La moda come spazio accessibile in cui tutti sono Fashion-able: intervista a Francesco Matera

L’inclusività compare nei casting, nelle campagne – più raramente entra nel cartamodello – il corpo reale resta un incidente statistico, l’adaptive design di MATERIA nasce dentro questa frattura

La moda progetta il desiderio prima dell’uso. Produce immagini più che oggetti, silhouette più che corpi. Negli ultimi vent’anni il lessico dell’inclusività è diventato parte integrante della comunicazione dell’industria: diversità, accessibilità, sostenibilità, responsabilità. Parole ripetute fino a perdere attrito, mentre il metodo resta quasi sempre subordinato al marketing. Il corpo continua a essere trattato come un presupposto astratto, standardizzato, giovane, efficiente. Il menswear non sfugge a questa contraddizione. Ha sostituito il rigore della sartoria con quello dello styling, trasformando la funzione in un dettaglio e la performance in una posa. La ricerca tecnologica esiste, ma spesso serve ad aumentare il valore percepito, non la qualità dell’esperienza di chi lo indossa. L’innovazione, nella moda, viene misurata più dalla capacità di produrre novità che da quella di eliminare un problema. Tuttavia, esistono delle eccezioni. 

In questo scenario si inserisce MATERIA, progetto fondato da Francesco Matera, premiato ai CNMI Fashion Trust. Il punto di partenza non è un’estetica né un posizionamento di mercato, ma una domanda progettuale: cosa accade quando un abito viene concepito a partire dal corpo reale e dai suoi gesti quotidiani, anziché dall’immagine che quel corpo dovrebbe restituire? La risposta prende forma in un sistema che mette in relazione design adattivo, ricerca sui materiali, tecnologia produttiva e costruzione del capo. Maglieria ingegnerizzata, lavorazioni seamless, stampa 3D, filiere rigenerate, componenti tecnici: strumenti che non vengono introdotti come esercizi di innovazione, ma come elementi di un programma che prova a ridurre il dissidio tra il corpo e ciò che lo veste. La bellezza non scompare: smette di essere il fine esclusivo del processo.

Sfida al canone perfettivo delle Supermodel: la moda come spazio accessibile in cui tutti sono Fashion-able, da Alexander McQueen a Francesco Materia

Nel 1997 la Fashion Industry viene turbata da una fotografia della modella Devon Aoki come geisha bionica. Aoki veste abiti Alexander McQueen, un occhio velato di blu e uno squarcio sulla fronte pinzettato da una spilla da balia da cui germogliano fiori di ciliegio. Aoki era tutto quello che la moda, in pieno fermento da Supermodel anni Novanta, non aveva ancora conosciuto: l’allucinazione di una bellezza proveniente da altri sistemi planetari. Nel frattempo, sulle passerelle di McQueen sfilavano già – unica eccezione a un panorama bianco e super-slim – streghe, regine, ragazze interrotte, “angeli e demoni” (titolo, peraltro, della sua prima collezione), con silhouette di abiti accostati ad anatomie non canoniche. Appassionato di insoliti pastiche, McQueen si ritrae dalla progettazione perniciosa di un’ideale di bellezza armonico, bianco, taglia 0. A  guardarla a mente sgombra, la geisha bionica rappresentata da Devon Aoki non ha forse fascino? Non parrebbe una fotografia suscettibile di rinnovare il modello di percezione di un alone perfettivo che, al contrario, andrebbe cancellato, lavato via? Le stesse parole di McQueen ci aprono la mente a riguardo: «Voglio infondere potere alle donne, voglio che la gente abbia paura delle donne che vestono le mie creazioni».

Nel 1998 McQueen sfida nuovamente insieme al fotografo britannico Nick Knight il canone con la curatela di Dazed and confused. Il numero si chiama Fashion Able? e ha per protagonisti modelle e modelli disabili: il ballerino David Toole e l’atleta paralimpica Aimee Mullins, tra gli altri. Le immagini sono accompagnate da un lungo editoriale intitolato Access-Able, in cui si descrive un ambiente di tradizione e accademia che lascia svestiti i corpi non mainstream. Esasperando la realtà con mezzi perturbanti, McQueen tentò allora di mettere insieme un progetto corale, che facesse della moda uno spazio accessibile, in cui tutti sono Fashion-able. Ci riuscì, in parte.

