Peter gets his dick sucked, 1981. Photography by Stanley Stellar

Il cruising Milano: storia, luoghi e scomparsa del battuage gay

Dalle aree industriali dismesse al Parco Sempione, dai Navigli alla Darsena: Milano ha cancellato i luoghi del battuage, svenduto una cultura definita dall’incompatibilità con il sistema

Sono i primi mesi del 2009, quando Gianni Alemanno, allora sindaco di Roma, chiude i cancelli di Monte Caprino – la salita che dal Teatro Marcello porta al Campidoglio. Da allora sono passati diciassette anni e quella rampa sulla Rupe Tarpea continua a essere chiusa. È il primo atto, o forse l’ultimo, che ufficializza la morte del cruising nella Capitale.

Diversa è la storia di Milano, dove il cruising rimane ancora una pratica non osteggiata ma che scolora con il passare del tempo fino alla sua totale assenza. Il grande complice, si sa ormai da anni, è l’avvento delle app di incontri gay, che hanno spostato gli incontri fisici sul digitale, svuotando i luoghi della città, dove rischio, pericolo, sorpresa e scoperta erano sentimenti che si rincorrevano e annodavano le gole dei ragazzi che ogni giorno popolavano spazi pubblici e li sottraevano al perbenismo.

Cruising e battuage: una definizione

Il termine viene dall’inglese to cruise, navigare, muoversi senza una meta fissa. Nel lessico queer, il cruising – o battuage, dal francese, termine usato soprattutto in area latina – indica la pratica di cercare partner sessuali in luoghi pubblici o semi-pubblici: parchi, bagni pubblici, sale cinematografiche, autogrill, boschi, strade. Non è una pratica nata in seno alla cultura gay: ha radici nell’anonimato della città industriale, nella necessità di costruire una sessualità fuori dalla sorveglianza domestica. Nella cultura omosessuale maschile il cruising ha trovato il suo terreno la sua grammatica più articolata.

Il battuage presuppone un sistema di segnali: uno sguardo tenuto qualche secondo di troppo, una posizione del corpo, un percorso ripetuto. È un linguaggio che si impara sul campo, trasmesso senza scuola e senza manuale. Richard Dyer, nel suo saggio sul cinema gay, scrive che la cultura omosessuale si è sempre costruita sull’ambiguità del visibile, sulla capacità di comunicare senza dichiarare. Il cruising è questa ambiguità fatta pratica, fatta corpo, fatta territorio.

Storia gay Milano: prima delle app

Milano non ha avuto Stonewall. Non ha avuto una data, un evento, una piazza. Ha avuto invece una lenta, capillare costruzione di spazi – fisici prima ancora che politici – dove la sessualità non normativa poteva esistere senza definirsi.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, i luoghi erano conosciuti per passaparola e per necessità. Le aree intorno alla Stazione Centrale, certi tratti dei Navigli, il Parco Sempione nelle ore tarde. Non esisteva ancora una comunità organizzata – esisteva una rete di individui che condividevano lo stesso bisogno di invisibilità e, paradossalmente, la stessa capacità di riconoscersi.

Gli anni Settanta portano la prima trasformazione nella storia gay di Milano. Il Fuori! – Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, fondato nel 1971, il primo movimento omosessuale organizzato in Italia – ha sede a Torino, ma la sua eco arriva a Milano attraverso i circoli culturali e le librerie. Nel 1974, l’Arcigay inizia a strutturarsi. Nello stesso decennio, Milano vede aprire i suoi primi locali gay: il Nuova Idea in via de Castillia, che diventerà un punto di riferimento per vent’anni; il Why Not; l’Incontro. Sono luoghi che costruiscono una visibilità controllata – paghi un ingresso, sei in uno spazio privato, esisti senza esporti.

Ma il cruising Milano continua, parallelo e complementare. I parchi e le aree industriali dismesse nella periferia nord, i bagni pubblici in stazione, certi cinema di seconda visione in zona Loreto e Porta Venezia. Sono luoghi che non richiedono un’identità dichiarata – richiedono solo una presenza.

I luoghi del cruising a Milano: una mappa

La geografia del battuage a Milano ha seguito la morfologia della città: i parchi nel centro storico, le aree industriali nella periferia, i nodi di trasporto come punti di passaggio e di sosta.

Il Parco Sempione è stato per decenni il luogo per eccellenza del cruising Milano. Le zone più remote, dietro l’Arco della Pace e lungo i viali meno frequentati, erano attive dalla fine degli anni Sessanta fino ai primi anni Duemila. La Cascina Costa Bella, nell’area nordovest, era un punto specifico di incontro. Non era un segreto: lo sapevano i frequentatori, lo sapevano i vigili, lo sapevano i giornalisti che ogni tanto dedicavano un articolo scandalizzato alla “depravazione nel parco”.

