
A Milanello, il calcio si allena nel bosco: sessant’anni di architettura sportiva
Dal bosco alla criocamera, dalla pineta al fotovoltaico: Milanello è il centro sportivo che ha inventato l’idea di campus calcistico. Con BMW IN TOUR, aggiunge una funzione che non aveva mai avuto
A Milanello, prima ancora dei campi, c’è il bosco. La pineta che circonda il centro sportivo del Milan non è un dettaglio paesaggistico, non è verde di risulta. È parte del progetto originale del 1963, una scelta che l’architetto Viani e l’ingegner Crescentini hanno incorporato nella struttura con la stessa logica con cui hanno disegnato gli spogliatoi e le camere della palazzina: il verde come condizione della prestazione, non come suo ornamento.
I 160.000 metri quadrati della struttura includono una pineta, un laghetto e un sentiero boscoso di 1.200 metri con variazioni altimetriche utilizzato per corsa, bicicletta e recupero degli infortunati. Non è paesaggio di sfondo: è ecosistema attivo. La differenza di quota lungo il percorso introduce una resistenza che nessun campo pianeggiante può offrire. La pineta abbassa la temperatura percepita in estate, filtra il vento, modifica il microclima intorno ai campi. Il laghetto regola l’umidità locale. Tutto lavora.
Sul piano energetico, il Milan ha avviato a Milanello la realizzazione del primo impianto fotovoltaico in partnership con SENEC, azienda leader nello sviluppo di sistemi di accumulo energetico. L’impianto — 25 kWp di pannelli solari e due sistemi di accumulo — è progettato per sostenere con energia pulita gli allenamenti della prima squadra e delle giovanili. L’accordo si inserisce nel percorso ESG del club, che include il monitoraggio delle emissioni di scope 1 e 2 e interventi mirati sul recupero delle acque piovane all’interno del centro.
Il bilancio di sostenibilità 2024-2025, pubblicato insieme al bilancio d’esercizio — il Milan è stato il primo club italiano a produrre questo tipo di documento, già dalla stagione 2012-2013 — dedica a Milanello un’attenzione specifica come laboratorio di soluzioni ambientali concrete. Recupero delle acque, gestione più efficiente dell’energia, interventi sui materiali: il centro sportivo rossonero si conferma non solo come avanguardia tecnica e medica, ma come campo di sperimentazione delle pratiche di sostenibilità che il calcio professionale fa fatica ad adottare in modo sistematico.
L’accordo con Clivet come primo Naming Rights Partner nella storia della struttura completa questo quadro. Dal 7 luglio 2025 il centro si chiama ufficialmente Centro Sportivo Milanello powered by Clivet, e il lessico che entra con quel nome è preciso: qualità dell’aria, comfort climatico, ambienti ad alta prestazione. Se MilanLab aveva trasformato il dato biologico in variabile tattica, Clivet trasforma il microclima in infrastruttura della cura. La gestione dell’aria diventa parte integrante della gestione del corpo — e dell’impatto ambientale del centro. Il bosco era già lì, dal 1963. Adesso il centro lo sa nominare.


BMW IN TOUR porta l’inclusione sociale nello sport a Milanello per la finalissima 2026 della terza stagione del progetto ideato da ACIB e Fondazione EcoEridania Insuperabili
Il 16 giugno 2026, sui campi del Centro Sportivo Milanello powered by Clivet, la giornata non comincia con un allenamento. Il prato che da sempre evoca grandi sfide calcistiche fa da cornice a una vittoria che non si misura in gol, bensì nella valorizzazione di ogni singolo individuo. È la finalissima della terza stagione di BMW IN TOUR, progetto di inclusione sociale e sportiva nato nel 2023 dall’Associazione Concessionari Italiani BMW — ACIB — insieme alla Fondazione EcoEridania Insuperabili, con il supporto di BMW Italia e AC Milan.
L’edizione 2025-2026 si è sviluppata attraverso quindici tappe sul territorio nazionale, raccogliendo l’adesione dell’intera rete di concessionarie BMW in Italia. Le tappe hanno attraversato il paese da Catanzaro a Udine, da Firenze a Torino: ogni fermata ha previsto momenti formativi dedicati allo sport e al dialogo sui temi dell’inclusione sociale, in linea con il messaggio del brand ambassador Alex Zanardi e con il concetto di “talento residuo”. Al termine di ciascuna sfida veniva selezionato un MVP che entrava a far parte della “Squadra BMW”, destinata ad affrontare la finalissima nazionale.
