Fabrizio Plessi

Fabrizio Plessi, scompare il pioniere della videoarte italiana

«Finché si sogna si è giovani. La vecchiaia inizia quando i rimpianti si sostituiscono ai sogni»: rileggiamo l’intervista rilasciata a Lampoon

Fabrizio Plessi è morto: la scomparsa del pioniere della videoarte italiana

Fabrizio Plessi è morto all’età di 86 anni. Era nato a Reggio Emilia il 3 aprile 1940 e viveva tra Venezia e Palma di Maiorca. Con lui scompare l’artista che per primo, in Italia, ha portato il monitor televisivo dentro il perimetro dell’opera d’arte — non come supporto, ma come materia da scolpire alla pari del ferro, della pietra, del marmo. Cinquecentoquaranta mostre, centotrentotto delle quali in musei. Quattordici partecipazioni alla Biennale di Venezia, otto a quella d’Arte.

Ripubblichiamo l’intervista rilasciata a Lampoon, nella quale Plessi ripercorreva sessant’anni di lavoro.

Fabrizio Plessi e le arti elettroniche: gli esordi alla fine degli anni Sessanta

Erano gli anni in cui la sperimentazione attraverso il video interessava anche Nam June Paik, Wolf Vostell, la Television Gallery di Gerry Schum. La critica non parlava ancora di digitale, ma di arti elettroniche.

«A partire dalla fine degli anni Sessanta, ho immaginato che avremmo avuto un decollo delle tecnologie, sempre più invasive e presenti nella nostra vita. Ho sempre pensato che un artista abbia il dovere di utilizzare tutti i mezzi tecnologici che il proprio tempo gli offre. Nel mio lavoro ho cercato di essere vent’anni avanti, con una certa presunzione, mista a sicurezza. Ero convinto che le tecnologie sarebbero state un nemico per la creatività artistica — ho scelto dunque di affrontarle, senza mai esserne un fanatico e tenendo conto della memoria storica della nostra cultura».

Fabrizio Plessi alla Biennale d’Arte del 1986 e a documenta 8

Con l’invito a rappresentare l’Italia alla Biennale del 1986, intitolata Arte e scienza, Plessi portò il medium televisivo all’interno dell’esposizione internazionale con Bronx. L’anno precedente aveva firmato la prima mostra di videoinstallazioni in Italia, alla Rotonda della Besana di Milano.

«L’opera attese cinque giorni ai cancelli della Biennale. I televisori erano ritenuti elementi non culturali né tantomeno artistici. Esposi per la prima volta questa videoinstallazione costituita da dei badili conficcati negli schermi di televisori. Colpivo al cuore la tecnologia. In quell’occasione, presso i Giardini della Biennale, la commissione di Kassel fece i suoi inviti per la documenta 8 dell’anno successivo. Su un totale di centodieci artisti ne furono selezionati solo tre italiani: Giuseppe Penone per l’Arte povera, Enzo Cucchi per la Transavanguardia ed io per i nuovi media. A Kassel presentai la monumentale installazione ROMA, finanziata completamente dalla manifestazione. Fu acquistata all’inaugurazione dalla bavarese Galerie Thomas».

Da lì la circolazione internazionale: «dopo Kassel ho continuato con mostre di livello, anche trentacinque all’anno, essendo pure diventato più facile reperire i mezzi economici per la realizzazione delle opere, legate all’idea di spettacolarità monumentale». Monumenta, nel 2012, occupava quattrocento metri della Valle dei Templi di Agrigento con nove monoliti, ciascuno dedicato a una divinità della Magna Grecia: patina antica all’esterno, tecnologia digitale all’interno a evocare gli elementi naturali.

Omaggio a Canova: la videoscultura del 2018

Nel 2018, alla Scuola Grande della Misericordia, Plessi collocò una testa che emergeva dall’acqua. Omaggio a Canova era un’opera concettuale e interattiva: girando attorno alla videoscultura si accedeva all’interno del cranio dello scultore, osservando come vi prendessero forma digitalmente i suoi disegni.

«Non si tratta di un’acqua fisica ma mentale. Nelle mie opere rappresenta la liquidità del pensiero. Goethe sosteneva che l’anima fosse ‘umida’. Omaggio a Canova è una celebrazione del genio dell’artista e metafora del suo pensiero».

Fabrizio Plessi e Venezia: l’acqua come grammatica

«Sono arrivato a Venezia quattordicenne per studiare al Liceo artistico e poi all’Accademia. Trovai una città allagata. L’acqua è diventata parte della mia vita. È a Venezia che ho incontrato anche la persona più importante nella mia formazione artistica, il pittore spazialista Edmondo Bacci. Mi ha insegnato a vivere l’arte. Aveva un contratto con Peggy Guggenheim e la sera andavamo da lei. Lì ho conosciuto i più grandi artisti. Per trent’anni, ho desiderato una mostra al Guggenheim e il mio sogno si avverò al Guggenheim Museum SoHo di New York nel 1998. Questo per dire che finché si sogna si è giovani. La vecchiaia inizia quando i rimpianti si sostituiscono ai sogni».