L’area intorno alle Colonne di San Lorenzo, cuore della movida già dagli anni Ottanta, ha avuto una doppia vita: di giorno e di sera, spazio di socialità diffusa; nelle ore piccole, spazio di incontro più esplicito, soprattutto lungo i portici che costeggiano il parco delle Basiliche.

La zona della Darsena, prima della sua riqualificazione nel 2015-2016, era uno dei luoghi di battuage più consolidati di Milano. I magazzini abbandonati, le banchine poco illuminate, i parcheggi deserti dopo la mezzanotte: una topografia del margine che il cruising ha sempre saputo abitare meglio di qualsiasi spazio progettato.

L’autostrada del Sole, nei suoi numerosi autogrill tra Milano e Bologna, ha rappresentato una rete parallela di incontri che attraversava il territorio senza appartenervi. Gli autogrill Pavesi in particolare – quello di Secchia Ovest, quello di Cantagallo – erano punti di passaggio e di sosta per camionisti, viaggiatori, uomini che non si sarebbero mai definiti gay ma che partecipavano a una pratica riconoscibile e condivisa.

La Fossa: il luogo del battuage milanese

Tra tutti i luoghi del cruising a Milano, uno ha acquisito nel tempo una dimensione quasi mitica: la Fossa. Situata nell’area del Parco delle Cave, nella periferia sudovest della città, era una cava dismessa trasformata negli anni Ottanta in area verde. Il terreno irregolare, la vegetazione densa, la distanza dalle strade principali ne facevano un luogo ideale per il battuage.

La Fossa era frequentata in modo massiccio dagli anni Ottanta fino ai primi anni Duemila. Chi la racconta parla di centinaia di presenze nei weekend estivi, di una comunità temporanea e silenziosa che si formava e si scioglieva nell’arco di un pomeriggio. Non era solo sessualità: era un modo di stare insieme senza le mediazioni del locale, del drink, della performance sociale. Si portavano coperte, si scambiavano cibo, si parlava. Poi ci si cercava, oppure no.

La progressiva illuminazione dell’area, le pattuglie della polizia locale negli anni Novanta, poi l’arrivo delle app di incontri gay e lo svuotamento graduale fino all’abbandono definitivo nei primi anni Duemila. Oggi il Parco delle Cave è frequentato da famiglie e ciclisti. La Fossa è diventata un’area attrezzata per il gioco dei bambini.

Stanley Stellar. Piers. May, 1977
Stanley Stellar. Piers. May, 1977

Prima si scopa, poi ci si conosce, poi – forse – ci si ama

C’è una frase che circola da anni nella cultura queer anglosassone, attribuita in varie forme a vari autori: first we fuck, then we talk. Non è cinismo – è una fenomenologia. Il cruising inverte la sequenza che la cultura eteronormativa impone agli incontri: non la conoscenza che precede il desiderio, ma il desiderio che eventualmente apre alla conoscenza.

Questa inversione non è banale. Il filosofo Michael Warner, nel suo The Trouble with Normal (1999), analizza come la cultura gay dominante degli anni Novanta – quella che punta all’assimilazione, al matrimonio, alla rispettabilità – abbia progressivamente abbandonato le pratiche sessuali anonime e pubbliche come imbarazzo da superare, residuo di un’epoca pre-diritti. Warner argomenta il contrario: che quelle pratiche contenevano una critica radicale alla normatività sessuale, un rifiuto del contratto monogamico come unica forma di relazione legittima.

Il cruising, in questa lettura, non è un comportamento da tollerare o da nascondere: è una pratica politica. Afferma che il corpo ha diritti che precedono il riconoscimento giuridico, che il desiderio non ha bisogno di giustificarsi attraverso la promessa di stabilità, che l’anonimato può essere una forma di libertà e non di vergogna.

Cruising Utopia: la teoria queer e lo spazio pubblico

Nel 2009 – lo stesso anno in cui Alemanno chiudeva Monte Caprino – José Esteban Muñoz pubblicava Cruising Utopia: The Then and There of Queer Futurity. Il titolo gioca sul doppio senso del termine: il cruising come pratica sessuale e il cruising come navigazione verso un altrove. Per Muñoz, il cruising è una forma di utopia incarnata – non un progetto politico astratto, ma un momento vissuto in cui le coordinate del possibile si spostano.