Sul campo si sono sfidati la prima squadra ufficiale di Serie A degli Insuperabili e una rappresentativa dei quindici concessionari direttamente coinvolti nelle tappe locali: formazioni composte in modalità mista da atleti e dipendenti delle concessionarie. Il risultato sportivo ha visto primeggiare la squadra degli Insuperabili per 3 reti a 1. Ma il punteggio, in questa giornata, è dettaglio.
Daniele Massaro, brand ambassador di AC Milan e Fondazione Milan, ha ribadito l’importanza di promuovere una cultura che valorizzi le diversità e diffonda i valori positivi del calcio, aggiungendo che la condivisione dello spogliatoio con un partner affine è l’unico modo per lasciare un segno duraturo. Davide Leonardi, presidente della Fondazione EcoEridania Insuperabili, ha dichiarato: “Quando sento Champions League, associo il trofeo sempre al Milan. Nella casa italiana della Champions credo sia stato doveroso fare questo riconoscimento a tutti gli atleti degli Insuperabili.”
Gli Insuperabili nascono il 6 ottobre 2012, quando quattro ragazzi con disabilità svolgono a Torino il primo allenamento della Scuola Calcio Total Sport. Al termine di quella prima stagione i quattro sono diventati venticinque calciatori. In dodici anni sono diciannove le sedi inaugurate e ottocento i calciatori e le calciatrici che vestono i colori bianco e blu. BMW IN TOUR porta questo movimento dentro uno dei luoghi simbolo del calcio professionistico italiano. L’incontro tra i due mondi non è casuale: è la scelta precisa di un terreno di gioco come spazio comune.


Milanello, il primo centro sportivo italiano dedicato esclusivamente a una squadra di calcio: storia e architettura dalla fondazione del 1963 voluta da Andrea Rizzoli
Il Centro Sportivo di Milanello sorge su una collina di circa trecento metri d’altitudine, a cinquanta chilometri da Milano, nella zona di Varese, tra Carnago, Cassano Magnago e Cairate, nella valle dell’Olona. La posizione è abbastanza vicina alla città da appartenere alla sua cultura calcistica, abbastanza appartata da costruire silenzio, controllo, concentrazione.
La struttura fu inaugurata nel 1963 per volere del presidente Andrea Rizzoli, progettata dall’architetto Viani — lo stesso Gipo Viani che era stato allenatore e dirigente rossonero — e dall’ingegner Crescentini. È il primo centro interamente dedicato alla preparazione atletica di una squadra di calcio. La struttura viene disegnata da chi conosce il calcio dall’interno, non solo da chi deve risolvere un programma edilizio.
Rizzoli sapeva già di abbandonare la società, eppure volle comunque omaggiare la squadra con un centro giudicato all’avanguardia sin dal primo giorno. In principio, la distanza da Milano fu una caratteristica poco apprezzata dai calciatori, soprattutto da quelli che avevano famiglia. Sul medio-lungo periodo, quella distanza si rivelò la scelta giusta. La lontananza diventa forma: è l’architettura stessa del ritiro, prima ancora di qualsiasi funzione specifica.
Quello stesso 1963, il Milan vince la sua prima Coppa dei Campioni a Wembley, battendo il Benfica 2-1 con la doppietta di Altafini. La prima estate di Milanello coincide con il primo trionfo europeo del club. Il centro nasce già dentro una storia vincente.

La palazzina a quarantacinque camere di Milanello e la grammatica degli spazi della vita collettiva: come il campus calcistico rossonero organizza riposo, alimentazione, cura e preparazione atletica
Il corpo principale è una palazzina a due piani, più seminterrato, con quarantacinque camere per i calciatori, sala del camino, sala TV, sala biliardo, bar, cucina, due sale da pranzo, sala stampa, sala riunioni, lavanderia, stireria e centro medico. In un edificio separato si trovano spogliatoi e palestra.
