Grande Madre di Dio, Taranto, opera di Gio Ponti 1970

Alvar Aalto e Gio Ponti, due chiese e un dialogo immaginario 

La concattedrale di Taranto di Gio Ponti in un confronto immaginifico con la Chiesa di Santa Maria Assunta a Riola che Alvar Aalto progettò in Italia

Le poetiche di Alvar Aalto e Gio Ponti esprimono modi opposti nell’affrontare il sacro. Un dialogo immaginario tra i due, a confronto su due chiese diverse nella matrice ideologica e progettuale, nel messaggio, nel destino. La concattedrale di Taranto è l’ultima opera di Ponti, che muore nel 1979, mentre la chiesa di Riola di Vergato, sull’Appennino bolognese, va situata tra le estreme ideazioni di Aalto, scomparso nel 1976.

Gio Ponti. Alvar, da vivi non ci siamo mai incrociati. Mia figlia Lisa, che dopo la laurea in filosofia lavorava per Domus, negli anni Cinquanta era arrivata a Helsinki armata della sua Hasselblad per intervistare il designer Tapio Wirkkala, un finlandese con rapporti con l’Italia. Voleva incontrare te – e sapeva che eri un lupo solitario. insieme, mia figlia e Tapio Wirkkala arrivarono in visita al tuo studio. Non ti trovarono. Furono accolti da un tuo assistente che parlava un inglese quasi incomprensibile. Wirkkala ridendo pare abbia detto: scommetto che Alvar lo ha assunto di proposito, così la gente non capisce e se ne va.

Alvar Aalto. Di aneddoti ne corrono tanti, non tutti lusinghieri, sul mio conto. Si dice che bevessi, whisky. Il segreto di Pulcinella. La vita l’ho mangiata a morsi. Ho amato, sofferto, bevuto – specie da quando Aino, se n’è andata nel 1949. La verità su di me in Italia la sapevano solo il mio vecchio amico Paolo Venini – incontrato ai tempi di Villa Mairea, 1938 – e suo genero, Ludovico Diaz de Santillana, che negli anni Cinquanta fu mio assistente. Sono troppo umano e passionale, un tipo semplice a cui piace ridere. Sono ancorato alla terra: lo rivela la mia corporatura forte, sembravo un boscaiolo scandinavo. 

Chiesa Santa Maria Assunta, Alvar Aalto, 1980.

Le opere architettoniche di Alvar Aalto lette da Gio Ponti

Gio Ponti. L’Italia, la Toscana, l’equilibrio tra paesaggio geometrico e architettura, hanno nutrito il tuo immaginario fin dal viaggio di nozze con Aino, la tua prima moglie, nel 1924. Non saprei dire se tu sia stato davvero quell’uomo semplice che racconti. Avverto forse una tua critica alla mia educazione borghese e lombarda. Quella pacatezza che mi permetteva di mediare con la committenza. Puoi dire la verità: ti ha fatto piacere essere consacrato in vita dalla retrospettiva a Palazzo Strozzi a Firenze, nel 1965, tra i cori di encomio dei progressisti italiani.

Vorrei ricordarti che hai costruito un museo dedicato a te, Alvar, a Jyväskylä, dove avevi aperto il tuo primo studio. Bruno Zevi ti considerava il maggiore maestro della scuola organica in Europa; Giedion, tuo biografo e sodale, ti vede quale esponente della linea neogotica. Per Cesare Brandi, che era di Siena, la tua città italiana del cuore, sei una chiesa separata. Io sono tornato di moda soltanto post mortem – anche troppo. Sono sempre stato un discreto. Parliamo dei dormitori della Baker House che il MIT ti ha commissionato nel 1946. Credi che non mi sia accorto di quanto hai preso dalla mia architettura residenziale, riutilizzando tante citazioni e rendendole appena più sinuose? Tra noi, che tu lo riconosca o meno, esistono affinità di pensiero.

Nel 1938 lo aveva già fatto il MoMA, e negli USA a quarant’anni sei diventato una superstar. Quindi eccoti a Londra e a Milano, per la laurea honoris causa al Politecnico. Vanità non te n’è mai mancata, confessa. Sei assurto a sciamano del razionalismo, al pari di Gropius, di Mies e di Le Corbusier. Quella stessa generazione di intellettuali italiani che levavano al cielo le tue lodi ha gettato una fatwa sul mio lavoro, sulla mia estetica e sul mio metodo. Fu nell’autunno del 1965 che il cardinale Giacomo Lercaro, tra i protagonisti del pensiero di rinnovamento del Concilio Vaticano II, che avevi conosciuto a Firenze, ebbe l’idea di chiamarti a progettare una chiesa capace di incarnare quella rivoluzione spirituale e liturgica, sociale e politica allora in atto.

Io venivo accusato di aver troppo praticato il decorativismo, un peccato mortale per certi alfieri della modernità estremizzata. Ero un passatista, un reazionario per la gauche caviar milanese, capitanata dai BBPR – per di più con una moglie di famiglia aristocratica. 

Chiesa Santa Maria Assunta, Alvar Aalto, 1980.

Le opere architettoniche di Gio Ponti lette da Alvar Aalto

Alvar Aalto. Il tuo problema – anche a livello di comunicazione – è che sei rimasto un uomo di matrice ottocentesca. Ci dividono sette anni – io sono nato nel 1898, tu nel 1891. Io appartengo al Ventesimo secolo. Manca solo che tu mi racconti quanto ti stimava Le Corbusier. 

