
La sensualità della misura: Sosthene Hennekam fotografa il Razionalismo milanese
Dal costume teatrale alla fotografia di architettura, un progetto nato su Instagram nel 2017 è diventato una mappa dell’architettura milanese — sul bianco e nero, il Razionalismo e la sensualità della misura
Sosthene Hennekam. «Non uso il cavalletto e il primo scatto nasce da un’intuizione. Poi torno sullo stesso edificio anche dieci o venti volte, aspettando la luce giusta, l’atmosfera giusta, finché non trovo l’immagine che avevo in mente. La postproduzione può richiedere giorni e serve a rendere l’architettura più leggibile. Elimino tutto ciò che considero un’interferenza visiva – per esempio i cavi del tram, che rischiano di trasformarsi in un segno grafico dominante – senza modificare l’edificio. Voglio che sia l’architettura a parlare, non il contesto che la circonda».
Prima della fotografia, Sosthene Hennekam ha lavorato nella moda e nel teatro, disegnando costumi e costruendo mondi attraverso la materia. Oggi il suo gesto creativo appare ribaltato: invece di vestire i corpi, spoglia gli edifici. Attraverso il bianco e nero sottrae il colore, il traffico, la pubblicità, la presenza umana, tutto ciò che interferisce con lo sguardo. Rimane l’architettura, nuda. Le superfici ritrovano consistenza, le geometrie acquistano tensione, la luce scolpisce i volumi e le proporzioni tornano a raccontare la loro storia. Milano è una città che rifugge il flirt. Evita di piacere al primo sguardo e trattiene la propria bellezza. La sua seduzione è fatta di distanza, di proporzioni, facciate che sembrano trattenere più che rivelare.
Nato nei Paesi Bassi e approdato a Milano nel 2012 dopo aver vissuto tra Parigi, Venezia e Los Angeles, Hennekam ha trovato nella città un territorio inesauribile di ricerca. Con Pure Milano ha costruito, a partire dal 2017, un archivio visivo dedicato all’architettura milanese: un progetto nato su Instagram, evoluto in un’applicazione che censisce migliaia di edifici e continua a crescere attraverso un lavoro di studio, ricerca e catalogazione.
Da Studio Berçot a Thierry Mugler: come una formazione da costumista insegna a guardare un edificio
Sosthene Hennekam. Ho studiato allo Studio Berçot di Parigi, una scuola di moda oggi chiusa, da cui sono usciti molti protagonisti della moda internazionale. Più che disegnare abiti, lì ho imparato a osservare: a sviluppare uno sguardo critico, a capire le proporzioni, i materiali, i dettagli. È una lezione che mi accompagna ancora oggi quando fotografo un edificio. Dopo gli studi ho lavorato per due anni con Thierry Mugler, occupandomi della linea uomo, e sentivo il bisogno di sperimentare altri linguaggi. Così sono approdato al teatro. Insieme a un performer veneziano ho creato The Living Paper Cartoon, uno spettacolo in cui tutto – costumi, scenografie, oggetti di scena – era realizzato in carta. È diventato un cult e per quasi trent’anni ha viaggiato nei teatri di tutto il mondo.
La fotografia è stata presente nella mia vita fin dall’inizio. Mio padre era fotografo e sono cresciuto in camera oscura. Ricordo ancora la mia prima Leica: avevo sei anni e lui mi affidava le sue vecchie macchine fotografiche. Ripensandoci oggi, il mio percorso è fatto di un unico filo conduttore: imparare a guardare, che si tratti di un corpo, di un costume, di una scena teatrale o di una facciata.

Un architetto mancato: dagli archivi ai libri di storia dell’architettura milanese
Sosthene Hennekam. La mia vita è stata itinerante. Sono nato nei Paesi Bassi, ho studiato e lavorato a Parigi, poi ho vissuto a Venezia per quindici anni, sono tornato a Parigi, mi sono trasferito a Los Angeles per sei anni e infine, nel 2012, sono arrivato a Milano. Ogni città in cui ho abitato è diventata un luogo da osservare e da capire, e l’architettura è stata il mio modo per leggerla. Ho fotografato edifici ovunque vivessi, inizialmente senza un progetto preciso, per me. È stata un’amica a suggerirmi di pubblicare quelle immagini su Instagram, dove ho scoperto che suscitavano un interesse inaspettato.