La lista sembra tecnica. In realtà rivela una forma sociale precisa: una domesticità regolata. Quarantacinque camere non è un numero casuale — è abbastanza per ospitare una prima squadra completa con il suo staff tecnico, contenuto quanto basta per non disperdere la sensazione di un perimetro condiviso. Il confronto con il monastero laico nasce da questa grammatica degli spazi. In un monastero il valore degli edifici dipende dalla regola che li tiene insieme: orari, soglie, silenzi, ripetizioni, passaggi dalla cella al refettorio, dal chiostro al luogo del lavoro. A Milanello la fede è calcistica e la regola è professionale. Il calciatore dorme, mangia, si allena, si cura, recupera, parla ai media e rientra nel gruppo attraversando un paesaggio funzionale, con gesti quasi sempre previsti.
All’ingresso del centro, dal 1979 è posta una scultura dedicata a Nereo Rocco, realizzata dallo scultore siciliano Pino Maiorca. La stele misura 5,80 per 1,35 metri e porta inciso il nome del Paròn su entrambe le facce. La statua lo ritrae con la mano a coprire gli occhi dal sole: un gesto familiare, anti-monumentale, un allenatore che guarda un campo invece di una figura celebrativa su un piedistallo. Si entra nel centro passando davanti a chi ha costruito il mito. Rino Gattuso ha dichiarato di andarci a parlare nei momenti difficili: la scultura funziona come soglia e come interlocutore.
Sei campi regolamentari, campo coperto e la gabbia voluta da Arrigo Sacchi: l’infrastruttura sportiva di Milanello e la logica spaziale del pressing totale negli anni Ottanta
L’infrastruttura sportiva comprende sei campi regolamentari, un campo in erba sintetica di 35 per 30 metri, un campo coperto con fondo sintetico di 42 per 24 metri e un campetto esterno in erba chiamato “gabbia”.
Tra tutti, la gabbia è l’elemento architettonicamente più eloquente. È circondata da un muro di 2,30 metri sormontato da una recinzione alta 2,50 metri. La sua funzione è mantenere il pallone sempre in movimento e aumentare la velocità di esecuzione. Fu fortemente voluta da Arrigo Sacchi durante la sua rivoluzione tattica degli anni Ottanta. È un elemento spaziale che porta dentro il corpo stesso del campo la filosofia di quell’allenatore: pressing, compressione, ritmo senza pause. Riduce lo spazio per far crescere l’intensità, chiude il perimetro per accelerare la decisione, elimina la fuga del pallone per moltiplicare il contatto. Una piccola stanza severa del gioco.
Nell’area verde è stato ricavato un sentiero di circa 1.200 metri, con variazioni altimetriche, usato per corsa, bicicletta, preparazione fisica e recupero degli infortunati. Il bosco non è ornamento: è strumento. Le variazioni di quota lungo il percorso introducono una resistenza che nessun campo pianeggiante può offrire — il terreno disomogeneo come educatore della fatica. I 160.000 metri quadrati complessivi della struttura includono una pineta e un laghetto: non paesaggio di sfondo, ma ecosistema attivo che partecipa alla preparazione atletica.
Arrigo Sacchi e la rivoluzione del calcio europeo a Milanello: gli allenamenti senza pallone, i coni colorati e l’intensità da 20 a 100 che ha cambiato per sempre il calcio italiano e mondiale
Quando Arrigo Sacchi arriva a Milanello nell’estate del 1987 — voluto da Berlusconi dopo che il suo Parma aveva eliminato il Milan in Coppa Italia — trova un centro già strutturato. Ma lo trasforma dall’interno. Sui campi compaiono file di coni colorati disposti a quadranti, senza un pallone in vista. Al fischio di Sacchi, undici uomini si muovono in blocco: al rosso si stringe a sinistra, al giallo si ruota, al verde si attacca, al blu si scappa indietro. I giornalisti presenti chiedono spiegazioni. Un allenamento senza pallone sembrava una provocazione. Era il futuro.
Sacchi impose metodi di allenamento radicalmente nuovi: “intensità”, “diagonali”, “ripartenze”, pressing alto sistematico che cambiò per sempre il modo di interpretare il gioco in Italia. I campi di Milanello diventano il laboratorio in cui si sperimenta quello che diventerà il modello di riferimento per Guardiola, Klopp e Rangnick. Carlo Ancelotti lo ha scritto nella sua autobiografia: la prima preparazione con Sacchi fu terribile. Se prima si poteva dire che nel lavoro c’era un’intensità pari a 20, a Milanello quell’intensità era pari a 100.
