CRONOTIPO, ERA GALLERY, MILAN, 1975. PHOTOGRAPHY Emilio NERI TREMOLADA

Nanda Vigo credeva negli extraterrestri e in altre galassie

Tra abrazione cosmica e disciplina della materia, oggi più che mai Nanda Vigo è un riferimento per ogni approccio contemporaneo: sperimentale, ironico, pionieristico

“La libertà è sempre stata la priorità, fin dall’inizio. Nella vita ho corso qualche rischio, ma senza libertà non può uscire nulla”. Dai primi anni Sessanta, Nanda Vigo individua nella luce il nucleo della propria ricerca. Attraverso ambienti luminosi genera volumi architettonici che dissolvono la prospettiva e mettono in discussione le regole convenzionali del progetto. Il suo linguaggio rifiuta di restare confinato a un solo campo. Architettura e design si sovrappongono ad arte, antropologia, persino fantascienza. Vigo crede negli extraterrestri, in altre galassie.

Per Vigo ogni volume costruito diventa un campo di luce. La materia si smaterializza e viene ritessuta dall’illuminazione fino a fondersi con essa. La luce è sinonimo di libertà: la capacità di attraversare le avanguardie successive restando indipendente da ortodossie stilistiche e vincoli ideologici. La sua autonomia è strutturale. La luce si espande, vibra, oscilla. Genera energia e densità, plasma lo spazio, agisce come contenitore immateriale di coscienza. “Quello che dicono gli scienziati segue sempre quello che dicono gli artisti.”

I suoi materiali sono vetro smerigliato, specchi che si moltiplicano, acciaio, alluminio, lastre riflettenti inclinate che frantumano la visione e rivelano letture alternative della realtà. Il neon. Scolpisce e diffonde la percezione nello stesso istante. “Impalpabile e sospeso, non sai da dove viene, ma è la sostanza dello spazio.”

Il punto di riferimento ritorna costantemente allo spazio cosmico: un vuoto incorporeo, vasto e risonante. Lontano eppure stranamente abitabile. Vigo opera come outsider — sperimentale, ironica, pionieristica — in un campo dominato in gran parte da uomini. La struttura-luce è l’asse della sua filosofia. Non si limita a disegnare lo spazio; ne riconfigura la percezione.

Dalla Casa del Fascio ai Cronotopi: la rivelazione dell’infanzia e ZERO

A sette anni, Vigo viene colpita dai riflessi prodotti dai blocchi di vetro della Casa del Fascio di Giuseppe Terragni a Como. In una giornata di sole, la luce si frantuma in innumerevoli piccoli arcobaleni sulla facciata razionalista. Ricorderà più avanti come quelle rifrazioni si moltiplicassero e alterassero i volumi architettonici. “Si è frantumata in migliaia di piccoli arcobaleni e continuava a cambiare. Le rifrazioni si moltiplicavano e duplicavano, trasformando i volumi dell’architettura. Un pouf, dei fumetti. Ho scoperto la bellezza e la luce. Certe cose restano nell’inconscio e riemergono più avanti. Quando ho iniziato la scuola d’arte, ho cominciato a vedere in modo diverso. Incontri delle cose e capisci che la connessione è esatta. L’illuminazione ha influenzato tutto.”

I suoi Quadri-onda tentano di amplificare e ricomporre situazioni di luce. A partire dal 1964 nascono i Cronotopi, strutture tridimensionali pensate per stimolare la percezione. Riecheggiano la logica spaziale di Terragni e il suo tentativo di catturare e organizzare la luce in termini architettonici. La ricerca di Vigo si allinea con il Movimento Azimut e in particolare con Piero Manzoni ed Enrico Castellani. Anticipa inoltre la visione del Gruppo T e del Gruppo N di Padova, all’origine dell’Arte Programmata, la cui mostra di debutto si tiene nel 1962 e si concentra sulla variazione delle immagini nel tempo. In seguito entra a far parte di ZERO e resta legata al gruppo anche dopo la sua dissoluzione. Otto Piene e Heinz Mack ricordano in lei la combinazione di rigore e morbidezza. Tutto ciò che produce risuona con lo spirito di ZERO — o riflette una libertà che porta con sé come principio costante. Vigo trova presto la propria forma di libertà e la persegue con coerenza nei decenni, ammettendo solo variazioni sottili all’interno di una ricerca coesa e prolungata.

Biografia di Nanda Vigo: Taliesin West, Lucio Fontana e lo Spazialismo

Nata a Milano nel 1936 in una famiglia borghese e colta, Fernanda “Nanda” Vigo cresce in un ambiente segnato da cultura e curiosità intellettuale. Scorpione, ha spesso associato il proprio carattere a interessi esoterici e a una fede nella metempsicosi. Si laurea all’Institut Polytechnique di Lausanne e si trasferisce poi negli Stati Uniti per formarsi a Taliesin West, a Scottsdale, nello studio di Frank Lloyd Wright. Ricorderà che, per due mesi, le viene affidato il compito di disegnare mobili — centinaia di mobili. L’esperienza le risulta alienante. Lascia l’Arizona e torna a Milano, dove nel 1959, a soli ventitré anni, apre il proprio studio.

