CAMPO DI CANAPA RECAGRI NELLE MARCHE
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Nessuno insegna a lavorarla: criticità dello sviluppo industriale della canapa in Italia

Macerazione, stigliatrice, trasformazione e mercato – nascono realtà dedicate al rilancio del sistema. In Europa si coltiva più del 25% della canapa presente nel mondo, al primo posto la Francia

Secondo i dati di New Frontier Data Europe del 2019, nel vecchio continente si coltiva più del venticinque percento della canapa presente nel mondo. La Francia vale circa il quaranta percento della produzione europea a cui partecipano, per il raggiungimento del totale, altri venti diversi Paesi. Basandosi sui dati del EIHA (European Industrial Hemp Association), nel 2015, l’Europa ha prodotto 11.500 tonnellate di semi di canapa e ne ha importate altre 10mila tonnellate, prevalentemente dalla Cina. L’EIHA stima che fino a una decina di anni fa il raccolto di semi di canapa era dedicato all’alimentazione degli animali (uccelli e pesci). Oggi circa il sessanta percento del raccolto è destinato ad alimentazione umana, mentre il quaranta percento è ancora utilizzato per gli animali. Questo scambio è destinato ad aumentare, visto l’interesse per i benefici dei prodotti a base di canapa e per quelli legati all’uso terapeutico-medico dell’estratto di cbd dalla pianta. La prima criticità della canapa è il mercato: «per le tecnologie esistenti oggi, i prodotti che possiamo ottenere dalla canapa da fibra (che si ottiene dallo stelo della pianta), sono quelli ottenuti da materiale composito», spiega il Professor Stefano Amaducci della Facoltà di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali del Dipartimento di Scienze delle Produzioni Vegetali Sostenibili dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Nel 2017 Amaducci si chiedeva se fosse possibile pensare a una coltura industriale – fuori dalla nicchia dei centomila ettari – per quanto riguarda la canapa in Europa. Accadeva nell’ambito del progetto Multi Hemp, finanziato dall’Unione Europea, con l’obiettivo di avanzare nella ricerca scientifica necessaria per rinnovare il mercato dei prodotti rinnovabili a base di canapa.

Gli agroindustriali attivi finora sulla canapa si sono riuniti, condividendo materiali e attrezzature necessarie per la trasformazione della canapa da fibra (principale in Europa) in frazione. Il settore più redditizio che richiede questo prodotto è il settore dell’automobilistica. «Le aziende richiedono l’omogeneità della canapa. È utilizzata sia per materassini isolanti sia per la bioedilizia. Dagli anni Ottanta la frazione di fibra che seguiva la decorticazione della pianta andava in cartiera, mentre il canapulo si usava come lettiera per cavalli», continua Amaducci. «Negli anni successivi è calata la richiesta di canapa in cartiera – fino al -57% –, mentre il settore tessile teneva in alcuni Paesi dell’est – come la Romania – in cui erano utilizzati impianti vecchi di cinquant’anni. Dal 2010 si è vista una crescita esponenziale legata al seme. Il boom si è avuto nelle coltivazioni canadesi – fino a trenta, quarantamila ettari. Anche la realtà italiana si è mossa con circa tre mila ettari coltivati, quantità che non si vedevano dagli anni Sessanta del novecento».

Nel 2016 la legge sulla canapa ha stimolato gli investimenti riguardo l’industria di trasformazione, ma andavano considerati ancora due fattori: l’assenza di un mercato pronto ad accogliere e sostenere i prodotti di canapa e i costi della tecnologia di trasformazione, che si calcola in milioni di euro. «La canapa in Italia è sempre stata aiutata dalla ricerca nel Piano dello Sviluppo Rurale (Psr). Prolificano studi sull’impatto economico di queste colture. Il problema è legato alla tecnologia. Nessuno insegna a lavorare la canapa e così la meccanizzazione della raccolta è stato un punto nevralgico che in Italia non è ancora stato risolto», sottolinea Amaducci. Le coltivazioni di canapa nel Paese sono piccole e i macchinari in commercio sono pensati per grandi numeri e perciò poco adatti ai campi italiani. «Per una coltivazione da fibra in Italia mancano i fototipi. Le varietà coltivate in Italia sono la Carmagnola, la Fibranova e l’eletta campana (le stesse che si coltivavano negli anni sessanta), con alto tasso di cbd ma poco adatte ai nostri percorsi». 