Dal 1987 al 1991, Sacchi porta a Milanello due Coppe dei Campioni, due Intercontinentali, due Supercoppe UEFA, uno scudetto e una Supercoppa di Lega. Il centro non cambia forma esterna, ma il tipo di lavoro che vi si svolge ridefinisce i parametri del calcio europeo. Il campo come pensiero: è questa la lezione che parte da Carnago e arriva, qualche decennio dopo, a ogni club di alto livello del mondo.

MilanLab, il centro di ricerca medica nato nel 2002 a Milanello che ha ridotto del 90% gli infortuni e trasformato il dato biologico in variabile tattica e strategia di mercato
Dentro Milanello, nel marzo 2002, nasce un laboratorio che cambia il modo in cui si pensa alla gestione del corpo del calciatore professionista. MilanLab è fondato da Jean-Pierre Meersseman, con un ruolo chiave di Daniele Tognaccini nel suo sviluppo, e apre la strada a una gestione avanzata degli atleti attraverso un approccio olistico basato su benessere e prevenzione. È un centro di ricerca interdisciplinare: i dati raccolti su ogni calciatore riguardano il sistema neuro-strutturale, quello biochimico e l’attitudine psicologica.
La conoscenza degli allenatori ha sempre avuto un limite fondamentale: quando lasciano il club, portano via con sé tutto quello che sanno. La conoscenza sedimentata nel MilanLab no. È un archivio fisico del corpo del calciatore, accumulato nel tempo, consultabile, correlabile — un tipo di memoria istituzionale che il calcio non aveva mai avuto prima.
Le conseguenze pratiche furono radicali. MilanLab modificò anche la strategia di mercato del Milan, che investì su giocatori relativamente anziani come Cafù a 32 anni, Stam a 31, Beckham a 33. Nel 2009 il club rinunciò ad acquistare Cissokho dal Porto sotto il veto di Meersseman per un problema alla mandibola. Un problema alla mandibola come variabile di mercato: è la cifra esatta di quanto fosse radicale quell’approccio. Uno studio del 2009 rivelò che nel triennio precedente il lavoro di MilanLab aveva consentito di ridurre di circa il 90% gli infortuni non dovuti a traumi di gioco.
Dal 2021 MilanLab ha intrapreso un ulteriore percorso di rinnovamento scientifico, rafforzando il carattere evidence-based dell’analisi e ampliando il proprio raggio d’azione alla prima squadra femminile, al Milan Futuro e all’intero settore giovanile. La metodologia elaborata a Milanello è oggi adottata e perfezionata dalla maggior parte dei club europei.
Piscine di idrokinesiterapia, pista di sabbia da cento metri e criocamera Sapio Life a -160°C: le infrastrutture di recupero fisico avanzato che fanno di Milanello un centro medico-sportivo d’avanguardia
Milanello si aggiorna per strati successivi, ciascuno dei quali aggiunge un tipo di cura. Nel 2005 viene ristrutturata la palestra e inaugurata una nuova zona piscine, dotata di quattro vasche di dimensioni diverse, tutte adibite all’idrokinesiterapia — la riabilitazione muscolare attraverso l’immersione in acqua. Due anni dopo viene costruita una pista di sabbia lunga cento metri, per il potenziamento muscolare e il recupero degli infortunati. La sabbia introduce resistenza irregolare sotto il piede, attiva muscoli stabilizzatori che il manto erboso non sollecita allo stesso modo. Non è solo riabilitazione: è prevenzione.
Sapio Life installa a Milanello la prima criocamera mobile d’Italia per la crioterapia sistemica: pochi minuti in una camera tra i -110°C e i -160°C per trattamenti di prevenzione degli infortuni, miglioramento del benessere fisico e recupero dall’affaticamento muscolare. L’azoto per il raffreddamento passa all’interno di scambiatori senza mai venire a contatto diretto con i calciatori. Il freddo estremo come strumento di rigenerazione.
Tra il 2008 e il 2010 vengono realizzati ulteriori lavori che interessano l’edificio principale e la palestra adiacente all’area piscine. La nuova palestra, completamente rinnovata, mette a disposizione dei calciatori attrezzature fornite da Technogym.
