Anche Francesco Matera ci sta provando, e in gran parte riuscendo. Con il suo brand attraversa alcuni dei nodi che oggi la moda tende ancora a eludere: il rapporto tra inclusività e progetto, la funzione come linguaggio del design, la responsabilità dei materiali, il ruolo della tecnologia e il significato stesso di novità in un settore che continua a consumare immagini molto più velocemente di quanto produca cambiamento.

MATERIA di Francesco Matera: il corpo che la moda continua ad ignorare

L’inclusività è diventata un linguaggio pubblicitario prima ancora che un metodo. Il corpo reale resta un incidente statistico: troppo rigido, troppo fragile, troppo anziano, troppo disabile, troppo diverso per rientrare nei parametri di un sistema che continua a pensare in termini di apparenza, non di uso. L’ossessione per la silhouette perfetta ha prodotto abiti sempre più sofisticati da guardare e sempre meno intelligenti da abitare. MATERIA nasce precisamente dentro questa frattura: non come esercizio di stile, ma come tentativo di riportare il design al suo compito originario, quello di risolvere un problema prima ancora che costruire una forma.

«La moda è sempre stata abituata a creare capi destinati soprattutto ad apparire, guidati dall’estetica – spiega Francesco Matera. MATERIA nasce da un approccio diverso: dall’idea che un abito possa rispondere prima di tutto a un bisogno reale. Questa esigenza ha una radice personale. Mio fratello è tetraplegico e vivere accanto a lui mi ha portato a osservare con attenzione un insieme di difficoltà che la moda continua, nella maggior parte dei casi, a non prendere in considerazione. Ho capito che esisteva un vuoto, non solo nel mercato, ma nel modo stesso di progettare. La mia esperienza personale mi ha fatto capire che il limite non era nelle persone, ma negli abiti. Da lì è nata MATERIA: non per aggiungere un’altra collezione al mercato, ma per ripensare il modo in cui un capo viene concepito».

Quando l’inclusività diventa una campagna

La moda ha imparato a mettere in scena la diversità senza modificare il proprio sistema. L’inclusività compare nei casting, nelle campagne, negli eventi istituzionali. Più raramente entra nel cartamodello. Il rischio non è il pinkwashing o il greenwashing: è un inclusive-washing che produce consenso senza cambiare il prodotto.

«Negli ultimi anni questi termini sono diventati molto più presenti, ma spesso solo in occasioni simboliche, come le Olimpiadi o le Paralimpiadi. In quei momenti molti brand inseriscono nelle campagne atleti o modelli con disabilità, ma il più delle volte il messaggio non si traduce mai in una linea di produzione. Esiste il rischio di un’inclusività puramente comunicativa. Se non cambia il modo in cui un capo viene progettato, resta un’operazione di marketing».

Il comfort non è il contrario del desiderio

«Se un marchio parla di inclusione ma quel prodotto non arriva sul mercato, resta comunicazione. La differenza è tutta qui. MATERIA non nasce per raccontare questo tema: nasce dentro questo tema».

Per decenni la moda ha contrapposto funzione e seduzione, come se un abito dovesse scegliere tra essere desiderabile o essere utile. È una dicotomia figlia di un’industria che ha privilegiato la rappresentazione del corpo rispetto alla sua esperienza. Il corpo, però, non posa: vive, si muove, si stanca. 

«Arriviamo da una pandemia, da un periodo di instabilità globale e da una quotidianità sempre più frenetica. Un capo deve essere in grado di accompagnare l’intera giornata, non un solo momento. Per  MATERIA questa visione è parte del DNA. Molte soluzioni nascono dallo studio delle esigenze delle persone con disabilità, ma non sono pensate solo per loro. Sono strumenti che migliorano l’esperienza d’uso di chiunque. Se un capo facilita un gesto quotidiano, rende più naturale il movimento o riduce uno sforzo, quel beneficio appartiene a tutti».