La mediterraneità appartiene ai tuoi progetti fin dagli anni Trenta, grazie a Bernard Rudofsky. Lo hai dichiarato tu stesso: il Mediterraneo insegnò a Rudofsky, Rudofsky a me.

Gio Ponti: il Mediterraneo e la poetica della luce: La Gran Madre di Dio di Gio Ponti

Gio Ponti. Mi sono sentito libero a Taranto, nella luce di una derelitta periferia pugliese. Complici il vuoto siderale, lo zenit abbagliante. Ho costruito un merletto librato nel vento. Le facciate le ho tirate su alla fine del cantiere, per ultime, come nel medioevo, quando gli edifici sacri restavano senza prospetto. Un fronte a traliccio, un dentelle edilizio intriso di reminiscenze romaniche locali e di echi gotici angioini.  Ti piaccia o no, la Cattedrale Gran Madre di Dio spicca tra le mie architetture più riconosciute. 

Guglielmo Motolese, arcivescovo di Taranto, che è sepolto nella cripta, l’aveva immaginata come l’avamposto simbolico di un’altra città, quella del futuro. Il progetto della Cattedrale me lo affida nel 1964. La posa della prima pietra è del 1967. Il sei dicembre 1970 Monsignor Motolese la inaugurava davanti a una folla piena di speranze. 

Non appare ancora moderno l’utilizzo del cemento armato bianco faccia vista?Un’icona, mi dicono, anche più del Pirellone a Milano – tacciato d’essere come un macroscopico mobile-bar, noiosi riferimenti all’arredo bourgeois. 

Chiesa Santa Maria Assunta, Alvar Aalto, 1980.

Alvar Aalto: Santa Maria Assunta

Alvar Aalto. Per Santa Maria Assunta non si trovavano i soldi per tirarla su. Ci vollero dieci anni per iniziare il cantiere, e nel 1978 siamo arrivati all’apertura della chiesa, priva del campanile, aggiunto nel 1994. Nel frattempo avevo lasciato questo mondo. Peccato non averla vista realizzata e non aver partecipato alla genesi edilizia. Se avessi potuto seguire i lavori da vicino, il risultato finale sarebbe stato diverso rispetto ai piani originali.

Per fortuna quel parroco contadino, don Luigi Borri, ha portato avanti il progetto come si trattasse di una missione personale, di una crociata. Al suo fianco, il direttore della Grandi Lavori, Mario Tamburini, che era di Riola, imprenditore caparbio che non si lasciava intimorire, noncurante delle avversità politiche ed economiche che si presentavano ogni giorno. È un miracolo che esista, questa chiesa. Santa Maria Assunta si connette alle origini della dottrina cristiana. Qui ho privilegiato il canone dell’utilitas vitruviana, banditi accorgimenti esasperati e ogni finzione del nostro mestiere. Ho giocato con tutta la sincerità possibile, da quel buon vecchio che ero. Me la sentivo, che la chiesa di quel piccolo paese appenninico, in quell’Italia adorata da sempre, sarebbe stata una specie di testamento.

Gio Ponti. Mi si tacciava di anacronismo, di non essere abbastanza astratto nel linguaggio di composizione e poco calato nel sociale. Ho portato avanti le mie idee – imprestiti e forme ancestrali che ho rivisitato, ritagliato, impaginato e miscelato. Lo so a cosa stai pensando: che questo binomio cromatico e gli esagoni ti ricordano un po’ troppo un albergo, l’Hotel Parco dei Principi a Roma, che ho progettato nei primi anni Sessanta. Farò finta di non essermene accorto. 

Concattedrale Grande Madre di Dio, Taranto, Gio Ponti, 1980 – 01.

Le città italiane rappresentano un compromesso armonico tra uomo e natura

Alvar Aalto. È durante il primo viaggio italiano che ho messo a punto la mia direttiva di un razionalismo più umano, che diventò poi la matrice dei miei progetti. L’Italia è il luogo di sole, di densità metafisica. Dalla mediterraneità sono partito per confrontarmi con il tema del sacro. Santa Maria Assunta a Riola di Vergato, in quell’Appennino bolognese, è stata la mia vera prima chiesa. Cattolica – da protestante. 

Gio Ponti. È il Mediterraneo a essere un glorioso fallimento. Noi – tu con la tua sezione antriforme, io con il mio telaio traforato – abbiamo cercato di cristallizzare nel silenzio quell’heure bleue. Ci siamo ambedue illusi di trovare l’esattezza e il riverbero dei riflessi marini. Tu da Nord e io grazie all’inclusività che ho imparato da Bernie Rudofsky, il mio amico apolide, abbiamo rappresentato nelle nostre architetture, nei nostri patii ma soprattutto in queste due chiese, che potrebbero sovrapporsi una come una cripta e l’altra come una cimasa, l’apparizione e il declino del sole, che resta, alla fine, il mistero dell’architettura.

Alvar Aalto. Hai ragione. Ora sono stanco, godiamoci per un po’ la nostra meritata penombra.

Editorial Team

Concattedrale Grande Madre di Dio, Taranto, Gio Ponti, 1980 – 01.
Concattedrale Grande Madre di Dio, Taranto, Gio Ponti, 1980 – 01.
Concattedrale Grande Madre di Dio, Taranto, Gio Ponti, 1980 – 01.