Fotografare aveva smesso di bastarmi. Sentivo il bisogno di conoscere gli edifici che ritraevo: chi li aveva progettati, in quale contesto erano nati, quale storia raccontavano. Ho iniziato così a frequentare archivi, acquistare libri, consultare riviste storiche e costruire un database sempre più ricco. Oggi possiedo una biblioteca dedicata all’architettura milanese, frutto di anni di ricerca. Non ho studiato architettura: sono un architetto mancato.
Cosa rende sensuale una facciata razionalista? La lezione di Pino Musi e Greg Gorman
Sosthene Hennekam. La sensualità di un edificio razionalista nasce dal modo in cui osservi e interpreti un edificio, più che come sua qualità intrinseca. Il mio lavoro consiste nel far emergere una bellezza che passa inosservata, enfatizzando dettagli, proporzioni e relazioni che sorprendono chi quella città la vive ogni giorno. La luce dà profondità alle superfici, mette in tensione le geometrie e trasforma una facciata apparentemente austera in qualcosa di vivo, fisico. Molto di quello che ho imparato nasce dall’incontro con due fotografi che considero dei maestri. Pino Musi, che è anche un caro amico, mi ha trasmesso un modo di guardare l’architettura fondato sull’essenzialità e sulla forza della forma. Greg Gorman, ritrattista americano, mi ha insegnato il valore del bianco e nero e della luce: come scolpire un soggetto attraverso il contrasto, eliminando il superfluo per far emergere il carattere.

Perché fotografare Milano in bianco e nero? Lo scarto percettivo che il colore nasconde
Sosthene Hennekam. Ho fotografato in bianco e nero, fin dai tempi dell’analogico. Per me è il linguaggio più naturale per raccontare l’architettura, perché permette di leggere con maggiore chiarezza la materia, le proporzioni, i volumi e il rapporto tra luce e ombra. Eliminando il colore, lo sguardo si concentra sull’essenza dell’edificio. C’è un altro aspetto che mi interessa: togliere il colore significa sottrarre un elemento della realtà e creare un piccolo scarto percettivo. Mi piace l’idea che chi conosce un edificio, vedendolo nelle mie fotografie, possa riscoprirlo sotto una luce diversa e, quando lo ritrova dal vivo, provi una sorta di effetto sorpresa.
Con il colore ho sperimentato, e devo ancora trovare un linguaggio che senta mio. Vorrei evitare che diventasse un elemento decorativo, o di cadere in un’estetica fatta di palette accattivanti che finiscono per prevalere sull’architettura. Potrebbe diventare in futuro un’evoluzione del mio lavoro, ma oggi il bianco e nero rimane una scelta precisa.
La street photography è distante dal mio linguaggio. Quello che cerco è uno sguardo personale sull’architettura, capace di isolarla dal rumore urbano e di restituirne la forza, le proporzioni e il carattere. Mi interessa un’immagine che restituisca il mio modo di guardare un edificio, più che una fotografia tecnica, una sorta di rilievo.
Mario Martinenghi e le architetture minori: riportare l’attenzione sui progettisti dimenticati
Sosthene Hennekam. I grandi maestri sono un punto di riferimento, e insieme a loro mi affascina scoprire le architetture cosiddette minori, leggere le quinte urbane che incontriamo ogni giorno senza farci caso e riportare l’attenzione su progettisti meno conosciuti, ma fondamentali per la costruzione dell’identità di Milano. È quello che è successo con il libro dedicato a Mario Martinenghi. Mi interessava restituire visibilità a un architetto che ha lasciato un segno nella città e che, per diverse ragioni – un archivio poco valorizzato, una notorietà inferiore rispetto ad altri colleghi che si sono affermati anche come designer – è rimasto ai margini del racconto dell’architettura milanese.