Da quel momento coltiva un legame duraturo con l’Africa. L’attrazione potrebbe essere legata alla qualità scultorea della luce su certi orizzonti del continente, alla profondità del suo cielo e all’intimità del suo vasto arco celeste. Nella Milano del boom economico — segnata dal cool jazz, dal Bar Jamaica, da una cultura del progetto moderna e contraddittoria, ma densa di energia creativa — Vigo incontra Lucio Fontana. Un’amicizia. Si scambiano ispirazione e idee tra le diverse discipline. Nell’abrazione concisa di Fontana — le sue tele tagliate, foderate di garza nera, le sue “Attese” ovali e bianche suspese nello spazio — c’è una densità immateriale. Il vuoto diventa cosmico. Luce e suono sembrano viaggiare nello spazio. Una dimensione spirituale cerca accesso all’infinito, aprendo un passaggio dalla forma descrittiva alla scala universale.

Vigo si sente in sintonia con lo Spazialismo, che, come la sua stessa ricerca in architettura e design, affronta la percezione complessiva dello Spazio — inteso come somma di Tempo, Direzione, Suono e Luce. Nanda Vigo emerge dal suo periodo americano: una giovane donna dedita alla meraviglia, una sognatrice impetuosa che scolpisce immagini di luce.

Piero Manzoni e la Zero House: amore, conflitto e autonomia

Vigo rimette in discussione la sua relazione intensa e complessa con Piero Manzoni — morto improvvisamente nel 1963, a soli ventinove anni — quando comprende che la limita. La relazione ha generato sviluppi, eppure ne ha vincolato l’indipendenza. “Era infastidito dal fatto che fossi un’artista,” ricorda Vigo. “Sotto c’era l’idea borghese che una moglie dovesse essere solo una moglie. Non voleva che incontrassi troppe persone. Ha completamente ignorato il mio lavoro. Nella Zero House, la casa di vetro che non è mai venuto a vedere, volevo una sua opera sulla lunga parete della sala da pranzo. Non è accaduto, e mi sono rivolta a Enrico Castellani. È stato molto difficile, ma ero follemente innamorata di Piero. È stato il mio primo grande amore e ho cercato di adattarmi, nonostante non fossi felice. Avevamo grandi scontri. La ragione era sempre il mio lavoro. Per lui, una moglie doveva restare a casa e avere figli. Era rivoluzionario nel linguaggio, ma non con me. Piero era un ossimoro.”

Nel 1967 Vigo realizza Ambiente cronotopico alla Galleria Apollinaire di Milano: i visitatori camminano attraverso un cubo con pavimento e soffitto riflettenti e pareti luminose di vetro e rodoide, vivendo l’opera come una sospensione spaziale e temporale. Analoghi sono i suoi Cronotopi: opere concepite come oggetti di contemplazione intellettuale, senza scopo al di là della propria esistenza e coerenza linguistica.

Nella fase finale della carriera di Vigo, il suo esoterismo umanista si fa più esplicito, come si vede nella serie Deep Space (2010–15). “La luce va seguita senza resistenza,” insiste. “Può solo illuminarci. La luce si muove senza dimensione, e puoi viaggiare lontano.”

Sky Tracks, sculture di luce a forma di punte di diamante, traducono un viaggio oltre il tangibile in una folla di galassie nello spazio profondo, in una nebulosa nell’istante di un big bang che genera stelle e diventa il grembo dell’universo. Funzionano come chiavi d’accesso a una dimensione cosmica, tracciando un percorso a ritroso verso le luci primordiali dell’universo. L’intarsio simbolico continua. La temperatura diventa la musica delle sfere celesti.

Gio Ponti, Arredoluce e gli oggetti di design di Nanda Vigo

Nanda Vigo è un’architetta-artista formata anche dalla cultura di Gio Ponti, che intendeva lo spazio come campo di estensioni e intenzioni. Ponti era talvolta liquidato dai colleghi più alla moda di Vigo come “eclettico”, termine usato con intento negativo. Vigo si pone invece come figura anomala all’interno dell’avanguardia europea: minimale nel linguaggio ma costantemente radicata in una materia plasmata dalla luce. La forma lineare tende alla dissoluzione, cedendo alla chiarezza immateriale dell’illuminazione.

Questa aspirazione prende forma concreta nei suoi oggetti d’illuminazione. La lampada da terra Linea (1970), così come Manhattan e Golden Gate (1969/70) in acciaio cromato dei primi anni Settanta, sono tutte prodotte da Arredoluce. Nel 1970 introduce Osiris, una lampada in lastra di vetro e luce alogena, segnando uno dei primi utilizzi della tecnologia alogena nella produzione industriale. Nel 2001 riceve il Compasso d’Oro per le sue mensole Light/Light per Glas: strutture composte da lastre incollate di cristallo bianco temprato, con un sistema LED interno, con o senza dimmer.

Cesare Cunaccia

NANDA VIGO, NEON ISLAND. FOTO VIGO MARCHESI. FROM NANDA VIGO. LIGHT IS LIFE, 2006, TRIENNALE MILANO. COURTESY TRIENNALE MILANO
NANDA VIGO FOR QUARTETT, LIGHT TREE, 1983
NANDA VIGO, STARS FELL ON ALABAMA, 2019. PHOTOGRAPHY MARIO TEDESCHI
NANDA VIGO, STARS FELL ON ALABAMA, 2019. FOTO MARIO TEDESCHI
NANDA VIGO, TRIGGER OF THE SPACE, 1974. NANDA VIGO. LIGHT PROJECT, PALAZZO REALE, 2019. COURTESY ARCHIVIO NANDA VIGO, MILAN
CRONOTIPO, ERA GALLERY, MILAN, 1975. PHOTOGRAPHY Emilio NERI TREMOLADA
CRONOTIPO, ERA GALLERY, MILAN, 1975. FOTO EMILIO NERI TREMOLADA