Cinema Odeon Firenze

Perché Milano chiude i cinema se la Gen Z compra i biglietti?

Dall’Arti acquistato per 34,5 milioni all’Odeon dimezzato: Milano continua a perdere sale mentre la parte più giovane del pubblico italiano compra una quota di biglietti superiore al proprio peso demografico

In via Pietro Mascagni, tra piazza San Babila e corso Indipendenza, il cantiere copre un edificio rivestito in clinker. Sulla facciata si alternano oblò, logge in marmo, pensiline e finestre verticali in vetrocemento. Mario Cereghini lo progettò tra il 1934 e il 1935 come Casa del Dirigente dell’Opera Nazionale Balilla: uffici, ambulatori, biblioteca, palestra, solarium e un auditorium. Il linguaggio razionalista emerge nei volumi e nella corrispondenza tra facciata e distribuzione interna: le logge in marmo e la pensilina a sbalzo rendono leggibili accessi, scale e ambienti di servizio, oltre la funzione decorativa. Danneggiato dai bombardamenti del 1943, il complesso venne ripristinato nel dopoguerra. Nel 1951 l’auditorium aprì come Cinema Arti. Dal 1977, come Nuovo Arti, fu conosciuto anche per la programmazione Disney. Le proiezioni terminarono nel 2006.

Oggi l’edificio è destinato a Soho House Milano: sei piani, oltre cinquanta camere, spazi per i soci, ristorazione, palestra, cortile, piscina e terrazza. Il progetto di Arassociati con Studio Berlucchi mantiene le facciate, gli ingressi, parte della balconata e l’ampio vuoto dell’ex auditorium. L’architettura razionalista resterà riconoscibile. Niente più cinema.

Gli under 25 sono il 20% della popolazione e producono il 43% degli ingressi

Nel 2024 gli spettatori tra i 15 e i 24 anni hanno generato 17 milioni di ingressi, l’11% in più rispetto al 2023. Il 58% delle persone comprese in quella fascia è entrato al cinema almeno una volta. Ogni spettatore ha acquistato in media cinque biglietti, la frequenza più alta tra tutte le classi d’età analizzate. Sommando bambini e adolescenti tra i 3 e i 14 anni, gli under 25 costituiscono il 20% della popolazione italiana presa in esame e producono il 43% degli ingressi: 29,2 milioni di biglietti sui 68,7 milioni registrati nel 2024. La Gen Z è la parte più assidua della platea.

La stessa direzione emerge negli Stati Uniti. Nel 2025 era andato al cinema almeno una volta l’87% della Gen Z, contro l’82% dei Millennial, il 70% della Gen X e il 58% dei Baby Boomer. La Gen Z aveva visto in media sette film. Tra le ragioni della frequenza compaiono la qualità dei titoli, l’esperienza fuori casa e la possibilità di incontrare altre persone. Il dato riguarda un mercato diverso, ma rende poco credibile l’equazione tra piattaforme e abbandono della sala.

A Milano si è passati dai 160 cinema degli anni Settanta alle 29 strutture rilevate nel 2022, per un totale di 100 schermi. I multisala hanno rallentato la diminuzione degli schermi concentrandone diversi nello stesso complesso. Non hanno impedito la scomparsa degli indirizzi: meno ingressi affacciati sulle strade, meno sale di quartiere, maggiori distanze da percorrere.

La crisi era iniziata prima dello streaming, con la televisione, l’home video e l’indebolimento delle monosale. A Milano si è aggiunto il valore immobiliare degli edifici. Una platea occupa un volume ampio, privo di piani intermedi, e produce reddito durante un numero limitato di spettacoli. Tolti lo schermo e le poltrone, può accogliere negozi, ristoranti, camere, uffici o attività sportive per l’intera giornata.

Cinema Arti Milano la facciata razionalista di Mario Cereghini prima del cantiere

Il Cinema Arti: dal patrimonio pubblico a Soho House

L’Arti è sottoposto a tutela dal 2005. Nel 2008, durante l’amministrazione di Letizia Moratti, l’immobile uscì dalla gestione diretta del Comune nel quadro del Fondo Immobiliare Comune di Milano I, gestito da BNP Paribas Real Estate Investment Management. Il fondo era stato costituito per riqualificare e poi dismettere un portafoglio di proprietà pubbliche. Il trasferimento dei beni venne perfezionato con effetto dal 30 aprile 2008.