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Sipario dell teatro Goldoni di Bagocavallo, realizzato in canapa del 1800. Canapaindustriale

Altra problematica legata alla coltivazione della canapa per il tessile è insita in una fase della lavorazione del fusto della pianta fondamentale per la sua trasformazione: la macerazione. Si tratta di un processo biochimico durante il quale enzimi prodotti da microorganismi attaccano le pectine che tengono unite le cellule della fibra così da facilitare la separazione della fibra dal canapulo (parte legnosa interna allo stelo) e ottenere fibre più fini. Questo procedimento prevedeva l’immersione della canapa tagliata in acqua. Dopo un paio di settimane di macerazione, i fasci di canapa erano stigliati (attraverso la stigliatrice) da cui si recuperava la fibra. «Oggi è impensabile eseguirla allo stesso modo: è considerato un processo con elevato impatto ambientale, sia per l’uso dell’acqua (che andrebbe poi smaltita), sia per il costo energetico necessario all’essiccamento – nel caso in cui la macerazione sia effettuata sulla fibra in condizioni controllate», spiega Amaducci. 

La macerazione al suolo è fatta direttamente in campo (macerazione da rugiada), così come per il lino del nord della Francia. In questo caso – dopo la raccolta – gli steli sono lasciati sul terreno e naturalmente sottoposti all’azione di microorganismi fungini, che in particolari condizioni di umidità e temperature, separeranno le componenti dello stelo. «La macerazione in campo è diffusa in Europa per il basso costo di realizzazione, ma allo stesso tempo dipende dalle variabili climatiche a cui il terreno è sottoposto», sottolinea il Professore. «In Italia si dovranno modificare i tempi di raccolta rispetto a un luogo soggetto alla brezza marina nel nord della Francia, e non si potrà eseguire la macerazione in campo in agosto perché il terreno sarebbe troppo secco. Stiamo cercando di capire le variabili probabilistiche della maturazione della fibra, così da ottimizzarne la coltivazione». Creare una filiera per il tessile in grado di organizzarsi su un piano di duecento, trecento ettari seguendo le tecniche della lavorazione della pianta, potrebbe far nascere un distretto made in Italy della canapa e rispondere alle esigenze attuali, «consapevoli che la Cina produce fibra di canapa di qualità con macerazione fatta in campo», evidenzia Amaducci. 

Molti coltivatori si trovano a dover trasportare la paglia di canapa raccolta per lunghe tratte, non avendo a disposizione i macchinari adeguati (come la stigliatrice) necessari alla lavorazione della pianta. Questo è uno dei motivi che ha spinto Antonio Trionfi Honorati, dopo circa diciotto anni di vita agreste alle spalle, a formare un consorzio di agricoltori dedicato alla canapa e progettare, insieme ad Università, partners ed esperti, una stigliatrice da poter usare nelle Marche finanziata – grazie alla vincita di un bando lo scorso agosto – interamente dalla Regione Marche. «Dopo cinque anni di lavoro siamo riusciti a sviluppare un Piano di Sviluppo Rurale, basato su un impianto di piccole dimensioni che può rispondere alle esigenze del territorio, ma che non prevede grossi costi di gestione», spiega Antonio Trionfi Honorati capofila del progetto di Recagri (Rete Canapa). L’obiettivo è di recuperare la coltura della canapa e rilanciarla con un fine agro-industriale partendo dalla selezione delle sementi adatte ai territori di coltivazione, alla messa a punto dei sistemi di macerazione in campo efficienti fino alla raccolta e prima lavorazione in un impianto multifunzionale capace di ottenere fibre (lunghe e corte) e canapulo allo stesso tempo. Lo scarto della lavorazione sarà utilizzato per il settore della bioedilizia, della carta e dei biopolimeri. «La logica è di organizzare un sistema che permetta di utilizzare i prodotti e i sottoprodotti della canapa nei giusti settori commerciali, partendo dal beneficio agronomico e ambientale del suo utilizzo in rotazione con altre colture», spiega Trionfi Honorati: «In quest’ottica il bacino di approvvigionamento deve rimanere nell’arco di cinquanta, sessanta chilometri così da abbattere i costi di trasporto della materia prima. Fino a due, tre anni fa gli impianti per la trasformazione della canapa si trovavano a Torino e Taranto. Dalle Marche, i costi di trasporto erano di sei-sette euro al quintale».

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Balle di paglia di canapa

Per migliorare la resa dallo stello della canapa, attraverso la stigliatrice, è stato progettato un nuovo macchinario che divide parte fibrosa da canapulo. «Anche se la stigliatrice è la stessa di centocinquanta anni fa, quando noi eravamo i migliori produttori di fibra di canapa al mondo, il lavoro grosso è nella macerazione. Entrano in campo gli esperti dell’Università di Ancona nelle Marche e dell’Università di Camerino che hanno studiato i batteri da inserire nel processo della macerazione in campo per ottimizzarla e preparare al meglio lo stelo per la stigliatrice», spiega Trionfi Honorati. Il primo ciclo di coltivazione, lavorazione e commercializzazione secondo il progetto di Recagri già avviato in fase sperimentale, sarà operativo nell’estate 2020. «Nelle Marche nel 2019 c’erano circa centoquaranta ettari coltivati a canapa, nel 2020 sono diventati cento. Dipende dalla variazione sul tema e la sua regolamentazione. I giovani iniziano a dedicarsi a questa coltura e intravedono un investimento, poi lasciano perdere perché hanno problemi nella gestione e si ritrovano fermi dopo aver fatto investimenti importanti».