MATERIA, progetto di Francesco Matera

L’innovazione non coincide con la novità: «Non consiste nell’inventare una nuova tendenza, ma nel trovare risposte nuove a bisogni che esistono da sempre»

La moda continua a confondere l’innovazione con il ricambio. Cambiano le collezioni, le palette, i trend, le collaborazioni. Più raramente cambia il progetto. Il desiderio viene alimentato da un’ obsolescenza programmata, mentre le domande essenziali restano le stesse: a cosa serve un abito? Quale problema risolve? Per chi è stato pensato?

«Per me innovare significa contaminarsi con altri mondi. Il confronto con chimici, ortopedici, atleti paralimpici, ma anche con persone anziane o con chi affronta ogni giorno difficoltà nel vestirsi, è parte integrante del processo creativo. È da queste conversazioni che nascono le soluzioni.

Il futuro della moda non dipende dal numero di collezioni prodotte. L’evoluzione non consiste nell’inventare una nuova tendenza, ma nel trovare risposte nuove a bisogni che esistono da sempre».

Forse il futuro del menswear non riguarda più l’estetica, ma la progettazione del comportamento?

Il menswear continua a oscillare tra nostalgia e prestazione: da una parte il ritorno rituale della sartoria, dall’altra l’estetica tecnica come nuovo codice identitario. In entrambi i casi il rischio è lo stesso: il vestito resta un simbolo prima di diventare uno strumento. 

«Il mio obiettivo non è scegliere tra classico, fashion o performance, ma contaminare questi linguaggi. Anche un capo dall’aspetto essenziale può racchiudere una ricerca profonda. Questa attenzione deriva anche dal mio percorso personale. Vengo dal mondo dello sport e ho imparato ad ascoltare il corpo, a capire quando un dettaglio migliora davvero un gesto e quando invece è soltanto estetico.

MATERIA sviluppa questa ricerca su più livelli. La linea Vision è il laboratorio dove sperimentiamo materiali e nuove soluzioni. Essential traduce quella ricerca in capi pensati per la vita quotidiana. Il prossimo passo sarà applicare questo approccio anche al settore medicale, progettando abiti per pazienti e operatori sanitari.

Il principio resta lo stesso: alcune soluzioni sono pensate per aumentare l’autonomia delle persone con disabilità, altre per facilitare il lavoro di chi le assiste. Sono esigenze specifiche che, quando vengono progettate con intelligenza, finiscono per migliorare l’esperienza d’uso di tutti».

La vulnerabilità come progetto

Per lungo tempo il guardaroba maschile ha costruito un’immagine di controllo: il corpo disciplinato, protetto, performante. La vulnerabilità è rimasta fuori dall’Industry, come se riconoscerla significasse indebolire l’identità. Eppure ogni corpo è vulnerabile. Ignorarlo è una scelta culturale.

«L’obiettivo di MATERIA è creare un prodotto per tutti. Oggi le collezioni sono ancora più vicine al menswear, ma la direzione è quella di un guardaroba  genderless, L’adaptive design non deve essere percepito come una categoria separata, ma come un modo diverso di costruire un capo. Un capo può essere funzionale, inclusivo e allo stesso tempo avere una forte identità estetica.

Esistono già realtà che lavorano su questi temi, ma spesso l’attenzione si concentra soltanto sulla funzione. Per me è fondamentale che una persona possa scegliere un abito anche perché si riconosce nella sua estetica. La dignità passa anche da questo.

In MATERIA c’è poi un legame costante con le mie origini. Matera, con la sua materia, la pietra, la luce e le sue superfici, continua a influenzare i colori, le texture e il linguaggio visivo del brand».

«Il punto non è accumulare innovazione, ma capire come usarla per risolvere un problema»

La moda ha un talento particolare: trasformare ogni avanzamento tecnologico in un esercizio di linguaggio. Materiali intelligenti, stampa 3D, manifattura digitale diventano spesso effetti speciali, nuovi strumenti per alimentare l’estetica della novità. La tecnologia entra in passerella molto prima di entrare nella vita delle persone.

«Oggi abbiamo a disposizione tecnologie straordinarie, ma troppo spesso vengono utilizzate per produrre un impatto visivo invece che un miglioramento concreto dell’esperienza d’uso. Penso, ad esempio, alla stampa 3D. Nella maggior parte dei casi viene impiegata per realizzare componenti estetici, mentre il suo potenziale è molto più ampio. Può ridurre gli sprechi, ottimizzare la produzione, creare elementi personalizzati e integrare nuove funzionalità direttamente nella struttura del capo.