Non emerge un prezzo autonomo riferibile al solo Arti nel trasferimento del 2008. È documentata la compravendita successiva: nel 2018 Trophaeum acquistò il complesso di via Mascagni 6/8 per 34,5 milioni di euro. L’edificio è di oltre 5.400 m². La destinazione comunicata allora era un hotel a cinque stelle; nel 2024 è stato annunciato l’arrivo di Soho House.

Il vincolo ha impedito la demolizione di una delle architetture di Cereghini e obbliga il cantiere a misurarsi con facciata, scale, balconata e auditorium. Non impone che vi si continui a vedere un film. Un edificio nato per riunioni, formazione e spettacolo è passato dal Comune a un fondo immobiliare e approda a un club privato. Il cinema è escluso.

Arti e Tonale: il cinema dentro il razionalismo milanese

A Milano il rapporto tra razionalismo e cinema passa attraverso edifici che riunivano uffici, palestre, biblioteche, formazione e spettacolo, più che attraverso sale autonome costruite nello stesso stile. Il razionalismo organizzava volumi, accessi e percorsi in modo che ogni attività fosse riconoscibile nella struttura dell’edificio, oltre la facciata.

Nel caso dell’Arti, Cereghini separò i due nuclei del complesso. Un corpo più basso accoglieva uffici e ambulatori; quello più alto riuniva auditorium, biblioteca e solarium. Le aperture seguivano le funzioni interne: gli oblò segnalavano gli ambienti di servizio, le finestre verticali in vetrocemento accompagnavano le scale, il volume dell’auditorium emergeva nella composizione. Il cinema arrivò nel dopoguerra, quando la sala per riunioni e spettacoli venne adattata alle proiezioni: l’edificio possedeva già lo spazio, i percorsi e la capacità per accogliere centinaia di spettatori.

Il Tonale seguì una storia diversa. Aperto nel 1938, era compreso fin dall’origine nel Gruppo Rionale Fabio Filzi, progettato da Eugenio Faludi nel 1935: un complesso destinato alle attività ricreative e formative delle organizzazioni fasciste. Sul fronte di via Tonale, mattoni rossi, travertino e finestre a nastro distinguono le parti dell’edificio; l’angolo è segnato dal grande rilievo verticale. Il Catalogo generale dei Beni Culturali attribuisce il progetto a Faludi e lo colloca nell’architettura razionalista.

Nessuno dei due era una sala rivestita di estetica moderna: erano ambienti dentro complessi progettati per ricevere gruppi di persone e condurli verso l’auditorium. Oggi resta l’architettura.

Ex Cinema Astra Milano gli interni storici sopravvissuti dentro il negozio Zara

In corso Vittorio Emanuele II, il Cinema Astra è diventato Zara

Il Cinema Astra aprì nel 1941 in corso Vittorio Emanuele II, su progetto di Mario Cavallè. Aveva oltre 1.000 posti, pavimenti in marmo, mosaici e due scalinate simmetriche. Chiuse nel 1999. Oggi gli elementi decorativi rimasti fanno parte di un negozio Zara; la platea e lo schermo sono stati eliminati.

C’è da chiedersi se, nel centro di Milano, esista più domanda per una maglietta che per un film presentato a Cannes, Venezia, Sundance o alla Berlinale. La sostituzione non è neutrale. Dove c’era una sala, oggi si accumulano capi prodotti a migliaia di chilometri e identici a quelli esposti in qualsiasi altra città europea. Un’ode al consumismo e alla globalizzazione intesa come uniformità: gli stessi marchi, gli stessi interni, le stesse vetrine.

A indebolirsi non è soltanto l’offerta culturale. È l’identità della città, che passa anche attraverso i luoghi in cui i suoi abitanti si incontrano e l’architettura che rende possibile quell’incontro. Il cinema è stare insieme in solitudine: sedersi accanto a sconosciuti, tacere e guardare la stessa immagine in movimento. Un gesto che sottende un atto di civiltà.