Muñoz si appoggia sulla filosofia di Ernst Bloch e sulla sua nozione di utopia concreta: non il sogno di un futuro perfetto, ma la traccia di qualcosa di diverso già presente nell’esperienza quotidiana. Il cruising, per Muñoz, è uno di questi momenti: un’esperienza che eccede la norma, che produce una soggettività collettiva fuori dalle categorie disponibili.

La perdita del battuage non è quindi solo la perdita di una pratica sessuale. È la perdita di un laboratorio di soggettività alternativa. Le app di incontri gay – Grindr in testa, lanciata nel 2009, anno non casuale – producono incontri, ma non producono luoghi. Non producono il tipo di presenza condivisa, di rischio condiviso, di corpo nello spazio pubblico che il cruising Milano implicava.

Sociologia del battuage: corpi, spazi, silenzi

Laud Humphreys nel 1970 pubblica Tearoom Trade, uno studio sociologico sugli incontri sessuali tra uomini nei bagni pubblici americani. Il libro è controverso per i metodi – Humphreys osservava gli incontri senza dichiarare la sua presenza come ricercatore – ma le sue conclusioni sono illuminanti: la maggior parte degli uomini che praticava il battuage nei bagni pubblici non si identificava come omosessuale. Erano uomini sposati, padri di famiglia, lavoratori. Il cruising era uno spazio separato dalla loro identità dichiarata, un’enclave di desiderio senza nome.

Humphreys introduce il concetto di waiter trade – lo scambio senza parole, il contratto silenzioso che governa l’incontro. Non si chiede il nome, non si chiede l’età, non si chiede nulla che non sia comunicato dal corpo e dallo sguardo. È un sistema di consenso non verbale che funziona con precisione, che ha regole non scritte ma osservate.

Questa dimensione sociologica del cruising – il suo essere un sistema sociale con norme, ruoli, gerarchie – è spesso assente dalla narrazione dominante, che riduce la pratica a trasgressione o a rischio sanitario. Il panico legato all’AIDS negli anni Ottanta ha radicalizzato questa riduzione: il cruising è diventato sinonimo di contagio, di morte, di irresponsabilità. In Italia, le campagne di prevenzione degli anni Novanta hanno contribuito a questa associazione, anche quando cercavano di essere inclusive.

Le trasformazioni urbanistiche e la scomparsa dei luoghi di cruising a Milano

Milano ha cambiato pelle più volte negli ultimi trent’anni. Ogni trasformazione urbanistica ha comportato una ridefinizione degli spazi pubblici – e ogni ridefinizione ha eroso i luoghi del cruising e del battuage.

La riqualificazione della Darsena, completata in occasione di Expo 2015, ha trasformato un’area di margine in uno spazio di consumo e socialità controllata. Le banchine illuminate, i bar, le fontane: uno spazio progettato per essere visto, fotografato, frequentato in modo visibile. Il tipo di oscurità e anonimato che il cruising Milano richiedeva è scomparso per decreto urbanistico.

Lo stesso vale per le aree intorno ai Navigli, progressivamente gentrificati negli anni Novanta e Duemila. I magazzini che ospitavano locali della cultura queer Milano – il Tunnel sotto la Stazione di Porta Genova, il Rolling Stone, i club gay come il Flexo – hanno ceduto il posto ad appartamenti, boutique, ristoranti. Il processo è lo stesso che la teoria urbana chiama displacement: lo spostamento delle popolazioni marginali – economicamente o sessualmente – dalle aree che si rivalutano.

Il Parco Sempione ha subito nel tempo interventi di illuminazione progressiva e sorveglianza. Telecamere, pattugliamenti notturni, chiusura anticipata dei cancelli in alcune stagioni. Non esiste una dichiarazione esplicita contro il battuage – esiste un insieme di misure che lo rendono impossibile senza nominarlo.

Il risultato è una città che ha privatizzato i suoi spazi di ambiguità. Milano ha venduto i suoi luoghi di incontro al turismo, alla ristorazione, alla riqualificazione immobiliare. Ha costruito una narrazione di sé come città europea, moderna, tollerante – e nella tolleranza ha incluso la visibilità gay come ornamento culturale, come Pride colorato e come quartiere arcobaleno in Porta Venezia, senza però preservare gli spazi fisici in cui quella cultura si era formata.

La cultura queer Milano che si è appiattita su se stessa

C’è una distinzione che vale la pena tracciare: tra visibilità e presenza, tra rappresentazione e pratica, tra identità dichiarata e vita vissuta.

