Thom Browne SS27 a Milano: l’erotica della disciplina

Per decenni il completo grigio ha disciplinato il corpo maschile. Nelle mani di Thom Browne è una critica all’eteronormatività come dress cose. La Primavera Estate 2027 è un’operazione di sabotaggio al completo neutrale

Thom Browne: la filosofia del completo

Esiste, all’Università di Notre Dame, a Parigi, un corso dedicato allo stilista Thom Browne. Lo impartisce un professore di filosofia, considerando Browne il promotore di un diversa idea di sartoria. Un ideologo del completo grigio di proporzioni ridotte, abbinato a pantaloncini o gonne. È una filosofia che prevede un accorciamento dell’orlo fino a due o tre pollici sopra un paio di mocassini brogue in pelle nera, senza calze. La giacca coordinata ha tre bottoni – ma solo quello centrale va chiuso – aderendo al torace all’altezza delle costole. Il blazer deve scendere quindici centimetri  oltre il punto in cui termina la vita dei pantaloni. Le maniche, lillipuziane, devono lasciar intravedere un pollice dei polsini della camicia bianca. Così concepiti, i completi di Thom Browne si sciolgono sul corpo.

Sostiene Daniel Roseberry, attuale direttore creativo di Schiaparelli che ha lavorato per dieci anni con Browne, che si tratti degli abiti meglio confezionati al mondo. “Una volta che li indossi, ti rendi conto di non essere mai stato così bene. Ti fanno stare automaticamente più dritto”. Chi veste Thom Browne non si distingue per genere, età o nazione, ma per la vita disciplinata. “Mi piace il rigore di una tabella di marcia” oppure “Mi piace il gioco di una vita più regolata”. Sono parole dello stesso Browne. Tra le abitudini quotidiane, corre otto miglia ogni mattina e beve ogni sera un calice di Champagne Krug in una coppa di cristallo. Il che dice molto delle sue collezioni e della sua filosofia accademica degna di Notre Dame.

Thom Browne non è un dirigente alla Mad Man. “Mi piace quando la moda si evolve, ma odio quando la moda cambia”

Ci si aspetterebbe da Thom Browne una personalità da dirigente vecchia scuola alla Mad Men. Eppure, non è niente di tutto questo. È cordiale, divertente, ha un umorismo asciutto. Ammette di fare cose assurde, e di non capire perché la gente non ne rida. Sarà forse colpa del completo grigio. Quando, poco più che ventenne, si trasferì a Los Angeles per sfondare come attore, aggiunse al nome di Tom una H. Il suo nome di battessimo era già registrato da un altro membro dello Screen Actor Guild. Cominciò a realizzare abiti dopo aver stretto amicizia con Johnson Hartig, che in seguito avrebbe fondato il marchio Libertine. Tornato a New York, lavorò nello showroom di Armani e per Club Monaco, di proprietà di Ralph Lauren. Erano i primi anni Duemila: una decade di jeans skinny, giubbotti in pelle da motociclista, linee ultra slim alla Heidi Slimane. Fu allora che Browne decise di aprire il suo primo negozio nel West Village. Pochi riuscivano a capire perché insistesse a proporre completi sartoriali. Ancora meno comprendevano quell’ossessione per il “décolleté maschile” (un’altra espressione per dire “caviglie scoperte”). Semplicemente, era quello che desiderava indossare. Aveva quell’unica immagine nella testa, che nelle due decadi successive avrebbe declinato in 76 collezioni. Rifiutò di modificare le proporzioni a chi glielo chiedeva – tra gli altri, il conduttore Jimmy Fallon. David Bowie invece non chiese alcuna modifica. “Mi piace quando la moda si evolve, ma odio quando la moda cambia”, sostiene Browne.

Thom Browne: sovvertire il conformismo senza cambiare uniforme

Tra le ispirazioni di Browne, The Man in the Gray Flannel Suit è un romanzo diSloan Wilson del 1955, intriso di fumo, alcool e disillusione. Lo scrittore riflette sul conformismo, sull’ambizione americana e sul sogno americano che infine ha partorito completi grigi monocorde altamente produttivi. Browne ha prelevato questa immagine e, insieme agli stereotipi di una vita normativa eterosessuale, l’ha sovvertita. Ha sottratto il completo dalla monotonia della routine impiegatizia e ne ha fatto qualcosa di profondamente queer. Ha incoraggiato – e incoraggia – gli outsider a indossare capi originariamente non pensati per loro, in un paese che non è pensato per accoglierli. Non rinnega gli Stati Uniti, ma, ponendosi al di fuori di quella narrativa dell’esodo che ha visto diversi marchi allontanarsi dalla New York Fashion Week, ha trovato in Parigi uno spazio più adatto alle sue idee concettuali. Non che a New York la moda non faccia parte della cultura, ma lo è in un modo più strettamente legato allo sportswear e al commercio.