Il mio sguardo va oltre gli edifici d’autore. Continuo a sorprendermi davanti a scorci che non avevo notato. Proprio questa mattina, durante una passeggiata, ho scoperto alcune architetture che non avevo osservato con attenzione; avevo lasciato a casa la macchina fotografica e la luce era perfetta. Oppure mi capita di rivedere luoghi che conosco da anni e accorgermi, all’improvviso, di una prospettiva nuova. È successo di recente all’Arco della Pace: osservandolo in relazione alla Torre di Gio Ponti, da un’angolazione insolita, mi è sembrato di vedere entrambi per la prima volta. È questa continua possibilità di scoprire qualcosa di inatteso che rende Milano inesauribile.

Da profilo Instagram ad app: come Pure Milano è diventato un archivio consultabile
Sosthene Hennekam. Ho iniziato a fotografare Milano nel 2017 e, fin dall’inizio, ho sentito il bisogno di andare oltre l’immagine. Ogni edificio mi spingeva a cercarne l’autore, la storia, il contesto, così il progetto fotografico si è trasformato in un lavoro di ricerca. Senza accorgermene, mi sono ritrovato a costruire un archivio che continuava a crescere insieme alle fotografie. L’app è nata da questa esigenza. A un certo punto il materiale raccolto era diventato così vasto che Instagram aveva smesso di bastare: avevo bisogno di organizzarlo, renderlo consultabile e permettere anche agli altri di esplorarlo. Oggi l’app è il naturale proseguimento di Pure Milano: uno strumento per leggere la città, navigarne l’architettura e scoprire connessioni che altrimenti rimarrebbero invisibili.
Intonaci, ossidazioni e graffiti: quale imperfezione entra nell’inquadratura
Sosthene Hennekam. Le tracce del tempo mi interessano, fanno parte della vita di un edificio e ne raccontano la storia. È diverso quando un elemento esterno finisce per impedirne la lettura. Ho poca tolleranza, ad esempio, per i graffiti: più che per una questione estetica, perché coprono l’architettura e ne alterano il linguaggio. Mi sorprende che Milano continui a essere esposta a questo fenomeno. In molte altre città il writing si è evoluto o ha trovato contesti più appropriati, mentre qui diventa un’interferenza che rende più difficile apprezzare la qualità degli edifici.
A Milano mancano i grandi manifesti, quei codici condivisi che in passato definivano un linguaggio architettonico riconoscibile. Esistono comunque progettisti di qualità, alcuni dei quali lasceranno un segno: penso al lavoro di Lorenzo Degli Esposti. Rispetto al dopoguerra, però, percepisco una minore libertà di sperimentazione. Quel fermento oggi lo ritrovo più facilmente altrove. Mi colpiscono alcuni progetti realizzati in Giordania, in Iran o nei Paesi Bassi, dove vedo un’architettura capace di essere contemporanea mantenendo forza espressiva.
Milano continua a trasformarsi e continuerà a produrre edifici destinati a diventare patrimonio. Se dovessi esprimere un desiderio, vorrei vedere una ricerca più coraggiosa applicata anche all’abitare quotidiano. Mi piacerebbe una città che investisse di più in un’architettura residenziale di qualità, accessibile a tutti oltre che al mercato del lusso.
De Chirico e le relazioni tra edifici: dove sta andando lo sguardo di Pure Milano
Sosthene Hennekam. Mi affascina l’atmosfera metafisica di Giorgio De Chirico. È una ricerca che mi interessa e che, forse, un giorno potrebbe influenzare anche il mio modo di usare il colore nella fotografia. Negli ultimi anni, inoltre, il mio sguardo sta cambiando. Se prima ero concentrato sul singolo edificio, oggi mi interessano sempre di più le relazioni tra le architetture, gli scorci urbani, le prospettive inattese. È come se, dopo aver imparato a conoscere ogni edificio, stessi iniziando a fotografare la città nel suo insieme.
Lucia Mannella