In Puglia, e in particolare a Cerignola, si trova invece il primo impianto di trasformazione della canapa industriale. Una linea di produzione di venti metri che prevede la lavorazione della canapa su più larga scala. La materia prima arriva in rotoballe (come per il fieno) le quali poi sono aperte e convogliate in un procedimento che elimina i residui da roto-imballatura fatta in campo. In seguito, una serie di rulli staccano il canapulo dalla fibra la quale è poi pettinata. Da un lato si otterrà il canapulo tagliato in piccoli pezzetti, dall’altro la fibra che verrà macerata nuovamente. «Noi (Bio Hemp Trade con la cooperativa Palma D’Oro ndr) abbiamo fatto un accordo con Tecnocanapa che ci ha fornito un impianto demo costruito sulla base dei grossi impianti, da cui siamo partiti per realizzare un macchinario combinato per le nostre necessità», spiega Pietro Paolo Crocetta, amministratore delegato di Bio Hemp Trade. «Il nostro focus è quello di creare materia prima pronta per le varie lavorazioni per coprire il gap di aziende che già lavorano prodotti a base di canapa ma che sono costrette ad acquistarla in Romania o in Francia, aumentando i costi economici e ambientali per il trasporto. È un prodotto che non ha un grande valore iniziale ma ha un grande volume», spiega Crocetta.

L’impianto, che è già operativo, copre in prevalenza la lavorazione della canapa della Puglia e di altre due regioni, che conta fino a quattrocento ettari di terreno coltivato. «C’è una favola che ci si racconta spesso, cioè che dalla canapa si possano ottenere fino a ventimila prodotti. Senza tecnologie però, non si ottiene nulla», continua Crocetta: «quando abbiamo fatto la parametrizzazione dell’investimento del macchinario avevamo calcolato anche tutte le possibili iniziative delle aziende che però non possono partire perché devono acquistare la materia prima dalla Francia o da altri Paesi europei. Con il nostro impianto, oltre alla materia prima destinata all’edilizia, al tessile e all’alimentare, sarà possibile recuperare lo scarto delle polveri che potrebbe essere utilizzato per la realizzazione di bio-plastiche arricchite o come fibra da rafforzamento delle resine e molto altro». Anche se negli ultimi anni il vuoto normativo ha dato spazio alla cannabis light e ha concentrato molti investimenti in questo ambito, «non bisogna dimenticare che per far partire l’industria della canapa è necessario iniziare dalla base e dare all’agricoltore le possibilità di crescere e svilupparsi abbattendo i suoi costi iniziali. Se si sviluppano modelli di innovazione e sistemi aggiornati per la lavorazione della canapa anche tutta la filiera ha un seguito positivo»

Un impianto che permetta di rilanciare anche le aziende del territorio, in un raggio di cento chilometri. La filiera della bioedilizia da canapa in Puglia, grazie a questo impianto, è stata chiusa. L’esempio di circolarità del settore vede la crescita nei campi, la raccolta e la lavorazione attraverso il macchinario in regione e l’uso in cantiere della materia prima. La realizzazione di una miscela di calce e canapa già pronta all’utilizzo ideata da Pedone Working (impresa edile pugliese che ha già realizzato opere architettoniche a base canapa) «ha semplificato l’approccio al materiale, fornendo un prodotto standardizzato – e quindi riproducibile – su larga scala», conclude Crocetta. Dalle favole si è passati ai fatti, e dopo anni di ricerche e lavoro, le idee sono diventate concreti progetti di sviluppo.

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L’azienda Bio Hemp Trade e la cooperativa Palma D’oro hanno inaugurato a Cerignola, il 31 ottobre, il centro di prima trasformazione della canapa, ad oggi l’unico funzionante in Italia. In occasione della presentazione dell’impianto, c’era anche il sottosegretario alle Politiche agricole Giuseppe L’Abbate: «i miei complimenti a chi ha saputo credere nelle potenzialità che già oggi ha questa pianta in Italia. Con il tavolo di filiera, affronteremo tutte le altre questioni cercando di trovare concretamente una soluzione per sostenere agricoltori e trasformatori». L’obiettivo è tornare ad essere i migliori produttori di canapa al mondo, valorizzando le potenzialità della canapa e la sua impronta sostenibile.

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