La cultura queer Milano contemporanea ha conquistato visibilità. Il Milano Pride è uno degli eventi più partecipati d’Italia. I brand comunicano con hashtag inclusivi. Le serie televisive hanno personaggi gay, trans, non binari. I politici di centrosinistra appendono la bandiera arcobaleno in campagna elettorale.

Questa visibilità è reale. Ma è una visibilità che funziona per rappresentazione, non per pratica. Mostra corpi, non li mette in relazione. Nomina identità, non costruisce comunità. E soprattutto: non disturba nessuno. Non occupa spazio pubblico in modo conflittuale. Non sovverte nulla.

Il cruising faceva il contrario. Prendeva lo spazio pubblico – lo spazio del perbenismo, della famiglia, del passeggio domenicale – e lo trasformava senza dichiararlo. Non chiedeva permesso. Non cercava riconoscimento. Esisteva nell’interstizio, nella piega del tempo pubblico.

Questa dimensione sovversiva è quella che la cultura queer contemporanea ha progressivamente abbandonato in cambio di accettazione. Il movimento LGBTQ+ ha ottenuto diritti reali, importanti, necessari. Ma li ha ottenuti attraverso una trattativa con la norma: dimostrare di essere rispettabili, stabili, monogami, consumatori, cittadini. Il battuage era l’esatto contrario di questa trattativa.

Samuel Delany, nel suo memoir Times Square Red, Times Square Blue (1999), documenta la distruzione dei cinema porno e dei sex club di Times Square durante la riqualificazione giulianiana degli anni Novanta. Delany argomenta che quei luoghi erano spazi di contact – di contatto tra classi, razze, età diverse – che la città borghese e pulita stava eliminando. La perdita, per Delany, non era morale: era democratica. Quegli spazi erano luoghi dove persone che non si sarebbero mai incontrate altrove si incontravano, fisicamente, paritariamente. Milano ha fatto lo stesso, in modo meno deliberato ma ugualmente efficace.

Cosa rimane del cruising a Milano

Quindi cosa rimane del cruising a Milano? Rimane poco. Qualche area del Parco Lambro nelle ore tarde. Qualche tratto della tangenziale est negli autogrill. I siti online – Gays-Cruising, PlanetRomeo – che mappano i luoghi di battuage ancora attivi a Milano, ma con frequenze sempre più rade. E rimane, soprattutto, una memoria orale: quella di chi quei luoghi li ha frequentati e sa che non tornano.

Il cruising Milano non è morto per una legge, per un divieto esplicito, per una persecuzione. È morto per eccesso di alternativa digitale. Grindr ha tolto il rischio e con esso la scoperta. Ha tolto l’anonimato reale – perché su Grindr esiste sempre un profilo, una foto, una distanza – e ha sostituito il corpo nello spazio con il corpo sullo schermo.

Ma la scomparsa del battuage è solo la superficie. Quello che si è dissolto con lui è un intero sistema di valori che la comunità queer aveva prodotto fuori dalla norma, contro la norma, senza chiedere alla norma di validarlo. Una comunità che costruisce la propria esistenza nell’interstizio – nel parco, nella cava, nel bagno della stazione – non ha bisogno di essere riconosciuta per esistere. Porta al mondo qualcosa che il mondo non ha: un modello di relazione fondato sul corpo come spazio politico sottratto alla proprietà privata del sentimento.

Quella comunità ha smesso di disturbare. Ha smesso di scomodare. Ha imparato a presentarsi in modo da risultare accettabile – e nell’accettabilità ha perso il solo strumento che aveva per trasformare qualcosa: la differenza. Non la differenza come identità da esibire, ma la differenza come pratica incompatibile con il sistema che norma le relazioni, le gerarchizza, le rende riproducibili e consumabili. Il matrimonio egualitario è un diritto. Ma è anche la forma in cui il sistema ha digerito l’istanza queer più radicale – il rifiuto del contratto – restituendola come sua estensione.

La cultura queer a Milano, come quella delle altre metropoli occidentali, si è incistata nella stessa società che intendeva attraversare. Non l’ha scomodata: ne è diventata una variante decorativa. E in questo processo, ha abbandonato per strada esattamente quello che il cruising incarnava: la possibilità di volere qualcosa che la società non sa ancora dare.

Ario Mezzolani

Foto Johan Dehlin. 2019. Cruising Labyrinth by Andreas Angelidakis. 2016
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Finistère, 1952 - Paul Cadmus
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Andreas Angelidakis Cruising Pavilion, 16th Venice Architectural Biennial May 25, 2018–July 1, 2018 Spazio Punch, Venice
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José Esteban Muñoz Cruising Utopia, Nero Edition
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Cruising (1980) Friedkin and Al Pacino
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