Corso Vittorio Emanuele e Galleria del Corso erano uno dei principali distretti cinematografici milanesi. Astra, Ariston, Corso, Ambasciatori, Mignon ed Excelsior formavano una sequenza di sale, insegne e programmazioni. Quasi tutte sono scomparse. La strada non ha smesso di attirare persone; ha cambiato il motivo per cui arrivano.

La domanda culturale e la redditività immobiliare non coincidono. Una catena internazionale può sostenere il costo di uno spazio centrale secondo condizioni difficilmente accessibili a un esercente. È questa differenza, più che una presunta preferenza dei cittadini, a decidere il destino degli edifici.

Pipilotti Rist, Open My Glade, 2000, veduta dell’installazione in Parasimpatico, Cinema Manzoni, Milano, 2011. Foto Marco De Scalzi.

Manzoni e Odeon: tenere la sala chiusa o ridurre il cinema?

Il Cinema Manzoni, progettato da Alziro Bergonzo e inaugurato nel 1950, occupa un complesso in via Manzoni. La sala aveva circa 1.600 posti. Atrio, scalone, foyer, bar, sculture e affreschi coinvolgevano artisti come Achille Funi, Leone Lodi, Gino Oliva e Nicolò Segota. Il cinema chiuse nel 2006.

Dal 9 novembre al 18 dicembre 2011 l’edificio riaprì con Parasimpatico, la prima mostra personale di Pipilotti Rist in un’istituzione italiana. Il progetto fu presentato dalla Fondazione Nicola Trussardi e curato da Massimiliano Gioni. Rist utilizzò il vecchio schermo, la platea, gli atri, lo scalone e il bar. Per quaranta giorni il Manzoni ricevette di nuovo un pubblico e immagini in movimento. Conclusa la mostra, le porte si chiusero.

L’Odeon di via Santa Radegonda ha seguito una strada diversa. Chiuso il 31 luglio 2023, disponeva di dieci sale e circa 2.250 posti. Nel 2027 dovrebbe riaprire dentro Palazzo Odeon, insieme a uffici e Rinascente Odeon Beauty Hall. The Space Cinema occuperà il piano interrato con cinque sale e circa 700 posti.

Il cinema quindi non scompare, ma perde metà degli schermi e 1.550 sedute. Rimangono un gestore, una programmazione e la possibilità di acquistare un biglietto nello stesso indirizzo. È un compromesso più solido rispetto alla cancellazione completa, anche se le proiezioni vengono concentrate sotto terra e i livelli superiori passano al commercio. Il Manzoni conserva gran parte della sala e resta chiuso. L’Odeon riduce lo spazio del cinema per continuare a proiettare. L’Arti restaura l’auditorium e rinuncia allo schermo.

A Firenze la protesta cittadina ha lasciato il cinema Odeon di piazza Strozzi nella libreria Giunti

Firenze ha dimostrato che una conversione commerciale di un cinema può mantenere le proiezioni. Nel 2022 il progetto per trasformare l’Odeon di piazza Strozzi in una libreria provocò una protesta cittadina. Una petizione superò 5.400 firme in pochi giorni. Il timore era che la sala diventasse una libreria con il cinema ridotto a richiamo decorativo.

La norma salva-cinema del Comune prevedeva la permanenza dell’attività cinematografica sul 60% della superficie. La convenzione approvata nel 2023 confermò le proiezioni. Giunti Odeon ha aperto con la libreria nella platea e il cinema attivo ogni sera, con film in lingua originale, anteprime e incontri.

I posti sono diminuiti e gli scaffali occupano la platea. Il risultato può essere criticato, ma il cinema non è stato espulso dall’edificio. Il dibattito pubblico e una regola urbanistica hanno modificato il progetto prima del cantiere.

Federico Jonathan Cusin

Cinema Tonale Milano il complesso razionalista Fabio Filzi progettato da Eugenio Faludi
Ex cinema Manzoni
Ex cinema Manzoni
Pipilotti Rist, Open My Glade, 2000, veduta dell’installazione in Parasimpatico, Cinema Manzoni, Milano, 2011. Foto Marco De Scalzi
Pipilotti Rist, Open My Glade, 2000, veduta dell’installazione in Parasimpatico, Cinema Manzoni, Milano, 2011. Foto Marco De Scalzi
Cinema Odeon Firenze prima di opsitare Libreria Giunti