
Moda Ruvida – Ralph Lauren, gli artisti, un motoscafo da lago
Ralph Lauren disegna abiti per uomini, così da aiutarli a esprimere la loro creatività – artisti, persone di buona creanza che ti porteresti a letto, dopo un giro in motoscafo lungo il lago
Gli artisti rifuggono la scatola formale: sembra che la classe borghese non possa permettersi di chiedere rispetto o credibilità in un contesto artistico. L’élite culturale non accetta la buona educazione, la benevolenza, la temperanza – semplicemente il buon vivere – perché l’arte deve essere espressione di tensione drammatica, estrema rottura, inquietudine di fuoco su brace velenosa. Non ci piace l’idea di un artista ben vestito. Ralph Lauren se ne fotte: li invita su una spiaggia degli Hamptons, in tribuna a Wimbledon, su una decappottabile smaltata, a condurre un motoscafo in mogano lucido lungo il lago, facendo a gara con un idrovolante.
Il motoscafo Vidoli sul lago Maggiore: il simbolo della sfilata Ralph Lauren
Ed era esposto in cortile, il motoscafo: un modello del cantiere Vidoli degli anni Venti, con sede a Stresa, sul lago Maggiore. Motore entrobordo, costruito in un’essenza lignea che potrebbe essere mogano, ma chi può esserne certo. Motoscafi da passeggio tipici delle acque dolci. Un esemplare proveniente da un museo, portato appositamente per segnare l’ingresso alla sfilata.
Su una card introduttiva, Ralph Lauren scrive, ripete: il motivo per il quale continua a disegnare abiti da uomo è offrire un servizio a persone che desiderano esprimere una propria personale creatività. La dichiarazione sembra scontata, a un primo sguardo, ma ci si incaglia: uno sgambetto a un passo andato troppo veloce. In realtà, questa dichiarazione è inedita.
Vestire gli artisti, scapestrati – non decadenti, solo strafottenti. Vestire quegli uomini il cui impegno consiste nell’esprimersi attraverso un’abilità emotiva, qualunque essa sia. Meglio ancora: questi artisti sono ancora alla scuola dell’obbligo. I ragazzini impazziscono oggi per una polo con il cavallino, proprio come impazzivamo noi ormai trent’anni fa.

Ralph Lauren veste gli artisti: studenti, creativi e futuri professionisti
Ralph Lauren veste gli artisti, dunque – giovani, così giovani, che forse non sanno neppure di avere un talento da coltivare, ma che in qualche modo seguono una voglia di azzardo. I pittori dell’Accademia, i violinisti del Conservatorio, gli ereditieri che entreranno nella Ivy League. Quelli che sanno leggere i movimenti in borsa come l’ipotenusa di un triangolo, quelli che scrivono in coding così come provano a buttare giù la prima lettera d’amore.
Lo stile del collegio, il ballo di fine anno scolastico a giugno, i primi passi in un mondo sociale e mondano: Ralph Lauren sogna ancora di poter riconoscere, tra questi ragazzi, quelli che nascondono un talento e desidera cucire un abito per loro.
I ritrattisti di Montmartre, con la forbice, ritagliano profili su carta nera. Questa mattina erano sull’isola di Chatou, alla Maison Fournaise, dopo un allenamento di canottaggio. Gli studenti che Ralph Lauren vuole vestire, quelli che diventeranno creativi della finanza, dell’arte e dei numeri, sono uomini perfetti: fanno sport, fanno sesso, sono belli, sono i modelli di Bruce Weber. Sono studenti di archeologia a Roma, tengono quaderni pieni di bozzetti dedicati alla classicità antica. Intellettuali londinesi: era il Settecento quando scendevano nel continente, era l’Ottocento quando giungevano fino alla Sicilia della famiglia Florio.
Gli uomini di Ralph Lauren: educazione, borghesia e talento creativo
Gli uomini di Ralph Lauren, educati, borghesi, com’erano gli studenti – e gli artisti – una volta, tempo fa. Quando la decadenza era formale quanto la ribellione; quando la ribellione non era uno scontro con il vuoto. Voglio dire: Ralph Lauren avrebbe voluto vestire Modigliani appena arrivato da Livorno, prima che si perdesse nell’oppio; oppure i figli di Thomas Mann, prima che dessero scandalo in tutta Europa.
La sfilata Ralph Lauren: nostalgia, buona creanza e immaginario americano
Una sfilata di Ralph Lauren è una questione di buona creanza. Si possono ripetere all’infinito i pantaloni di lino bianco che la nonna voleva vederci addosso quando andavamo a sederci in villa, all’ombra di un tiglio piantato negli anni Trenta. Esistono gli smoking con la giacca bianca, i pantaloni scuri per una scena di Jack Vettriano, un valzer di Chopin sotto le scogliere di Dover. Continueranno a muoverci nostalgia quelle cravatte che indossavamo una domenica di maggio a Vienna, durante una passeggiata al Prater, la prima volta che entrammo nella Hofburg.
Il golf di maglia spessa, che indossavi all’università a novembre, lo hai messo anche quando per la prima volta hai potuto permetterti un viaggio in business class per New York. Ieri sera hai rimorchiato qualcuno che a letto non brillava, ma stamattina fate una passeggiata insieme a un Labrador bianco.
Ralph Lauren era arrivato in America e portò con sé una cultura inglese, europea, reinventandola attraverso una visione dinamica che Tom Wolfe accese in un falò vanitoso, facendo danzare i cigni della Fifth Avenue, portandosi a letto gli it boys di Bret Easton Ellis, mentre noi, la domenica sera, ci arrampicavamo per una scala ripida di una palazzina su Bleecker Street, sperando in qualcosa che dovesse ancora arrivare.
Carlo Mazzoni