Lo stesso vale per la maglieria seamless, la maglieria rettilinea e per molte altre tecnologie con cui lavoriamo ogni giorno. Il punto non è accumulare innovazione, ma capire come usarla per risolvere un problema.

Per me il futuro non dipende dall’invenzione di una nuova tecnologia. Dipende dalla capacità dei designer di applicare quelle che già esistono per migliorare davvero il rapporto tra il corpo e l’abito. È lì che la sperimentazione smette di essere un racconto e diventa costruzione»

La sostenibilità che il sistema non può permettersi

L’industria della moda ha trasformato la sostenibilità in una questione di materiali, evitando accuratamente di metterne in discussione il modello economico. Si cambia la fibra, non il ritmo della produzione. Si certifica il tessuto, non l’eccesso. Finché il successo verrà misurato dal volume della produzione, parlare di sostenibilità resterà un esercizio retorico.

«È difficile immaginare che i grandi gruppi cambino radicalmente il proprio modello di business. È un sistema costruito in decenni e non può essere trasformato dall’interno nel breve periodo. Per questo il cambiamento deve partire dalla formazione. Dobbiamo educare i designer di domani, nelle scuole e nelle università, a progettare in modo diverso, mettendo sostenibilità e ricerca alla base, non come elementi da aggiungere alla fine.

In MATERIA lavoriamo su tre direzioni. La prima è la circolarità, attraverso fibre rigenerate e materiali provenienti da filiere che recuperano gli scarti. La seconda è la durabilità: un capo che dura più a lungo è un capo che viene sostituito meno. La terza è l’innovazione produttiva. La maglieria ingegnerizzata permette di realizzare capi senza tagli e con pochissimi sprechi, producendo solo ciò che serve. È questo, per me, il modo più concreto di parlare di sostenibilità».

Prima del riferimento, il problema: le moodboard di MATERIA sono fatte di problemi da risolvere

La moda continua a educare i designer attraverso genealogie estetiche: chi citi, chi collezioni, chi metti nella moodboard. Il rischio è che nasca una semplice variazione di qualcosa che esiste. Ma il design non dovrebbe partire da un’immagine. Dovrebbe partire da una domanda.

«Sono cresciuto disegnando. Da bambino riempivo fogli con scarpe Nike e credo che quell’idea di innovazione abbia influenzato il mio modo di guardare al progetto. Più tardi Virgil Abloh mi ha fatto capire che si poteva costruire un linguaggio diverso, mettendo in relazione mondi apparentemente lontani.

Con il tempo, però, ho sentito l’esigenza di trovare una strada personale. Oggi non parto quasi mai da un brand o da un riferimento estetico. Le mie moodboard sono fatte soprattutto di problemi da risolvere, di osservazioni, di esigenze reali.

Il principio che guida ogni collezione è semplice: il design deriva dalla funzione. Ogni dettaglio, ogni costruzione, ogni scelta materica nasce come risposta a una necessità. L’estetica arriva dopo, come conseguenza di un impianto ben costruito, non come il suo punto di partenza».

Stella Manferdini

Francesco Matera è stato premiato ai CNMI Fashion Trust
Francesco Matera è stato premiato ai CNMI Fashion Trust
Materia, il principio che guida ogni collezione: il design deriva dalla funzione
Materia, il principio che guida ogni collezione: il design deriva dalla funzione
Materia: design adattivo, ricerca sui materiali, tecnologia produttiva e costruzione del capo
Materia: design adattivo, ricerca sui materiali, tecnologia produttiva e costruzione del capo
Materia. Fibre rigenerate e materiali provenienti da filiere che recuperano gli scarti
Materia. Fibre rigenerate e materiali provenienti da filiere che recuperano gli scarti
Materia. La maglieria ingegnerizzata permette di realizzare capi senza tagli e con pochissimi sprechi
Materia. La maglieria ingegnerizzata permette di realizzare capi senza tagli e con pochissimi sprechi
La linea Vision è il laboratorio dove si sperimentano materiali e nuove soluzioni
La linea Vision è il laboratorio dove si sperimentano materiali e nuove soluzioni
Materia, Francesco Matera
Immagini: Materia