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Da Venezia a Mosca corrono quindicimila metri quadri di tessuto

Tessuto in oro e filato ignifugo per il Teatro Bolshoi – Rubelli, Una storia di seta a Venezia: archivio e tecniche per la sintesi del tessile italiano

Mosca, nei pressi del Cremlino: era il 1805 quando un incendio distrusse il teatro Petrosky. Fu ricostruito e riaperto dopo quasi vent’anni e prese il nome Bolshoi, oggi teatro storia del balletto classico russo. Il progetto fu affidato a Giuseppe Bove, architetto di origini italiane – suo padre Vincenzo Giovanni Bova fu ritrattista alla corte di Caterina II. Un altro incendio divampò nel 1853, seguì un’altra ricostruzione. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, Stalin intervenne per eliminare dalla struttura ogni elemento che evocasse ricchezza – spighe di grano, falce e martello, stelle a cinque punte rimpiazzavano lampadari, stucchi, finiture. I restauri a inizio anni Duemila hanno voluto ristabilire gli antichi fasti: le delegazioni del teatro viaggiavano fra Mosca e Venezia, fino a Como, alla ricerca di stoffe per il rifacimento del sipario. A Rubelli furono richiesti cinquecento chilogrammi di filato d’oro puro e quindicimila metri quadri di tessuto in oro e filato ignifugo. Un lampasso rosso, per i due drappi laterali e il sipario verticale teso dall’alto; velluto, sempre rosso, per il terzo sipario. L’aquila imperiale zarista, San Giorgio col drago e la scritta ‘Russia’, in cirillico, che sostituiva la precedente ‘CCCP’. 

Il futuro nel presente, si legge nel libro Rubelli. Una storia di seta a Venezia (Marsilio 2011, a cura di Irene Favaretto). Gli Archivi Rubelli a Ca’ Pisani Rubelli raccolgono i campioni di tessuti, i libri di fatture, le annotazioni, gli elenchi dei clienti e gli scambi epistolari, i bozzetti e le messe in carta. La Collezione Storica raccoglie tessuti copti, velluti, damaschi di seta del Quattrocento. Del barocco ci sono i broccatelli, i damaschi, i velluti decorati con motivi vegetali, fino alle chinoiseries del Settecento e ai frammenti contemporanei: dall’Oriente, dall’Africa, dalle Americhe. Più di seimila documenti tessili, tipologie di tessuti, intrecci, abbinamenti di filati. In origine era la ditta dell’artigiano Giobatta Trapolin di Venezia, specialista in passamanerie e inventore di un sistema per tessere il velluto soprarizzo. La ditta fu acquistata a metà Ottocento da Lorenzo Rubelli, console dell’Impero Asburgico e appassionato di tessuti. Il suo erede, Dante Zeno Rubelli, a ventitré anni incontrò la Regina Margherita e per lei produsse il soprarizzo in seta blu, con le margherite intrecciate al nodo Savoia. Il soprarizzo Punteggiato, con bolli sfalsati in gradazione di colore, e il velluto operato Rattoppato, con grafismi incisi sulla superficie, furono firmati per Rubelli da Gio Ponti, in occasione della Biennale del 1934. Sono prodotti ancora oggi. 

2011
2011 – Rubelli realizza i tessuti per il Teatro Bolshoi di Mosca

Il soprarizzo è un velluto in seta realizzato in cesellatura – una tecnica di taglio in superficie da cui si ottiene la contrapposizione di velluto tagliato e velluto riccio. Fiore all’occhiello per la Repubblica di Venezia, oggi Rubelli è fra le poche aziende al mondo a produrlo. Non più di sessanta centimetri al giorno. L’altro tessuto di seta, il lampasso, è di origine cinese ed è fatto con due sistemi di ordito e almeno due serie di trame – un ordito e una trama formano l’intreccio del fondo e gli altri si legano a formare il decoro. Nella sede di Cucciago, in provincia di Como, restano quattro telai a mano del Settecento in legno, trasportati da Venezia negli anni Novanta, che funzionano ancora per lavorare questi tessuti. Gli altri telai in azienda sono elettronici, per le esigenze del mercato e del design – adatti a lavorare anche i filati naturali: lini, canape, cotone. Compaiono i telai elettronici jacquardJacquard è il nome del tessuto, del metodo di tessitura e della macchina inventata nell’Ottocento: i disegni si ottengono dall’intreccio di fili dai colori diversi, seguendo la guida di schede perforate (Joseph Marie Jacquard ricevette una pensione onoraria da Napoleone I per averla inventata. Diede impulso alla produzione tessile, all’economia, n.d.r.). 

Alessandro Favaretto Rubelli, oggi esporta sia su commissione, sia a considerazione commerciale. Da una genetica decorativa si è raggiunto un impero tessile, di design e di arredo. Nel 2005 acquisirono Donghia – arredamento, tessuti di Angelo Donghia (scomparso nel 1985) anticipatore di uno stile transitional secondo il quale vale il mix tradizione e moderno, i legni col vetro, l’opaco col lucido – tonalità monocromatiche, atmosfere relax. L’americano Donghia si era formato nella sartoria di suo padre, in Pennsylvania e a diciott’anni si era trasferito a New York per studiare alla Parson’s. Si era fatto notare lavorando per la Yale Burge Interiors e finì per arredare la stanza del Metropolitan Opera Club al Lincoln Center – il social club privato del Metropolitan Opera House. Due anni dopo, nel 2007, fu la francese Dominique Kieffer a essere acquisita – i filati naturali, sfruttando la struttura, le proprietà molecolari, termoisolanti di un cotone, di una lana. Nel 2009 partiva la collaborazione con Armani, che continua oggi: le ispirazioni arrivano dall’Art Decò quanto dal Giappone – plissettati, ricami, intrecci, seta Tussah (orientale, ottenuta da bozzoli di bachi selvatici, con i bioccoli e le ineguaglianze nel filato). Di nuovo Venezia, 2013 – diciotto mesi di restauro del Gritti Palace su progetto dei Donghia Associates: dodicimila metri di tessuti – lampassi, velluti e tende damascate, tutti ignifughi, lavorando filati sottilissimi su telai adibiti alla tessitura della seta – per rivestire quello che nell’Ottocento fu trasformato in un hotel (dimora di un Doge e residenza di Ambasciatori Vaticani).

1889-2019, per i centrotrent’anni Rubelli al Paris Deco Off ha lanciato una linea di tessuti tecnici (Rubelli, per distinguerla da Rubelli Venezia – eredità dei lampassi di seta e dei soprarizzi). Dall’Italia alla Francia all’America, al Medio Oriente. In Cina è stato aperto il primo monomarca, a Shenzhen. La partecipazione al Salone del Mobile di Shanghai, quest’anno. Le fibre passano attraverso i macchinari per essere districate, pulite e poi tessute. Nei filati tinti, il filo della trama e dell’ordito viene colorato prima della tessitura – si distinguono dai tessuti tinti in pezza, colorati in blocco dopo la tessitura, e dai falsi uniti, in apparenza monocromatici ma costruiti con colori contigui. Si attinge dalla storia. Viene reinterpretato il khadi, il tessuto indiano fatto di cotone o seta. Lo indossava il Mahatma Gandhi, si otteneva con un metodo di tessitura locale e per questo assunse un valore simbolico per la resistenza al colonialismo e la disobbedienza civile – la forza non violenta di un tessuto e quanto lontano può portare.


IMMAGINI

Rubelli
Ca’ Pisani Rubelli
San Marco 3395
30124 Venezia

Rubelli Showroom
via Fatebenefratelli, 9,
20121 Milano MI

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