Gli uffici di Thom Browne: Il teatro dell’ordine

La sede parigina di Thom Browne racconta molto di lui. Sembra uno scenario teatrale di metà novecento popolato di uomini e donne in completi a sue pezzi perfettamente stirati e aderenti. Potrebbe essere anche una serie televisiva degli anni Cinquanta con il contrasto al minimo. Il grigio del seersucker si mescola a quello della flanella, del cotone slavato, della seta e via dicendo. Si contano almeno un centinaio di sfumature di grigio. Anche le stanze bianche, scandite da finestre in vetro smerigliato, finiscono con l’apparire grigie, illuminate dalla luce filtrata di un cielo plumbeo. La sua idea – sostiene – è molto semplice. Ma anche molto provocatoria. Non intende vestire gli uomini da donne, ma prendere elementi tradizionalmente associati alla femminilità e proporli come abiti da uomo. Tra questi, gonne, abiti e tacchi. L’espressione abusata di “fluidità di genere” a lui si adatta bene. Crede, viceversa, che realizzare abiti sartoriali da donna troppo maschili non sia interessante. Il suo completo dalla linea asciutta, con giacca e pantaloni accorciati, è diventato ormai un archetipo della sartoria contemporanea. Non più la moda aziendale anonima e priva di immaginazione, ma un classico tutt’altro che ordinario.

Menswear Primavera Estate 2027: in un mondo in cui tutto è immediato e frenetico, Thom Browne crea disagio. La lentezza è una sua forma

Dietro la facciata ordinata e rigorosa dello stilista del completo grigio, si trova una personalità teatrale. Il che si evince soprattutto dalle scenografie delle sue sfilate. Negli anni ha creato giardini curati, laghi ghiacciati popolati da pinguini, piscine vuote, stanze delimitate da nastro adesivo bianco, piuttosto che da pareti, e uffici appartenenti ad altri mondi, dove non esistono poltronerie, negligenze e Casual Friday. Solo dedizione ed eleganza. Le sue sfilate sono note per la loro lentezza. In un mondo in cui tutto è immediato e frenetico, Thom Browne vuole creare disagio. La lentezza è una sua forma. L’inquietudine si estende anche in alcuni suoi pezzi, come camicie di forza con motivo argyle o la maschera da rana in bouclé a rete che lo stilista ha indossato per il suo salto finale sulla passerella di Milano, lunedì 22 giugno.

Menswear Primavera Estate 2027: principi, rane e seersucker

La giornata più torrida da inizio 2026 ha ospitato la collezione menswear Primavera Estate 2027 nei giardini di Palazzo Serbelloni. Un capolavoro dell’architettura neoclassica, Thom Browne ne ha ridisegnato i giardini secondo una griglia meticolosamente ordinata. Mentre alcuni giardinieri si occupavano dei quattrocento vasi di rose a righe in seersucker, i modelli sfilavano sulle note di Nomi Song, interpretata da Klaus Nomi e Vince Clarke.

La sfilata intrecciava le store di A Bug’s Life e la fiaba della principessa e del ranocchio, ma con il principe a prendere il posto della bella. Il rumore ambientale provocato dall’impianto audio e dai droni trovava eco della sartoria strutturata, nell’outwear leggero e nei soprabiti in popeline, seersucker e madras. Ogni idea di costrizione era assente. I motivi naturali attraversavano la collezione sotto forma di api ricamate, rane, grilli, formiche e ali di libellula. Il supporto della divisione tessuti del gruppo Ermenegildo Zegna, cui il marchio fa capo, ha fatto di quest’ultima una delle collezioni più elevate in termini di materiali. La classica tavolozza Browne di grigi, bianchi e blu navy, si è arricchita di rosa, verdi, gialli, rossi e azzurri, fino a sfumare nel monocromo di un abito matrimoniale bianco. Ancora una volta, un completo ridotto con giacca, cravatta, con aggiunta di veletta e strascico.