Sul rapporto tra arte e vita: «Plessi pubblico è come una nave che attraversa l’oceano. Sulla nave c’è una piscina che rappresenta la mia vita privata. Sia la nave sia la piscina vanno nella stessa direzione e l’acqua dell’oceano non toccherà mai quella della piscina o viceversa. Se piove le stesse gocce cadono sul mare come nella piscina. Sono le acque della mia vita, ondulate dallo stesso vento, che convivono pur stando separate».

Fabrizio Plessi, LVMH e il primo NFT di un artista italiano

Numerose le collaborazioni con la moda, tra cui quelle con LVMH — Dior e Louis Vuitton. «Approvo la contaminazione dei linguaggi e queste aziende non sono meri sponsor per me. C’è una sinergia creativa che caratterizza i nostri progetti». Risale al 2008 la prima borsa digitale creata per l’apertura di Vuitton a Hong Kong, in edizione limitata di ottantotto esemplari, cifra fortunata secondo la numerologia cinese.

Con il supporto di Dior, nel settembre 2020 Plessi realizzò in Piazza San Marco la videoinstallazione L’età dell’Oro, poi transitata in forma di NFT attraverso una collaborazione con Nifty Gateway. «Sono mosso dall’entusiasmo dell’ignoto e sento il dovere di sperimentare. Mio figlio mi ha consigliato di commisurarmi con questo nuovo medium: sono il primo italiano ad aver partecipato a un’asta di NFT».

Fabrizio Plessi, scultore delle tecnologie

«Ho cercato di coniugare il più possibile la cultura tecnologica con la memoria storica dell’arte: nelle mie opere il marmo, la pietra, il legno si fondono al cangiante elettronico». Un’operazione compiuta in solitario: «il mio lavoro è sempre stato quello di isolarmi, non ho ‘compagni di strada video’, se non Nam June Paik e Bill Viola, legato all’immagine cinematografica. Bill mi dice sempre: Fabrizio tu sei uno scultore delle tecnologie, io un pittore. La tecnologia per me è un mezzo narrativo dell’arte e noi abbiamo il dovere di dominarla sennò sarà lei a dominare noi».

«Ho cercato di alzare la temperatura emozionale del mezzo»: un’affermazione che si salda alla teoria dei media di Marshall McLuhan, che definiva il televisore un medium freddo, attivatore di partecipazione e generatore di emotività. «È ciò che ho insegnato anche agli studenti in veste di professore di Umanizzazione delle tecnologie alla Kunsthochschule für Medien di Colonia».

Fabrizio Plessi e il teatro: Icaro, Titanic, Ex machina

Prima di Colonia, a Plessi era stata affidata la cattedra di pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia; nell’istituto tedesco tenne poi quella di Scenografie elettroniche per cinema, teatro, televisione e opera lirica.

«È necessario oggi riflettere su cosa ci sia di più incredibile del falso che diventa più vero del vero. In teatro tutto è falsità e il digitale in fondo è simulazione. Quando penso a una mostra studio il suo percorso, le emozioni che evocherà, cercando di mantenere sempre alto lo stupore dello spettatore. Ecco che la teatralità fa parte del mio lavoro e la concezione wagneriana di opera d’arte totale per me è importante: immagini in movimento e sonoro sono imprescindibili. Negli anni ho lavorato molto con Michael Nyman, Frédéric Flamand e Luca De Fusco».

Il teatro come luogo dove verificare il legame tra la propria poetica e i corpi che la attraversano: «Nei miei lavori manca un interesse specifico per la figura umana. Prediligo gli elementi naturali come l’acqua, il fuoco, la lava con i loro suoni e dinamiche. Allora a volte faccio teatro perché ho la possibilità di accostare la fisicità delle persone alla mia opera. È una specie di vacanza con una cadenza circa triennale». Da quella pratica erano nate Icaro, Titanic, Ex machina, presentate al Festival dei Due Mondi di Spoleto; a Todi aveva esposto una scultura monumentale di ferro nero con ottanta finti televisori spenti, simulati con tecnologia LED — «la magia della mancanza di comunicazione che però alla sera si anima con immagini e sonoro».

Nel 2023 la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano ospitò Mariverticali. Tra gli ultimi progetti, la mostra dedicata ai suoi vetri di Murano a Palazzo Barovier&Toso, Perdersi in un bicchier d’acqua, aperta fino al giugno 2026.

Chi era Fabrizio Plessi

Fabrizio Plessi nasce a Reggio Emilia nel 1940. A partire dagli anni Sessanta indaga le possibilità artistiche legate al video e al digitale, applicandole anche alla scenografia teatrale e portando avanti in parallelo l’attività accademica. La sua carriera conta 540 mostre, centotrentotto delle quali in musei di tutto il mondo.

Federico Jonathan Cusin