Milano, a noi piace la terra, la pianura, la campagna. Ci piace stare con i nostri piedi nella terra. Ci piace scavare piuttosto che arrampicarsi sulle nuvole. Ci piace sporcarci le mani, ci piace il sudore del sesso, il lavoro intellettuale che diventa fisico, carnale, umano – intenso. Il fuoco al centro della terra, la temperatura e la potenza si forma per pressione, per contrizione, per rigore. «Tradizione non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco» dice Antonio Calabrò.

Questa è la Milano che non ci serve
A Milano, non abbiamo bisogno di gente che tiene a essere simpatica. Non abbiamo bisogno della giornalista che va a letto con quello potente e che riesce a scrivere righe di costume, mescolandole a sue opinioni personali che non fregano un cazzo a nessuno. È convinta di suscitare simpatia invece che vergogna.
Ti giri, e trovi di peggio, nella stampa italiana: non ci serve la redattrice di provincia che ha trasformato una rivista di cui avevamo vanto in una rivisitazione di Cioè – Cioè era quella specie pubblicazione grande come un quadernino, un insieme di tette, cruciverba per principianti e fotoromanzi intervallati da pubblicità di marchi da grande magazzino. Questa redattrice, Lina Sotis prendendola in giro, la chiamerebbe la cheappona più simpatica di tutti – ma ancora, solo Lina Sotis può usare la parola cheappona, io non mi azzardo, è troppo frocia.
Un altro redattore vorrebbe essere un attore: utilizza aggettivi e superlativi per farti emozionare a Pantelleria, ti racconta quanti armadi gli sono necessari per andare al Festival del Cinema di Venezia. In copertina si risolve a pubblicare Michele Morrone vestito da Dolce & Gabbana e non si esclude che conosca i ritornelli delle sue canzoni capolavoro. Questa è la Milano che non ci serve.
Questa è la gente intensa di cui abbiamo bisogno
Il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci è custodito nella Biblioteca Ambrosiana di Milano: macchine, scavatrici, sistemi idraulici per regolare il corso dei Navigli. Gio Ponti: «In Italia l’arte si è innamorata dell’industria – per questo, l’industria è un fatto culturale». La conversazione immaginaria tra Marlon Brando e Pual Newman, la prima volta che si incontrarono: «Mr Brando you are tue greatest thing since God granted men the right to come» – di primo acchito, Brando lo guardò stordito, poi scoppiò a ridere: «You are ok kid, you are almost as good-looking as I am». Questa è la gente intensa di cui abbiamo bisogno, a Milano.